Pensioni 2021, ultime al 13 gennaio: ultime da Giuliano Cazzola, l’editoriale

Riforma Pensioni, l'editoriale di Cazzola

Da molti decenni è in vigore un meccanismo che, in linea generale, prevede l’indicizzazione piena solo per le quote di pensioni più basse e una parziale per le quote di pensioni superiori. Sulle indicizzazioni ci sono stati molti interventi, spesso contradditori e con l’unico scopo di produrre risparmi di sistema che però non hanno mai avuto una finalizzazione di sostegno al sistema delle pensioni; in alcuni periodi le pensioni non hanno ricevuto alcuna perequazione mentre in altri le prestazioni hanno subito differenti indicizzazioni che hanno tuttavia prodotto una riduzione strutturale e non più recuperabile nel valore delle prestazioni; per questo la Suprema Corte e la Cassazione si sono espresse negativamente verso questi provvedimenti.

2007 e anni precedenti – Indicizzazione al 100% del costo vita sulla quota di pensione fino a 3 volte il trattamento minimo (fino a 1.382,91 euro lordi mensili); 90% sulla quota di pensione compresa tra 3 e 5 volte il trattamento minimo (da 1.382,92 a 2.304,85 euro lordi mensili): 75% sulla quota di pensione superiore a 5 volte il trattamento minimo (da 2.304,86 euro lordi mensili).

2009-2010 – Indicizzazione al 100% del costo vita sulla quota di pensione fino a 5 volte il trattamento minimo (fino a 2.217,80 euro lordi mensili del 2009 e 2.288,80 euro del 2010); 75% sulla quota di pensione superiore a 5 volte il trattamento minimo (da 2.217,81 euro lordi mensili del 2009 e da 2.288,81 euro nel 2010).

2011 – Terminato il triennio previsto di ampliamento della quota di pensione coperta integralmente dall’inflazione, si torna alla situazione del 2007.

2012-2013 – Il governo Monti, con la manovra “salva Italia” di fine 2011, blocca la perequazione per le pensioni d’importo superiore a 3 volte il minimo per gli anni 2012 e 2013. Indicizzazione al 100% del costo vita sulla quota di pensione fino a 3 volte il trattamento minimo (fino a 1.405,05 euro lordi mensili nel 2012, e 1.443 nel 2013). Le pensioni di importo superiore a 3 volte il minimo non ricevono alcuna rivalutazione

2012-2016 – Il d.l.65/2015 convertito in l.109/2015, emanato in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il “blocco” dell’indicizzazione per il biennio 2012/2013 delle pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo, ha sostanzialmente riformulato le regole come segue.

Dal 2017 avrebbe dovuto essere ripristinata l’indicizzazione precedentemente in vigore, ossia indicizzazione al 100% del costo vita sulla quota di pensione fino a 3 volte il trattamento minimo; 90% sulla quota di pensione compresa tra 3 e 5 volte il trattamento minimo; 75% sulla quota di pensione superiore a 5 volte il trattamento minimo ma la legge di Stabilità 2016 l.208/2015 ha prorogato il regime provvisorio in vigore nel 2015 a tutto il 2018.

Indicizzazione delle pensioni per il 2017 – L’indice Istat dell’inflazione 2016 è risultato negativo e pertanto dal 01/01/2017 non è stata riconosciuta alcuna rivalutazione delle pensioni, quindi nessun aumento dell’assegno Inps. Inoltre, poiché l’indice di inflazione provvisorio per la rivalutazione delle pensioni nel 2015 era stabilito nello 0,3%, ma è stato definitivamente fissato dall’Istat allo 0,2%, dal 01/01/2016 le pensioni si sarebbero dovute ridurre di quanto corrisposto in più nel 2015,cioè lo 0,1%. Per evitare una rivalutazione negativa, la legge di stabilità 2016 ha previsto che a gennaio fossero posti in pagamento gli importi “corretti” sulla base dell’inflazione definitiva 2014,ma senza alcuna trattenuta riferita al 2015. Il conguaglio si sarebbe dovuto effettuare nel 2017,cosa che non è avvenuta. Il termine del conguaglio (grazie alla c.d. legge Milleproroghe) è slittato al 2018.

Pensioni ultime news: Rivalutazione delle pensioni per il 2018

Sulla base del decreto interministeriale MEF e MLPS del 20/11/2017 che recepisce il dato relativo al tasso di inflazione comunicato dall’Istat nei primi nove mesi del 2017, le pensioni dopo due anni di indicizzazione pari a zero a partire dal 01/01/2018 saranno rivalutate all’1,1% per recuperare la perdita del potere d’acquisto registrata nel 2017. Il meccanismo d’indicizzazione, penalizzante rispetto a quello ordinario previsto dalla l.388/2000 (100% fino a tre volte il minimo; 90% sulla parte di pensione tra 3 e 5 volte il minimo e 75% sulla restante parte di pensione) è quello introdotto dalla l.147/2013 dal 01/01/2014 e prorogato dalla l.208/2015 fino al 31/12/ 2018, riducendo rispetto al passato l’indicizzazione al costo della vita per le pensioni di importo medio-alto. Una misura che, nonostante le sentenze, resta iniqua perché colpisce soprattutto le pensioni di chi i contributi li ha versati veramente e che a causa delle norme che si sono susseguite in questi ultimi 20 anni, ha perso quasi il 20% del potere d’acquisto.

Pertanto nel 2018 solo le pensioni d’importo fino a 3 volte il trattamento minimo si rivaluteranno al 100% dell’inflazione stimata dell’1,1%; quelle d’importo superiore e sino a 4 volte il trattamento minimo sarà riconosciuto il 95% del predetto adeguamento (cioè la rivalutazione effettiva sarà dell’1,045%); per quelle di importo superiore e sino a 5 volte il minimo l’adeguamento sarà pari al 75%, quindi la rivalutazione effettiva sarà pari allo 0,825% rispetto al valore del 2017); adeguamento che scende al 50% (+0,55% effettivo rispetto al 2017) per i trattamenti pensionistici complessivamente superiori a 5 volte il minimo e al 45% per i trattamenti superiori a 6 volte il trattamento minimo Inps (l’incremento effettivo in questo ultimo caso sarà così dello 0,495% rispetto al 2017). Per una pensione di mille euro al mese l’aumento sarà pari a circa 110 euro l’anno (8,5 € mese per 13 mensilità). Attenzione però perché la citata legge ha un risvolto penalizzante per le pensioni oltre le 6 volte il minimo (circa 3.045 € lordi quindi circa 2.000 euro netti, non proprio una pensione d’oro). La rivalutazione infatti continuerà a essere applicata per fasce complessive di importo e non per scaglioni, il che significa che la citata pensione di 3.050 euro verrà rivalutata interamente dello 0,495 e non per scaglioni. Solo dal 2019, si spera si tornerà alla originaria indicizzazione meno penalizzante per gli assegni medio alti prevista dalla l.388/2000. Questi adeguamenti saranno poi conguagliati nel 2019, in base all’inflazione reale, che determinerà la conseguente variazione del calcolo della perequazione delle pensioni.

Ultime notizie su Pensioni e Rivalutazione 2019

Le vecchie regole (previste dalla legge 388/2000) prevedevano tre scaglioni: fino a tre volte il minimo, con rivalutazione al 100%, fra tre e cinque volte il minimo, con rivalutazione al 90%, e sopra cinque volte il minimo, con indice al 75%. Con le modifiche previste dalla manovra 2019, invece, gli indici di rivalutazione diventano meno favorevoli, con il salire della pensione (non cambia nulla fino a tre volte il minimo, nel qual caso si mantiene la rivalutazione piena). I nuovi scaglioni:

  • 97% fra tre e quattro volte il minimo, da 1.522 e 2.029 euro,
  • 77% da quattro a cinque volte il minimo, fino a 2.537 euro,
  • 52% fra cinque e sei volte il minimo, fino a 3042 euro,
  • 47% fra sei e otto volte il minimo, fino a 4059 euro,
  • 45% fino a 4566 euro (nove volte il minimo),
  • 40% per gli importi superiori.

L’indice di rivalutazione 2019 è dell’1,1%, e non ci sono conguagli da fare rispetto al provvisorio. Quindi, fino a tre volte il minimo la perequazione è e resta all’1,1%. Per le pensioni più alte, il nuovo indice di rivalutazione introdotto dalla manovra fa scendere leggermente gli importi, con l’eccezione dei trattamenti fra tre e quattro volte il minimo, quindi fra 1.522 e 2.029 euro. che si rivaluteranno al 97% (invece che al 90%). Quindi, in questo caso l’indice applicato nel 2019 sarà dell’1,067%, per gli importi superiori scatta l’aliquota del 77%, con rivalutazione quindi pari allo 0,847%.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su