Pensioni 2022, INPGI passa all’INPS: cosa cambia? parla il Prof. Cazzola

Pensioni cazzola, l'intervista in esclusiva

Come ha stabilito la Legge di Bilancio 2022 il fondo sostitutivo INPGI/1  è confluito dallo scorso 1° luglio nell’ INPS come soluzione per la situazione di grave crisi del fondo, accollando al bilancio pubblico la copertura dei disavanzi che si sono generati. E’ quindi normale che nel XXI Rapporto dell’Istituto venga affrontato anche questo problema che, a suo tempo, sollevò un dibattito critico con riguardo alle responsabilità della gestione nella determinazione della situazione economico patrimoniale di INPGI/1, divenuta insostenibile, dal momento che ai ritmi degli ultimi anni (600 milioni di uscite e 400 milioni di entrate) il patrimonio si sarebbe azzerato entro il 2027.  

Alla base della situazione di crescente squilibrio vi sono in prevalenza le radicali trasformazioni economiche, produttive ed occupazionali del settore dell’editoria che hanno alterato il corretto rapporto  tra pensioni erogate e contribuenti attivi. Infatti, le uscite dal fondo (pari a un migliaio di unità all’anno tra pensionamenti e cessazioni) sono state, negli ultimi anni, il doppio delle nuove assunzioni.  Tuttavia, non si può non segnalare che anche il calcolo delle pensioni in INPGI/1 è sempre stato più favorevole rispetto ad altre categorie di lavoratori, anche a parità di retribuzioni. Le differenze più significative – secondo l’inps –  nell’ambito delle modalità di calcolo delle singole quote di pensione sono date principalmente dalle modalità di calcolo della retribuzione pensionabile (fino al 2006 la retribuzione pensionabile poteva considerare i migliori 10 anni della carriera lavorativa), dall’aliquota di rendimento (fino al 2015 era pari al 2.66% per anno lavorato, contro un 2% per i dipendenti privati) e dall’introduzione tardiva del calcolo contributivo puro (dal 2017, mentre per il settore privato la decorrenza è dal 1996 per chi non avesse 18 anni di contribuzione).

Pensioni giornalisti: pensionati INPGI ‘più fortunati’?

Ne consegue che i pensionati INPGI sono usciti con pensioni mediane lorde di 60.000 euro, contro retribuzioni di circa un terzo ai nuovi assunti.  Sulla base dei dati del Casellario pensionati presente in INPS è possibile confrontare le pensioni erogate da INPGI/1 con la gestione che rappresenta la gran parte dei pensionati italiani del settore privato, cioè il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti (FPLD) e la Gestione Pubblica. Per quanto riguarda il numero di pensioni erogate, il fondo INPGI/1 ha numeri decisamente inferiori a FPLD e alla Gestione Pubblica (INPDAP). In particolare, il numero di pensioni pagate da INPGI/1 è di circa 7.000 all’anno, contro i 5 milioni di FPLD e poco sopra i 2 milioni di INPDAP. Per quanto riguarda invece gli importi pensionistici, a prezzi costanti, per il fondo INPGI/1 l’importo mediano va da circa 55.000 euro nel 2010 a 60.000 euro nel 2020, mentre per il FPLD si passa da un valore di circa 10.000 euro a circa 15.000, e per INPDAP da circa 20.000 euro a 25.000. Continuando a leggere il Rapporto si ha l’impressione che l’Inps si renda conto di aver introdotto un confronto privo di senso perché – a parte l’effetto prodotto da regole migliori – la differenza dell’importo delle pensioni è strettamente collegato all’importo delle retribuzioni.

Pertanto se le differenze tra le pensioni mediane sono molto marcate, ciò dipende sia dalle specificità dei vari fondi che hanno sistemi di valorizzazione molto diversi, sia dal fatto che il fondo INPGI/1 si riferisce a lavoratori con qualifiche medio alte mentre le pensioni erogate da FPLD e dalla Gestione Pubblica si riferiscono a platee di lavoratori molto più varie, che possono avere avuto nella carriera lavorativa qualifiche alte e basse. I dati del Casellario pensioni non consentono un confronto diretto tra pensionati con carriere lavorative simili. Le differenze sono però evidenti dai salari riportati nel per cui la retribuzione percepita nell’ultimo anno di attività dai giornalisti si è attestata oltre 85.000 euro (valore mediano riferito al 2020), più del doppio dei dipendenti pubblici e 4 volte le retribuzioni dei privati. Per valutare se le differenze riscontrate siano almeno in parte riconducibili a differenze nella storia contributiva, nel rapporto si è ostruita una misura di anzianità contributiva, come somma dei contributi maturabili nei periodi esposti negli estratti conti per i pensionati INPGI/1, mentre per la Gestione Pubblica si è utilizzata l’effettiva anzianità contributiva dei pensionati, presente negli archivi delle loro pensioni. La mediana degli anni di contribuzione ai due fondi mostra una significativa differenza nelle carriere lavorative per cui nel 2020 la metà dei percettori di una pensione della Gestione Pubblica aveva un’anzianità di 37 o più anni; il corrispondente valore per i giornalisti era di circa 30 anni.

L’assegno pensionistico che, in ultima analisi, determina la sostenibilità del sistema dipende dal montante contributivo che a sua volta è funzione delle retribuzioni e degli anni di contribuzione, oltre che dell’aliquota contributiva, simile per le categorie di lavoratori considerate. Alla luce delle differenze rilevate in termini di retribuzione e anzianità contributiva, e nell’ipotesi di carriere e valorizzazioni delle pensioni simili per dipendenti pubblici e giornalisti, il montante potenziale dei contribuenti a INPGI/1 è il doppio di quello dei dipendenti pubblici. Il rapporto negli importi pensionistici è invece 2,4 volte più elevato quale ovvia conseguenza di una valorizzazione del rendimento più generosa per INPGI/1 e dell’applicazione del calcolo contributivo solo dal 2017. Se i contribuenti INPGI/1 fossero stati soggetti alle stesse regole di calcolo dei lavoratori pubblici, un importo pensionistico pari a 2,4 quello dei pubblici avrebbe richiesto, in media, 6 anni di contribuzione in più di quelli effettivamente realizzati. In conclusione, l’analisi dell’Inps evidenzia come i giornalisti abbiano beneficiato di criteri per la determinazione del trattamento pensionistico diversi e più favorevoli rispetto ai lavoratori dipendenti pubblici e privati.

Pensioni 2022, ingresso INPG/1 in INPS cosa cambia?

L’ingresso della gestione INPGI/1 in INPS dimostra come possa essere problematica la sostenibilità di fondi previdenziali che si basano su una sola categoria di lavoratori, il cui futuro è incerto ed in continua evoluzione. Viceversa, l’adesione dei lavoratori ad un fondo previdenziale pubblico e universale consente di distribuire su più categorie professionali i rischi dell’evoluzione tecnologica, traendo al contempo beneficio dall’ingresso di nuove professionalità, oltreché garantire uniformità di requisiti e regole di calcolo che assicurerebbero maggiore equità tra i lavoratori.

E’ una riflessione questa che dovrebbero fare più o meno tutte le Casse privatizzate, di vecchio e di nuovo conio, dei liberi professionisti, le cui platee di contribuenti subiscono trasformazioni derivanti dalle nuove tecnologie oltreché dai titoli professionali richieste dalle leggi anche in ragione della liberalizzazione a livello Ue. Nel senso che l’ex Bolkestein era rivolta alla liberalizzazione dei servizi in cui si concentra la quota prevalente dell’occupazione e del pil, mentre da noi sembra che riguardi solo i taxisti e i concessionari di bagni marittimi.

Giuliano Cazzola

5 commenti su “Pensioni 2022, INPGI passa all’INPS: cosa cambia? parla il Prof. Cazzola

  1. Le solite categorie privilegiare , vecchie nuove e future , quando nelle casse finiscono i soldi a causa di sprechi… basta spostare il tutto dove i quattrini ce chi li versa da più di 40 anni , senza poi a causa di queste nefandezze non poterne usufruire , ma semmai con penalizzazioni in termini di età e anni di duro lavoro .

  2. Cazzola io parlo da NON esperto della materia ma mi sembra che a gli editori il governo dia
    gia dei contributi fissi 143 milioni nel 2020 232milioni nel 2021 per cui dopo li salviamo anche dal
    default del loro ente pensionistico caz… io precoce disoccupato senza reddito IL SALVATORE DI GIORNALISTI A 70000 EURO ALL ANNO mi sento un eroe in BOLLETTA…………

  3. Ancora paghiamo noi gli sprechi di altre gestioni? Prima si abbassano le mega pensioni dei giornalisti al valore consentito dai fondi propri e poi si riunifica con Inps. Di questo passo a fronte di pensioni da euro 10.000 al mese pagate da una gestione in perdita, noi che abbiamo 60 anni e giù fino ai nostei figli non avremo nessuna pensione.

  4. come volevasi dimostrare; figli, figliastri e orfani; mi è bastato leggere che il contributivo puro è partito dal 2017 e non come doveva essere molto prima; lasciamo perdere; saluti ai gestori del sito

  5. Pure questi dobbiamo mantenere,mi sa che ” l’anticipata” Fornero tra un po’ passerà a 45 anni di contributi e 1 anno di finestra, altroché quota 41!!! Altrimenti dove tirano fuori i soldi per questi carrozzoni? Chi ha gestito questi fondi avrà anche avuto dei lauti premi per gli obiettivi raggiunti immagino.

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