Spesso si sente parlare di sistema previdenziale possibile solo se in equilibrio con i conti, ma cosa significa in verità? Vi potrà davvero essere una riforma delle pensioni nel contesto attuale o occorre avere una prospettiva differente nel corso della discussione delle riforme ai tavoli di lavoro tra Governo e sindacati?
La riforma delle pensioni per potersi realizzare dovrà essere legata forse ad un’altra e più importante riforma, che garantisca la tenuta dei conti nel lungo periodo, ossia la riforma del lavoro? In fin dei conti essendo il nostro un sistema a ripartizione ben sappiamo che sono i lavoratori di oggi a pagare le pensioni dei pensionati, dunque, forse, se non si parte dal lavoro difficile poter investire solo denari su misure previdenziali. Di questo e molto altro ci parla in questo editoriale il nostro esperto previdenziale il Dott. Claudio Maria Perfetto. A lui la parola, l’articolo risulta una sorta di sequel di uno precedente in cui si considerava il sistema previdenziale in termini di rapporto lavoratori/pensionati:
Riforma pensioni e lavoro: legate a doppio filo
“Leggendo i commenti dei vari lettori, mi accorgo che sono un po’ disorientati nel considerare il Sistema Previdenziale in termini di rapporto lavoratori/pensionati (L/P). Comprendo il loro disorientamento. Per cui cercherò di chiarire meglio, esprimendomi in termini di “soldi”.
Prima di tutto, però, occorre precisare una cosa: cosa significa che il Sistema Previdenziale è in equilibrio.
Richiamo la seguente definizione: “Se nella gestione si considerano solo i flussi pensionistici, escludendo gli oneri amministrativi, le rendite patrimoniali e le voci assistenziali (GIAS), si ottiene un risultato di equilibrio quando le entrate contributive pareggiano le uscite per il pagamento delle pensioni” (nota 20, a pag. 30, del documento Rapporto n. 9 anno 2022 – Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano – A cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali).
Ripetiamolo: il Sistema Previdenziale è in equilibrio “quando le entrate contributive pareggiano le uscite per il pagamento delle pensioni”.
Ora, teniamo alla larga formuloni e paroloni come “calcoli attuariali”, e facciamo un discorso terra-terra.
Il salario medio lordo di un lavoratore comune è di circa 1.800 euro mensili. Si applica l’aliquota del 25% per il pagamento di tasse e contributi, equivalenti a 450 euro di trattenute in busta paga. Il salario netto del lavoratore in questione è dunque uguale a 1.350 euro mensili.
Il pagamento dei contributi fa riferimento al salario lordo del lavoratore, applicando l’aliquota del 33%, e avviene secondo le seguenti modalità di versamento: il lavoratore versa il 9,19% di 1.800 euro, ovvero 165,42 euro al mese, mentre il datore di lavoro versa il 23,81% di 1.800 euro, ovvero 428,58 euro al mese.
PRIMO RISULTATO: i contributi previdenziali versati da 1 lavoratore (parte lavoratore e parte datore di lavoro) sono uguali a 594 euro netti mensili.
Supponiamo che 1 pensionato percepisca circa 1.200 euro netti mensili, valore molto vicino ai 1.350 euro netti mensili del salario (occorre ricordare che il nostro Sistema Previdenziale tende a fare in modo che il lavoratore da pensionato possa condurre un tenore di vita prossimo a quello che conduceva da lavoratore attivo).
SECONDO RISULTATO: per pagare la pensione di 1 pensionato, pari a 1.200 euro netti mensili, occorrono 2 versamenti contributivi pari a 594+594=1188 euro netti mensili da parte di 2 lavoratori che guadagno 1.350 euro netti mensili (rapporto lavoratori/pensionati = 2:1, ovvero, 2L/1P).
CONCLUSIONI: se per pagare la pensione di 1 pensionato di 1.200 euro netti mensili ci vogliono 594+594 euro netti mensili versati da 2 lavoratori (rapporto 2L/1P), allora per pagare le pensioni di 2 pensionati occorrono (594+594)+(594+594) euro netti mensili versati da 4 lavoratori (rapporto 4L/2P). Questo significa che se 1 lavoratore attivo va in pensione, occorre assumere 2 nuovi lavoratori (in modo che il rapporto 2L/1P=4L/2P=8L/4P… rimanga costante, ovvero uguale a 2 ).
Sistema previdenziale in Attivo, passivo ed in equilibrio per l’INPS
Poi spiega il Dott. Perfetto: “Se l’INPS ha il totale di entrate contributive MAGGIORE del totale delle uscite per spese previdenziali (non assistenziali), allora il Sistema Previdenziale è in ATTIVO, e cioè NON È IN EQUILIBRIO. Tale attivo non servirà per pagare nuove pensioni, ma servirà per favorire altra Spesa Sociale (come raccomanda il Consiglio europeo).
Se l’INPS ha il totale di entrate contributive MINORE del totale delle uscite per spese previdenziali (non assistenziali), allora il Sistema Previdenziale è in PASSIVO, e cioè NON È IN EQUILIBRIO. Tale passività non incentiverà esborsi per nuove pensioni, ma servirà per contenere la Spesa Pubblica attuando in pieno le passate riforme pensionistiche, ovvero la Riforma Fornero (come raccomanda il Consiglio europeo).
Se l’INPS ha il totale di entrate contributive UGUALE al totale delle uscite per spese previdenziali (non assistenziali), allora il Sistema Previdenziale È IN EQUILIBRIO. Non necessita di alcuna Riforma Pensioni.
SINTESI FINALE: per avere una Nuova Riforma Pensioni che soddisfi le aspettative dei lavoratori, sia in uscita dal mondo del lavoro (Pensioni) che in entrata nel mondo del lavoro (Lavoro), e che sia in accordo con le indicazioni della Corte dei Conti sul contenimento della Spesa pubblica e con le Raccomandazioni del Consiglio europeo sul contenimento della Spesa pensionistica, occorre avere una “Nuova Riforma Lavoro/Pensioni”, da discutere al medesimo Tavolo di incontro tra Governo e Sindacati.
Diversamente da ciò, a quel Tavolo di incontro, solo per le Pensioni, si produrranno solo chiacchiere (sebbene il Carnevale sia già passato)”.
Ringraziamo sempre il nostro esperto previdenziale il Dott. Claudio Maria Perfetto per regalarci del tempo e per essere così paziente e minuzioso con i nostri lettori, un pò come un ‘maestro’ che insegna in termini semplici anche le cose più complesse ai propri ‘studenti’, perché lo scopo non é parlare usando paroloni per ottenerne un merito o stupire per la propria preparazione, ma permettere ai nostri lettori, comprendendo in toto lo spirito del nostro sito, di comprendere a fondo la tematica previdenziale.
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Dott.Perfetto Buongiorno, trovo sempre molto interessanti i suoi interventi e la ringrazio pubblicamente per questo suo costante impegno che ci arricchisce.
Mi perdoni una precisazione:
Ponendo il caso che un lavoratore versa contributi per circa 40 anni e che quando andra’ in pensione, percepira la pensione per circa 20 Anni (62+20, raggiungiamo la vita media) significa che nella sua vita questo lavoratore paga la pensione a 2 pensionati (mediamente). Siccome però i contributi che versa sono circa la meta (nell’esempio da lei citato 594 euro mese) è come se alla fine pagasse lo stipendio intero ad un solo pensionato. Ragion per cui il rapporto tra lavoratore e pensionato è pari a 1.
Trovo quindi sbagliato quanto riportato
“Questo significa che se 1 lavoratore attivo va in pensione, occorre assumere 2 nuovi lavoratori (in modo che il rapporto 2L/1P=4L/2P=8L/4P… rimanga costante, ovvero uguale a 2 ).”
Grazie a Lei e ai gestori del sito.
Una precisazione, il lavoratore versa per circa 40 anni e invece chi percepisce la pensione percirca 22 anni ragion per cui quel rapporto 1 pensionato e lavoratori va rivisto o sbaglio?
In tema di riforma pensioni, alla luce dell’attuale fase di ormai prolungato stallo, una via d’uscita potrebbe essere rappresentata dalla possibilità di estendere i meccanismi della cosiddetta “pace contributiva” (scaduta il 31.12.2021, che quindi sarebbe da richiamare in vigenza) anche alle platee di lavoratori nel regime retributivo e misto, ovverossia eliminando il paletto del 31.12.1995 previsto in quella. In sostanza dando la possibilità di riscattare ma a regime agevolato gli anni pregressi scoperti da contribuzione previdenziale. In tal modo si darebbe la possibilità a tutti di aumentare (fino a 5 anni) il proprio numero di anni contributivi, permettendo a chiunque di avanzare eventualmente anche in maniera sensibile fino all’obiettivo dei 42 anni e 10 mesi se uomini o 41 anni e 10 mesi se donne, termini che a tal punto potrebbero anche restare invariati. Questa potrebbe essere oltretutto una soluzione che formalmente non metterebbe direttamente mano all’impianto normativo previdenziale, che avrebbe il merito di apparire come una riforma a titolo oneroso per il singolo (e quindi potrebbe molto più facilmente passare il vaglio comunitario) e quindi più sostenibile finanziariamente per lo stato, ma che nella sostanza consentirebbe all’intera platea dei lavoratori un bel passo avanti nel numero degli anni di contribuzione, senza un onere oltremodo eccessivo per i singoli. Tutto ciò sia nell’ipotesi si voglia poi realizzare una riforma previdenziale diretta, o meno.
Grazie x il chiarimento , ma la situazione attuale lavoratori / pensionati quale è , è stato mai fatto un calcolo delle pensioni senza copertura contributiva erogate tutt’oggi perché mi sa che qui non si tratta solo di sistema in equilibrio ma di pagare il conto salato di scelte sconsiderata nel settore previdenziale, cominciamo quindi a metter mano ai famosi intoccabili diritti acquisiti , proviamo anche ad equilibrare il sistema chiedendo qualche sacrificio non solo a chi viene dopo (fantascienza)
Il ragionamento del dott. Perfetto è chiarissimo. Allora a questo punto se l’aspettativa di vita in Italia è 83 anni ( fonte Inps) a 63 anni con 40 anni di contributi si può andare in pensione. Il sistema è perfettamente in equilibrio.