Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato l’elaborato redatto da Guadagna ed Armiliato relativamente alle stime di spesa su Opzione donna, l’articolo ha avuto moltissimo seguito nei commenti, al punto che vedendo molte considerazioni anche di pregio tra i nostri lettori (Pietro, Wal, Don ed altri) ho interpellato il nostro esperto previdenziale il Dott. Perfetto al fine di chiedergli una visione il più oggettiva possibile delle considerazioni fin qui racconte sulla tematica Opzione donna. L’elaborato che ha prodotto consta di due parti entrambe molto interessanti che verranno pubblicate in modo consecutivo al fine di dare una panoramica generale ai lettori senza appesantire la lettura. Di seguito la prima parte:
Opzione donna: considerazioni del Dott. Perfetto sui conti pubblici
“Quando si interviene su misure di natura previdenziale, è giocoforza tenere in debita considerazione due fattori di natura demografica: denatalità, e invecchiamento della popolazione.
I due fattori citati producono effetti nel cosiddetto “lungo periodo”, e tali effetti esercitano una forte influenza sulla sostenibilità del sistema previdenziale nel lungo periodo.
Ma cosa si intende di preciso con il termine “lungo periodo”?
Per la Ragioneria Generale dello Stato (RGS – Dipartimento del Ministero dell’Economia e delle Finanze con a capo il Ministro Giancarlo Giorgetti) il “lungo periodo” va dal 2026 al 2070 (FONTE: “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario”, Rapporto n. 27, anno 2026, Tab 1.3.a, pag. 45).
Chi oggi aspira ad andare in pensione non guarda di certo al lungo periodo 2070! E nemmeno guarda al medio periodo 2046! Ma guarda invece al brevissimo periodo 2027. E ai nostri tempi i costi di Opzione Donna si rivelano – conti alla mano – sostenibili: “Nel 2025 la spesa pensionistica previdenziale complessiva italiana è stimata in circa 350,2 miliardi di euro, pari a circa il 15,9% del PIL. Gli oneri complessivi riconducibili a Opzione Donna nel 2025 sono nell’ordine di 735 milioni di euro.” (FONTE: Pensionipertutti, “Opzione donna: 6,1 mld in 10 anni, ma quanto pesa davvero sui conti pubblici?”, di Erica Venditti, 28 Settembre 2026).
E allora: è davvero il peso sui conti pubblici la ragione della mancata riconferma di Opzione Donna?
Si direbbe di no. Non è una questione di contabilità nazionale, vista la ristretta platea potenziale di lavoratrici che potrebbero aderire a Opzione Donna (dell’ordine di poche migliaia, 3.860 lavoratrici nel 2025 e al costo di 735 milioni di euro, come riportato nell’articolo di Erica Venditti sopra menzionato).
C’è chi potrebbe obiettare (Pietro) “se tutto ciò che di bene dite riguardo a opzione donna fosse realistico (cioè costo irrisorio per le casse dello Stato), a maggior ragione la stessa cosa dovrebbe valere ancor di più per l’uscita a 64 anni col contributivo proposta dalla Lega.”. L’obiezione è di fatto corretta, dal momento che, come per Opzione Donna, anche l’uscita a 64 anni proposta dalla Lega è caratterizzata da requisiti stringenti, sebbene le simulazioni indichino una platea di potenziali aderenti in numero più elevato rispetto alla platea di Opzione Donna: 80.000 uscite ogni anno per tre anni (durata sperimentale della misura) al costo di 1,5 miliardi di euro all’anno (FONTE: Pensionipertutti, “Riforma pensioni 2027, svolta sui 64 anni: fino a 80mila uscite, cosa cambierà?”, di Stefano Rodinò, 11 Settembre 2026).
C’è chi replica appellandosi al principio della libera scelta (Don), affermando: “In realtà il passaggio al contributivo rafforza l’argomento della flessibilità, non quello del divieto. Se una persona accetta una pensione più bassa, perché dovrebbe essere obbligata ad aspettare i 67 anni?” Il principio della libera scelta è stato ribadito più volte nelle Proposte di Legge (PdL) presentate alla Camera dei Deputati, a partire dalla PdL 857 del 2013, a prime firme di Damiano-Baretta-Gnecchi, dal titolo “Disposizioni per consentire la libertà di scelta nell’accesso dei lavoratori al trattamento pensionistico”. Il principio della libera scelta è stato ribadito nella PdL 1170 dall’On. Rizzetto nel 2018 in “Disposizioni concernenti l’introduzione di un sistema flessibile per l’accesso al trattamento pensionistico”. Con gli anni, la libertà di scegliere se aderire o meno al pensionamento anticipato (rispetto a quello di vecchiaia a 67 anni) è divenuta applicabile a platee di lavoratori e lavoratrici sempre più ristrette, perché caratterizzate da requisiti sempre più stringenti.
C’è chi riflette su dati di natura demografica (Wal): “La stragrande maggioranza di titolari di pensione ai superstiti è di sesso femminile (circa l’88-90% del totale). La longevità delle donne le porta a sopravvivere a mariti e garantisce loro importi medi delle pensioni di reversibilità superiori a quelle degli uomini a causa del divario retributivo di genere in vita a favore degli uomini. La differenza media di età nelle coppie uomo/donna è all’incirca di 4 anni in meno a favore delle donne. Le donne vivono mediamente 4 o 5 anni in più rispetto agli uomini.”
I dati riportati nella riflessione di poc’anzi riguardanti la longevità delle donne – che risulta essere maggiore di quella degli uomini – collimano con le proiezioni riportate nelle Piramidi demografiche relative alla popolazione italiana negli anni 2027 e 2070. L’equilibrio del sistema previdenziale viene valutato entro l’arco di quarant’anni, perché è dopo quarant’anni che una determinata misura pensionistica rivela i suoi effetti. Nelle proiezioni relative all’andamento della popolazione si tengono conto di diversi fattori, tra cui: andamento delle nascite, invecchiamento della popolazione, flussi migratori in entrata e in uscita.
Fin qui sono state espresse riflessioni su Opzione Donna – tutte condivisibili – che spaziano dai conti pubblici, alla libera scelta dei lavoratori e delle lavoratrici, alla maggiore longevità delle donne rispetto agli uomini.
A tali riflessioni si aggiungono quelle (determinanti) delle Istituzioni, tra cui le riflessioni della Corte dei Conti.
Per comprendere la ragione della mancata riconferma di Opzione Donna, occorre allora conoscere la valutazione della Corte dei Conti“
Di questo aspetto ne parleremo nella seconda parte dell’elaborato che pubblicheremo domani, intanto ringraziamo anche i nostri lettori che ci hanno permesso con le loro osservazioni puntuali, alcune riprese dallo stesso Perfetto, di fare il punto su alcuni aspetti fondamentali e di apriere un dibattito che pare interessare molte persone e non solo la platea femminile. Ringraziamo sempre per la precisione e la disponibilità il nostro esperto previdenziale che ci permette sempre di pubblicare analisi puntuali ed oggettive.
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C’è un’altra considerazione molto importante da fare, direi anzi determinante. Le uscite dal lavoro con opzione donna sono state si’, finora, poche decine di migliaia, ma unicamente perché il conteggio contributivo anche degli anni in cui le donne avevano lavorato in regime retributivo le scoraggiava. Ma nel momento in cui il sistema di conteggio retributivo degli anni di lavoro sarebbe completamente scomparso (ossia nel giro di pochissimi anni ancora), e’ ovvio che le lavoratrici che sarebbero andate in pensione con opzione donna sarebbero state tutte, cioè svariati milioni. Infatti, a quel punto opzione donna si sarebbe trasformata in un vero e proprio pensionamento di vecchiaia anticipato a 58 anni (o 60 nella peggiore ipotesi) anziché ai 67 degli uomini. E’ chiaro che il tutto sarebbe diventato insostenibile per le casse dello Stato, e nel giro di pochissimo tempo. Mantenere una misura come opzione donna sarebbe stato obiettivamente impossibile per tutte queste ragioni.
L’articolo si inizia mettendo in evidenza due fattori critici di natura demografica che influenzano le misure previdenziali: denatalità e invecchiamento della popolazione.
Tradotto in termini previdenziali: sempre meno lavoratori che verseranno contributi, e sempre più pensionati che percepiranno pensioni per tempi più lunghi.
Il sistema previdenziale attuale è in grado di autoregolarsi, grazie ad una serie di parametri (tra cui “speranza di vita” e “coefficiente di trasformazione”) che tendono ad equilibrare i flussi in entrata (contributi previdenziali) e i flussi in uscita (importi pensionistici).
Per mantenere in equilibrio i flussi in entrata e i flussi in uscita occorre necessariamente che si lavori sempre più a lungo.
Se solo si cominciasse a pensare di inserire nel novero della forza lavoro anche quella robotica (robot e IA), si farebbe già un primo passo in avanti, poiché si eliminerebbe il problema della denatalità, in quanto i lavoratori umani mancanti verrebbero rimpiazzati con i lavoratori digitali (robot e IA).
Rimarrebbe da risolvere il problema dell’invecchiamento della popolazione, ovvero il problema di finanziare le pensioni per periodi di tempo più lunghi.
E qui si ricorre all’autofinanziamento: affiancare alla pensione obbligatoria la pensione complementare basata sul TFR.
È la sola soluzione questa? NO. Oltre a tale soluzione “analogica” (per così dire) del TFR ce n’è un’altra di soluzione, ed è la soluzione “digitale” (per così dire), quella proposta dal Dott. Stefano Bacchiocchi – commercialista di Brescia e docente presso l’Università degli Studi di Brescia – denominata “Contributo Automazione“. Bacchiocchi ha presentato la proposta in Senato il 25 settembre 2025, e dalle sue stime il contributo automazione potrà fruttare 8 miliardi l’anno da chi sostituisce lavoro con macchine (FONTE: https://www.futuroprossimo.it/2026/01/contributo-automazione-la-proposta-italiana-per-evitare-il-disastro-ai/).
Questo è un secondo passo in avanti. Si potrebbe anche estendere l’idea di Bacchiocchi da “chi sostituisce il lavoro con le macchine” ad una forma di contributo automazione basata sull’indice di digitalizzazione dell’impresa (inserendo quindi le imprese che utilizzano casse automatiche, assistenti virtuali, e quant’altro senza necessariamente incorrere nella sostituzione di persone con le macchine).
Per le aziende non cambierebbe proprio nulla. Il prelevamento verrebbe effettuato attingendo direttamente all’IRES che le imprese già pagano. La differenza consiste in questo: quella parte di IRES generata dall’automazione che si concretizzerebbe come “extra profitto” generato dall’automazione verrebbe classificata sotto la voce “contributo automazione” e quindi confluirebbe verso il sistema previdenziale anziché verso la fiscalità generale.
Come tutte le cose, anche la tecnologia digitale ha luci ed ombre: da un lato minaccia i posti di lavoro, dall’altro favorisce il pensionamento dei lavoratori.
é una questione di matematica: la vecchia opzione donna senza i requisiti stringenti a partire dal l’avvento al governo della destra con il cambio dei requisiti mi pare dal 2023 prevedeva: 35 anni di contributi e 58 anni d’età; in una situazione nella quale allora era attivo il sistema contributivo dal 1995 era troppo; allo Stato quel trattamento ” non valeva più la candela”; certo “penalizzazione” ma tu dovevi dare una pensione a persone di 58 anni comunque; rapportiamo agli uomini; dopo la parentesi quota 100 i numeri si sono alzati prepotentemente e a 65 anni con 40 di contributi non hai NULLA; SI POTEVA DARE UNA PENSIONE A 58 E 35 E NON DARLA A 65 E 40; così hanno deciso di non darla a nessuno salvo casi estremi che adesso sono stati pure tolti; quelle poche persone dei casi estremi avevano diritto di averla e gliel’hanno tolto il diritto; ricordatevi alle prossime elezioni ; mi raccomando votate vannacci ………sto scherzando…… c’è il peggio e il meno peggio; saluti ai gestori del sito