I Buoni del Tesoro Poliennali, noti anche con l’acronimo BTP, sono Titoli di Stato emessi dall’Italia, che hanno come caratteristica proprio quella di durare per diversi anni. La durata può variare a seconda dei BTP che si prendono in considerazione. Ci sono titoli che durano per pochi anni, e che consentono di riscattare dopo poco tempo il loro valore nominale, e titoli che invece possono durare anche per diversi decenni. Ciò rende I BTP un’opzione per chi è alla ricerca di soluzioni per investire sul lungo periodo. Se volete saperne di più potreste iniziare a monitorare i BTP con scadenza a 50 anni su Cbonds, in modo tale da verificare qual è il loro andamento all’interno del mercato.
Quali sono i vantaggi di un BTP con scadenza a lungo termine? Quali caratteristiche vi consigliamo di analizzare? Continuate a leggere per saperne di più su questa opportunità per i vostri investimenti.
Come funzionano i BTP
Per prima cosa è importante illustrare come funzionano esattamente i BTP. I Buoni del Tesoro Poliennali sono, come già anticipato nella nostra introduzione, Titoli di Stato italiani. L’Italia, in quanto Stato sovrano, emette questi titoli, che possono essere acquistati da terzi, come ad esempio dei privati cittadini. Lo Stato, con i soldi ottenuti dalla vendita di questi titoli, finanzia le proprie spese. Nel frattempo si impegna a pagare degli interessi periodici, noti anche con il nome di “cedole”, e a restituire quanto ottenuto dalla vendita quando si arriva alla scadenza del BTP.
L’affidabilità e la stabilità dei BTP deriva dunque dalla possibilità che l’Italia, al momento della scadenza, possa effettivamente restituire il denaro. Ad oggi il nostro Paese presenta una buona situazione economica, che difficilmente potrà avere una crisi tale da impedire questi pagamenti, per questo i BTP, sia sul breve che sul lungo periodo, sono considerati delle buone occasioni per chi vuole diversificare il proprio portafoglio finanziario.
Ricavi e rendimenti
Se il vostro interesse è quello di trovare dei BTP sui quali investire a lungo termine dovreste tenere in considerazione soprattutto due aspetti: il valore della cedola e il prezzo a cui vengono venduti sul mercato finanziario.
Il valore della cedola è essenziale se si desidera avere un buon flusso di entrate. Le cedole vengono pagate ogni sei mesi o annualmente. Una percentuale superiore al 2% può essere una valida opportunità per chi desidera ricevere periodicamente delle somme di denaro, da conservare o da usare per le proprie spese.
BTP con cedole troppo basse potrebbero comunque essere convenienti: tutto dipende dal prezzo a cui questi titoli vengono venduti. Dei BTP venduti ad un costo molto inferiore rispetto al valore nominale potrebbero rivelarsi molto convenienti in futuro: se ad esempio acquistate dei BTP al 30% del loro valore potrete riscattare, al momento della scadenza, molto più denaro di quello che avete speso.
Il nostro consiglio è quello di utilizzare piattaforme come Cbonds, in modo tale da monitorare l’andamento del valore di questi BTP, e trovare così l’occasione migliore per avere, un domani, un buon guadagno. I BTP a lungo termine acquistati ad un prezzo basso possono essere un ottimo investimento per il futuro.

Rispondo a Wal nel suo commento del 10 agosto alle 17,42.
Io ho versato per 26 anni al fondo Solidarietà Veneto e nel mio estratto conto del fondo pensione dal 2017 la contribuzione del datore di lavoro era esattamente quella che versavo io a livello individuale , cioè il 2% sui minimi contrattuali ( a parte il TFR).Ho sempre fatto parte del contratto collettivo dei metalmeccanici ( il più numeroso come numero di lavoratori in Italia)e quindi mi risulta che anche per COMETA è così.
Quindi, per il datore di lavoro c’è l’ obbligo di versare la stessa percentuale individuale del lavoratore fino ad una certa cifra, ( la nuova piattaforma di rinnovo del contratto dei metalmeccanici vuole portarla al 2,2 o 2,5%) come stabilito dai contratti collettivi firmati con i sindacati .Certo. se io come lavoratore decido di versare il 5%, è chiaro che il datore di lavoro non la pareggia, ma fino ad una certa cifra come ho scritto sopra ha l’ obbligo di farlo.
Per di più, il datore di lavoro nel caso che il TFR sia versato alla previdenza integrativa invece che tenuto in azienda ha alcuni vantaggi:
Esenzione dall’ obbligo di versamento al fondo di garanzia gestito dall’ INPS, che ammonta allo 0,20% dello stipendio per ogni dipendente, fondo che tutela il dipendente in caso di fallimento dell’ impresa.
Deduzione al 4% sul reddito d’ impresa dell’ ammontare dei TFR versati alla previdenza complementare ( 6% imprese sotto i 50 dipedenti)
Risparmi derivanti dalla riduzione oneri impropri pari al 0,28% RAL di ogni lavoratore ( gli oneri impropri sono quelli imposti alle aziende per contribuire alle indennità di disoccupazione e cassa integrazione.)
Come si vede, queste misure servono proprio ad aumentare il contributo del datore di lavoro in futuro.
Buona sera Nicola.
Rispondo al tuo intervento dicendoti: tutte le convinzioni sono personali, nessuna a partire dalla mia , come tua o quella di Silvano, mai risolveranno questo problema.
Ciò premesso, la mia “provocazione” da cui hai preso lo spunto, aveva il solo fine logico di un ragionamento non della dimostrazione matematica di un teorema; un tentativo, semplice, di avvicinarlo.
Per questo, partito dal mio pur breve ma reale esempio, soffermandomi sulle percentuali, (non interessato agli importi), ma alle sole percentuali dei versamenti, che nel mio caso hanno a riguardato solo 9 anni.
Vale a dire; quanto il montante finale dipendesse dal lavoratore, dall’imprenditore, dal mercato ma, in particolare, quanto percentualmente fosse il peso del “nostro, nostro, nostro” TFR.
Evidente appare che esso rivesta l’essere il preponderante nel costruire una pensione integrativa.
Ricordando che non da ora è frutto di una conquista del lavoratore; fin da prima della nascita dell’economia di mercato alla quale andrebbe ora consegnato.
L’apporto finanziario (da porre in relazione al tipo di scelta dell’investimento del fondo: monetario, obbligazionario, o azionario) ha il suo peso, ovviamente, ma anche il suo rischio; non lo ha, viceversa e ad ora il TFR.
Trovo strano poi che, nonostante l’esistenza dei fondi da + di 20 anni, non sia facile rintracciarne il rendimento al di la dei 10, comunque non di rado (inferire al 3%).
Non voglio sminuire nulla, la regola è: se desideri di più devi rischiare di più.
Fatto è che qualsiasi lavoratore nel passato costruiva il suo futuro su di una pensione retributiva (come fortunatamente è stato nel mio caso), a cui non “stranamente” si aggiungeva il TFR di fine carriera cosi da portarti, in quanto benessere per la vecchiaia, ben oltre qell’ 80% del calcolo pensionitico fattosi oggi sogno.
L’illusione che per sua natura domina molti ambiti della vita, è presente anche in ogni lavoratore: da quella di non perdere il posto di lavoro, a quella di andar oltre allo stipendio stabilito dal contratto nazionale (per chi lo ha), finanche di potersi pensionare su una decisione unilaterale e ora sulle “scommesse” al gioco ma anche sui rendimenti elevati del proprio fondo pensione affidato, si spera a bravi gestori, e non a cicli economici in qulità di azionisti privi di voto.
Per quel poco o tanto, di idee, che con te condivido; dagli stipendi bassi se paragonati al costo della vita, alle elevate percentuali contributive (33%) ma, soprattutto, nel rapporto lavoratori/pensionati al quale ci dici mancare lo 0,6 per raggiungere il minimo del 2 per la sopravvivenza del welfare pensionistico … che coincidenza nel “numero”, il medesimo quantunque espresso in percentuale sul PIL necessario a “garantirci la sicurezza” con la “difesa”.
Saluti
Come dici tu Wal, quello 0,6% si fonda su numeri diversi, in ogni caso continuo a pensare che le spese della difesa non sono parte del salvataggio del sistema pensionistico. Sulla previdenza integrativa ovviamente abbiamo idee diverse e nel mio caso il rendimento è stato inferiore al 3% e su questo concordo con te, i numeri sono numeri .Io ho investito quasi tutto il periodo nel profilo “prudente” per poi passare al ” garantito TFR” gli ultimi due anni. Con un investimento obbligazionario preponderante come hanno i profili sopra citati, sperare in rendimenti maggiori è quasi utopistico, bisogna rischiare e chi ha avuto l’ ardire negli ultimi tre anni di fare un investimento azionario al 50% ( il massimo che concedeva il mio fondo) avrebbe altri rendimenti adesso, anche su questo concordo. Nonostante questo, continuo a pensare che il fondo pensione avrà sviluppi migliori con le opportune riforme rispetto al TFR in azienda. In ogni caso se confronto quanto fatto con il fondo pensione rispetto ad altri strumenti finanziari, siamo in un altro pianeta. Nel 2000 ho fatto l’errore di crearmi un ulteriore strumento di rendita pensionistica tramite una polizza unit-linked Europension della Medionalum, che mi scade fra due anni. Se guardo i costi e rendimenti di questa polizza è meglio stendere un velo pietoso, ci ho solo rimesso soldi .E se disinvestivo in corso di versamento ci rimettevo ancora di più perchè c’è un premio legato alla scadenza. Quindi Wal, c’è molto di peggio in giro.
Certamente! Hai il mio pieno consenso.
Non ricordo esattamente il detto, ma il succo è: “Chi entra nel bosco deve essere pronto ad avere a che fare coi lupi”
Buona serata.
E il 10% versato come contributo di solidarieta’ all’ Inps ?
quello è un costo per l’ azienda, io avevo indicato i vantaggi.
Sono d’accordo, io ho Cometa dal giugno 1998 e finalmente da novembre chiederò la rendita mensile che mi permetterà di avere lo stesso tenore di vita, se non meglio, di quando lavoravo tra INPS e Cometa .
In risposta a Silvano
io con la RITA ho scoperto una cosa poco piacevole: essendo tassazione agevolata non scarico nulla facendo il 730; pazienza, me ne faccio una ragione; saluti a te e ai gestori del sito
👍
Buongiorno Don.
Da parte di un critico che, comunque, possiede un fondo pensione Cometa … che lascia a dormire!
Interessante, ritengo, sarebbe fare una valutazione, a titolo di esempio, di come: il “tuo permanere nello stesso tenore di vita”, sia dovuto al ricorso ad un fondo pensionistico noto, il più diffuso in Italia che, suppongo, possa essere stato nel comparto “Crescita”.
Ovvero quanto questo “tenore” sia dovuto, in “peso percentuale”, ad avervi immesso il tuo TFR.
Sarà stato del 100% per 24 anni? Ma anche quale rapporto percentuale, lo stesso, ha avuto col resto dei versamenti.
Ricordando sempre e comunque a tutti che : Il denaro non lavora: per me , per te, o per noi: ma lavora per chi lo controlla.
Saluti
Ciao Wal ,
Io ho versato a Cometa il 40% del mio TFR dal giugno 1998 (allora si poteva) ad oggi ho un montante superiore ai 100k€, negli ultimi anni avevo l’opzione Monetario Plus che era la più conservativa per il mio profilo. Io sceglierò la rendita vitalizia Controassicurata (in caso di mia morte prematura il capitale residuo andrà ai miei eredi) che mi renderà circa 320€ netti al mese, che sommati alla pensione INPS di poco meno di 2200€ netti al mese, mi fa un totale di circa 2500€ netti al mese che era circa quello che prendevo di stipendio quando lavoravo, io sono molto soddisfatto.
Ciao Don.
Premesso che del mio TFR ho impegnato una quota di solo il 16% del suo totale maturato in 41 anni e 5 mesi di vita lavorativa, che il fondo è ancora attivo, pressochè dormiente, e che ha ricevuto versamenti dal datore da fine 2002 a fine 2011 ( data di cessazione dell’attività lavorativa)
A creare il montante, non rivalutato, del fondo hanno contribuito:
– Per un 9% il datore di lavoro.
– Per un 64 % (quel 19% del mio TFR).
– Per 27% la contribuzione quale lavoratore.
All’alba del 2025, il rendimento finanziario risulta di importo lievemente inferiore al valore in Euro del TFR versato.
Se visto in percentuale sull’intero montante che lo ingloba il suo peso è del 37,8%.
Trascorsi 18 anni dalla sua apertura, negli ultimi 4, più per curiosità che per necessità, ho fatto uno switch verso la forma a maggior carattere finanziario (il Crescita).
L’importo totale è contenuto, sia per la bassa componente di TFR sia per i pochi anni di partecipazione attiva.
Il risultato, sarebbe, un vitalizio immediato di 2.389 Eruro annuo al lordo della fiscalità.
Di positivo ho notato il rendimento dichiarato per l’anno trascorso il 10,42% ma, mediato su 10, è del 2,93%.
Ma si sa, l’economia, è per cicli.
Penso che si dovrà attendere ancora non meno di 15 anni per fare delle valutazioni (rischi benefici) nel paragone col solo TFR; mentre se gli ultimi 20 anni ci hanno regalato esigui aumenti retributivi, si sarebbe dovuto puntare su una quota percentuale più sostenuta al Fondo da parte del datore di lavoro.
Saluti
Prima di tutto investite nelle Previdenza Integrativa = pochi costi molta resa