Riceviamo e pubblichiamo questo interessante report redatto da Rosalba Guadagna e Orietta Armiliato, refernti ed amministratrici del Comitato Opzione donna Social, che ci aggiorna sulla situazione attuale relativamente ai costi reali a cui si andrebbe incontro promuovendo Opzione donna.
Opzione donna: costi reali, sostenibili?
“Negli ultimi 4 anni il tema del costo della misura Opzione Donna è stata una delle questioni che tornano periodicamente nel dibattito politico sulle pensioni.
I costi vengono identificati fra i motivi prioritari di scelta da parte del Governo per giustificare le restrizioni della platea prima e la definitiva cancellazione della misura po
A questo punto, in modo generale e macro, proviamo a mettere in proporzione i numeri disponibili, e capire in effetti che impatto ha sui costi previdenziali l’unica forma di flessibilità in uscita pensata per le #donne e per le peculiarità che spesso caratterizzano le loro carriere.
La ricostruzione degli oneri delle diverse generazioni di Opzione Donna porta a circa 6,1 miliardi di euro complessivi nel decennio 2016-2025.
Una cifra significativa in valore assoluto.
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C’è però una precisazione importante.
Non è corretto considerare la somma degli assegni Opzione Donna come un costo interamente aggiuntivo: queste lavoratrici avrebbero comunque maturato una pensione in futuro. Inoltre, il ricalcolo interamente contributivo comporta una riduzione permanente dell’importo della pensione. L’anticipo pensionistico può quindi determinare un maggior esborso iniziale, ma va valutato anche considerando i successivi effetti a risparmio rispetto alla pensione ordinaria.
Nel 2025 la spesa pensionistica previdenziale complessiva italiana è stimata in circa 350,2 miliardi di euro, pari a circa il 15,9% del PIL. (Fonte: dato di previsione riportato nei documenti parlamentari di finanza pubblica -Dossier nr.10 Senato della Repubblica XIX legislatura)
Gli oneri complessivi riconducibili a Opzione Donna nel 2025 sono nell’ordine di 735 milioni di euro.
👉 Significa circa lo 0,21% della spesa pensionistica previdenziale nazionale.
Detto in modo ancora più semplice: circa 2,1 euro ogni 1.000 euro di spesa pensionistica.
I dati ufficiali mostrano che l’incidenza è stata molto contenuta e, soprattutto, è diminuita negli ultimi anni per effetto delle restrizioni all’accesso imposte a partire dal 2023: le nuove pensioni Opzione Donna sono passate da:
➡️ 26.427 nel 2022 ➡️ 12.763 nel 2023 ➡️ 4.784 nel 2024 ➡️ 3.860 nel 2025.
La normativa varata dal Governo Meloni ha progressivamente ristretto la platea: l’Opzione Donna prevista per il 2025 ha riguardato le lavoratrici che hanno maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2024 e che sono rientrate nelle condizioni limitative previste dalla legge modificata.
Altro dato da considerare: tra le pensioni Opzione Donna liquidate nel 2025, oltre 8 su 10 sono sotto i 1.500 euro lordi mensili.
Quanto pesa Opzione Donna sulla spesa pensionistica italiana?
📌 Quindi se la riflessione è “quanto pesa Opzione Donna sulla spesa pensionistica italiana?” la conclusione è che l’ordine di grandezza è centesimi di punto percentuale, non percentuali intere.
E allora la domanda alla politica resta aperta:
quanto costa davvero Opzione Donna allo Stato e quanto costa, invece, alle donne che da anni chiedono una possibilità di flessibilità in uscita dal lavoro, spesso dopo carriere discontinue,licenziamenti, carichi di welfare familiare quotidiano non considerati, salari e pensioni più bassi, questa attesa senza alcuna risposta, alternativa ed attenzione?
Le Donne italiane che sono oggi in grave difficoltà valgono uno 0,.. della spesa pubblica nazionale?
Redatto da: Comitato Opzione Donna Social
(#OpzioneDonna #Pensioni #Previdenza #Donne #Lavoro #PensioniDonne #INPS #Politica #ilcodsnondemorde #ridateciopzionedonna)
Alla luce dei dati letti, ci domandiamo, siamo davvero convinti che Opzione donna non sarebbe sostenibile o é l’ennesima scusa, quella dei conti, dietro cui si cela una politica che ha espressamente deciso di voltare le spalle alle donne?
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E’ Fantastico, ognuno pensa per se. Sono riusciti a dividere anche i sessi
Anzitutto, da quel che ho sentito dai telegiornali, il peso di opzione donna sui conti pubblici è stato di circa 5 miliardi dal 2021 ad oggi, ben più dei 6 miliardi in 10 anni millantati da questo sito. Stiamo parlando di circa un miliardo all’anno, altro che.
E ovviamente, il costo si moltiplicherebbe a non finire man mano che il contributivo prenderà il posto del retributivo, perchè è chiaro che, a quel punto, ogni lavoratrice pretenderebbe di andare in pensione con opzione donna, non semplicemente qualche decina di migliaia di persone come è stato finora.
In secondo luogo, se tutto ciò che di bene dite riguardo a opzione donna fosse realistico (cioè costo irrisorio per le casse dello Stato), a maggior ragione la stessa cosa dovrebbe valere ancor di più per l’uscita a 64 anni col contributivo proposta dalla Lega.
Come mai, allora, voi pretendereste che milioni di donne andassero in pensione a 58 anni, mentre, viceversa, non concepite che possa esistere la libertà per tutti di andare in pensione a 64 anni?
Si tratta di una contraddizione in termini, chiaramente. Un “non senso”!
E’ ovvio che voi mentite sapendo di mentire. Come ho detto più volte, siete letteralmente obnubilati dall’ideologia femminista sempre più imperante in Occidente.
La verità è che opzione donna costituisce un “absurdum” che non ha eguali in nessun paese al mondo. Ipotizzare che 30 milioni di donne possano, nel 2026, andare in pensione a 58 anni (o anche a 60 o 62) è una follia inenarrabile, una cosa da far ridere i polli (se non ci fosse, invece, da piangere, purtroppo).
In realtà il passaggio al contributivo rafforza l’argomento della flessibilità, non quello del divieto. Se una persona accetta una pensione più bassa, perché dovrebbe essere obbligata ad aspettare i 67 anni? Si può discutere se la possibilità debba valere solo per le donne o per tutti, ma parlare di “follia” e di “30 milioni di donne in pensione a 58 anni” non è un argomento: è un’esagerazione retorica.
Ma infatti, Don. La follia non è certamente quella di dare a tutti, uomini e donne, la possibilità di andare in pensione col contributivo a 64 anni. Anzi, sarebbe ottima cosa.
L’assurdità è invece quella di chi, ancora nel 2026, pretende che metà della forza lavoro italiana (cioè le sole donne) abbiano la facoltà di andare in pensione a 58 anni, nel momento in cui, invece, gli uomini sono costretti, giocoforza, a lavorare fino a 67 anni, cioè ben 9 anni in più rispetto alle donne! E’ qui che sta l’assurdità, o meglio l’ingiustizia! Troppo comodo! Mi spiace, ma io, in quanto uomo, non ci sto!
Pertanto, dal momento che chiedere al governo di riportare l’età del pensionamento a 58 anni è assolutamente impossibile per motivi di bilancio, l’unica alternativa realisticamente fattibile è quella proposta dalla Lega: concedere a tutti, uomini e donne indistintamente, la possibilità di andare in pensione a 64 anni col sistema contributivo. Però, senza il paletto dell’importo minimo richiesto di 3 volte l’assegno sociale, perchè in tal caso l’80 per cento dei cittadini non potrebbero usufruire di questa possibilità.
Caro Pietro, ma ti sei chiesto perchè mettono la regola delle 3 volte la minima? Semplice: questa proposta è il classico specchietto per le allodole; perchè la fanno? sia per fregare anni di retributivo, sia per fregare una bella cifra di tfr; ma soprattutto per impedire tanti pensionamenti; saluti a te e ai gestori del sito
👍
https://lavoce.info/archives/112974/pensione-a-64-anni-strumenti-sbagliati-per-scopi-giusti/
Non vorrei sbagliare.
Ma la proposta del Governo, non quella correttiva dell’articolo citato a me parrebbe una specie di: nuova Opzione Donna e/o a questo punto una: Opzione Donna/Uomo.
SI o NO!
Wal, da quel che si è capito, la proposta della Lega ha come oggetto la possibilità per tutti (uomini e donne) di andare in pensione a 64 anni con conteggio interamente contributivo degli anni di lavoro e un minimo di 25 anni di contribuzione. Ma il grosso problema, che diventa un vero e proprio impedimento per la maggioranza dei lavoratori, è che questa uscita volontaria a 64 anni non è incondizionata, cioè non è purtroppo libera per tutti. Per poter uscire dal lavoro a 64 anni devi necessariamente aver maturato, al momento del pensionamento, un importo pensionistico mensile di almeno 1632 euro lordi. E’ questo il grosso ostacolo, Si tratta di una soglia che non molti lavoratori riusciranno a raggiungere. Pertanto, questa flessibilità in uscita a 64 si presenta più come una chimera che come una realtà fattiva. Diciamo pure che si tratta di un vero e proprio imbroglio, uno specchietto per le allodole.
Francesco, la tua osservazione è corretta.
Per un lavoratore seppure con una carriera continua in un settore diffuso come quello manifatturiero privato, raggiungere quella soglia è diventato quasi impossibile.
Per come questa misura, pare sia strutturata, è fortemente selettiva e di fatto taglia fuori la stragrande maggioranza degli operai e degli impiegati dei settori produttivi italiani (come il CCNL Metalmeccanici), lasciando l’accesso quasi esclusivamente a quadri, dirigenti o/a determinati settori di CCNL: Chimico-Farmaceutico, Petrolifero ed Energia e quelli finanziari e bancari.
Vantare, a titolo di esempio, una anzianità di 40 anni complessivi (35 anni al 5° livello + 5 anni al 4° livello) il traguardo resta difficilmente raggiungibile, in assenza di: premi produzione continui, straordinari o superminimi individuali.
Se ipotizziamo infatti una carriera continuativa di 40 anni con una RAL media rivalutata più generosa grazie agli scatti di anzianità ipotetici di circa 29.000 Euro lordi costanti come media della vita lavorativa.
Il Montante Contributivo dato da 40 anni di versamenti al 33% ci porterebbe seppur indicativamente a una pensione lorda nell’intorno di 1.525 Euro mensili, quindi non sufficiente nel caso di un uomo o di una donna che non possa ricorrervi con “sconti” dovuti alla maternità e/o da integrare con parte di TFR.
NB) È una valutazione sommaria, veloce, fatta con la I.A. quindi prendiamola per quella che è.
SI, ma il vero punto non è tanto l’età di 64 anni, ma quanti riusciranno davvero a superare la soglia minima richiesta per l’assegno pensionistico. Per molti lavoratori, come dice anche Francesco, con redditi medi o carriere discontinue il problema potrebbe restare quello oltre alla penalizzazione del tutto contributivo.
E cosa ho detto con la “ipotetica simulazione se a 64 anni non raggiungi quel dato”devi attendere altre soluzioni ovvero raggiungere la anticipata a 63 o prima.
caro Wal, al di la dell’intelligenza artificiale c’è quello studio al quale tu ci hai indirizzato circa 10 giorni fa che è molto esaustivo e recita all’incirca così: 30000 euro lordi all’anno, tantissimi contributi, non entri nemmeno con l’uso di tutto il tfr; a 50000 euro all’anno, tantissimi contributi devi usare il tfr; a 70000 euro all’anno tantissimi contributi non usi il tfr; quindi? solo per pochi; parafrasando sul personale scolastico forse i Dirigenti Scolastici; saluti a te e ai gestori del sito
Rana bollita… ti danno la possibilta’ di scelta all’ inizio poi la imporranno a tutti come soluzione inevitabile
Finestra di Overton…
vedete, e l’ho detto decine di volte, il sistema , al di là di tutto, c’è: e l’anno prossimo si vota: chi prima l’ha snaturata e poi l’ha completamente eliminata ha un nome: MELONI; se pensate che dando il voto a Vannacci vada meglio non sarà così; quindi? l’alternativa è dall’altra parte; poi ognuno faccia quello che crede; saluti a voi e ai gestori del sito e tenete duro
Il conto della serva
Premesse:
– La stragrande maggioranza di titolari di pensione ai superstiti è di sesso femminile (circa l’88-90% del totale).
– La longevità delle donne le porta a sopravvivere a mariti e garantisce loro importi medi delle pensioni di reversibilità superiori a quelle degli uomini a causa del divario retributivo di genere in vita a favore degli uomini.
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– La differenza media di età nelle coppie uomo/donna è all’incirca di 4 anni in meno a favore delle donne.
– Le donne vivono mediamente 4 o 5 anni in più rispetto agli uomini.
Il conto in funzione delle premesse:
Dato che la legge Dini ha ormai spento 31 candeline quando Opzione Donna raggiunge le 58 originarie ti permetterebbe di pensionarsi se in possesso di 35 anni di contribuzione.
Ne deriva che, allo stato attuale, il montante pensionistico conterrà contributi per: 4 anni (retributivi) e 31 (contributivi).
Il taglio della pensione dovuto a questa Opzione non sarà, al giorno d’oggi, influenzato pesantemente dal “ricalcolo” di una quota retributiva ma quasi interamente dovuto all’uscita anticipata e ai coefficienti di trasformazione per l’età di 58 anni.
Quando una/o vedova/o percepisce una propria pensione diretta relativamente bassa e i redditi personali totali di chi è il superstite rimangono al di sotto di 3 volte il trattamento minimo (per il 2026, la soglia è di 23.862,15 € lordi annui) nasce un paradosso.
Chi dovesse cadere o volere questa situazione non superando questi scaglioni di reddito previsti per i tagli alla reversibilità, manterrà integra la quota spettante (solitamente il 60% della pensione del venuto a mancare).
Sulla reversibilità si applicano infatti i tagli progressivi secondo la seguente tabella.
Nessun taglio: se il reddito personale è inferiore a 3 volte il trattamento minimo INPS.
Taglio ulteriore del 25%: per redditi tra 3 e 4 volte il minimo.
Taglio ulteriore del 40%: per redditi tra 4 e 5 volte il minimo.
Taglio ulteriore del 50%: per redditi superiori a 5 volte il minimo
A livello strettamente finanziario si tratterebbe di un “mancato taglio”:
Quei denari che la ipotetica donna (dato che parliamo di una sua opzione) ha perso in una quota parte della propria pensione le permetterà nel tempo di non ridurre la quota di reversibilità che il marito ha maturato autonomamente con la sua storia lavorativa.
Dal punto di vista di una pianificazione finanziaria di “nucleo familiare” se vista sul lungo periodo, ha il fulcro del ragionamento su di un “mancato taglio” del 25% (o più) sulla reversibilità del marito trasformandosi in un beneficio economico prolungato per molti anni. (per 10, 15 o 20 anni di vedovanza).
La cifra totale di taglio risparmiata ammortizza e spesso supera ampiamente gli eventuali denari lasciati sul tavolo nei primi anni a causa dell’uscita anticipata.
Questi conti della serva se li sappiamo fare quali pensionati, a maggior ragione li sa fare la matematica attuariale più la premier Meloni.
Sauti
Bravi votate Furfaro, Fratoianni, Bonelli ; Renzi che vedete come vi aumentano subito le tasse. Spero per tutti noi che non vinca la sinistra altrimenti altro che mani al portafoglio dobbiamo mettere con le asssurde regole green e con la patrimoniale tanto amata dal popolo di sinistra. Se vincesse la sinistra sinistra sarebbe un buon motivo per emigrare all’estero. Io rispetto ad altri non dico chi votare ma dico pensateci bene per non pentirvi, anche se sono convinto che con tutte le divisioni al loro interno il famoso campo largo durerebbe forse un anno.
Forse, il mondo che avanza, è questo:
https://www.nuovogiornalenazionale.com/gli-installati-i-rivendicativi-e-i-radicati-tre-eserciti-in-guerra/
Conti alla mano, ufficializzati da INPS ed ISTAT, ovviamente ben conosciuti dall’Esecutivo in carica, le Donne italiane che sono oggi in grave difficoltà, valgono rispetto alla spesa previdenziale nazionale lo zero%
Le donne meritano Od per tutte le cure prestate nel corso di quasi l’intera vita. E se proprio vogliamo fare un paragone tra costi e benefici, dato che il peso di OD sulla previdenza pubblica è così irrisorio e che il maggior tempo a disposizione goduto dalle donne con OD, sicuramente in gran parte verrebbe riversato sulle cure famigliari a vantaggio di tutta la collettività perché a costo zero, alla fine dei conti la bilancia è sicuramente positiva. Non concedere OD pone l’obbligo al Governo a mettere mano al welfare, sia per offrire servizi di asili nido e dopo scuola a meno che non si voglia far crollare del tutto la natalità (i bonus estemporanei non hanno alcun effetto), sia per rafforzare i servizi a favore degli anziani che sono in aumento e che non possono permettersi l’assistenza privata e questi ultimi saranno sempre di più visto il calo degli assegni pensionistici.
💖 Grazie Orietta Armiliato, Rosalba Guadagna e Erica Venditti 💖
per il Vostro Tempo.
Ottimo Articolo e basato, conoscendo le Vostre Competenze su dati veritieri e ragionati approfonditamente, e su Fonti Attendibili.
Come si potrebbe fare, a parte i Social, a diffondere questa Analisi,
oltre ai vari Soggetti implicati attualmente nella LdB anche alle Opposizioni e ai Sindacati e a Organi di Informazione?
Possibile che non ci sia una maniera Diretta e Istituzionale Ufficiale Riconosciuta per Legge a far notare che OD non pesa sui Costi Previdenziali
come dicono i Soggetti Istituzionali attualmente preposti al Tema Previdenza e Pensioni e Finanze dal 2022?
Dimostrando con le Cifre e Numeri che, spesso, Chi dovrebbe tenerne conto tratta in maniera superficiale
e “tanti saluti” e
beffeggiando le Donne che hanno creduto alle Promesse Pre Elettorali del 2022?
Grazie 🙏
Elena Facincani
Iscritta Comitato Opzione Donna Social
Le donne meritano Od per tutte le cure prestate nel corso di quasi l’intera vita. E se proprio vogliamo fare un paragone tra costi e benefici, dato che il peso di OD sulla previdenza pubblica è così irrisorio e che il maggior tempo a disposizione goduto dalle donne con OD, sicuramente in gran parte verrebbe riversato sulle cure famigliari a vantaggio di tutta la collettività perché a costo zero, alla fine dei conti la bilancia è sicuramente positiva. Non concedere OD pone l’obbligo al Governo a mettere mano al welfare, sia per offrire servizi di asili nido e dopo scuola a meno che non si voglia far crollare del tutto la natalità (i bonus estemporanei non hanno alcun effetto), sia per rafforzare i servizi a favore degli anziani che sono in aumento e che non possono permettersi l’assistenza privata e questi ultimi saranno sempre di più visto il calo dell’ammontare delle pensioni.
Io membro del Comitato OPZIONE DONNA insieme a tutte le altre Donne del gruppo chiediamo di essere ascoltate affinché venga reintegrata OPZIONE DONNA le Istituzioni non POSSONO e non DEVONO ignorarci, non siamo ” pezze” da accantonare quando non serviamo più – reinserite OPZIONE DONNA nella nuova LB nn chiudeteci la porta in faccia ancora una volta, basta
questo stillicidio
Ritengo che l eliminazione di OPZIONE DONNA sia una scelta puramente politica dettata da una dx misogina in primis che ha dirottato le risorse destinate all opzione ad altro di loro interesse…le donne e le loro necessità, bisogni,problemi non gli interessano…ci hanno detto chiaro e tondo di arrangiarci…ora …nelle urne…noi donne…lo diremo a loro….si arrangino…noi voteremo, altro da loro ,SICURAMENTE!!!!!!
Sono un uomo e sostengo senza esitazioni la causa di Opzione Donna. Se il suo peso sulla spesa pensionistica è davvero così contenuto, allora continuare a negarla sembra più una scelta politica che una necessità economica. Le donne meritano rispetto, riconoscimento e strumenti adeguati per affrontare la pensione dopo anni di lavoro e sacrifici spesso invisibili. Solidarietà a tutte voi. 💐
In effetti per 18 anni vari governi di diversa composizione hanno sempre mantenuto in essere la vera Opzione Donna, poi quando abbiamo avuto una premier donna …per assurdo ha tolto alle donne questa possibilità…davvero incomprensibile, visto che in percentuale pesava poco sulla spesa pensionistica…
La ringrazio per le sue parole e per essere vicino a tutte noi.
Buona serata
Ciao Don.
Se non erro , il patto originale tra lo Stato e le lavoratrici, nato nel 2004 con la legge Maroni, si basava su presupposti del tutto diversi rispetto a quelli odierne.
A quel tempo, l’età per la pensione di vecchiaia delle donne era fissata a 60 anni.
Lo Stato proponeva un baratto chiaro: permetteva l’uscita anticipata a 57 o 58 anni in cambio del passaggio al più severo metodo contributivo.
Si trattava di un anticipo di appena due o tre anni rispetto alla scadenza naturale, eppure il taglio sull’assegno – allora quasi interamente calcolato sul vantaggioso sistema retributivo – superava stabilmente il 30%.
Negli anni successivi, lo Stato ha progressivamente spostato in avanti i paletti della vecchiaia ordinaria, equiparando donne e uomini e portandola per tutti a 67 anni.
Di fronte a questo drastico allungamento della vita lavorativa, la logica avrebbe voluto che anche l’età di uscita di Opzione Donna venisse gradualmente adeguata e traghettata verso l’alto (magari a 61 o 62 anni), in modo da mantenere intatto lo spirito originario di quella valvola di sfogo.
In anni recenti, invece di aggiornare strutturalmente il meccanismo, si è preferito lasciarlo congelato a 58/60 anni, inserendo solo barriere d’accesso farraginose e discriminatorie legate al numero dei figli e a specifiche condizioni di svantaggio.
Questo ha fatto sì che il divario originario con la vecchiaia ordinaria si allargasse fino a diventare un baratro di nove anni.
Quando i tecnici dello Stato si sono accorti che pagare una pensione per quasi un decennio in più a chi aveva carriere ormai quasi interamente contributive per natura non era più sostenibile, hanno usato la scusa dei conti in rosso per azzerare la misura.
Lo Stato ha preferito sopprimere del tutto lo strumento anziché prendersi la responsabilità di adeguarne i requisiti anagrafici, a differenza di altri Paesi europei che hanno saputo tutelare il lavoro femminile attraverso riforme strutturali e il riconoscimento di contributi figurativi legati alla maternità.
Saluti