Dal 1° gennaio 2026 il sistema previdenziale italiano entrerà in una nuova fase di aggiustamenti. Non si tratta di una rivoluzione, ma di una revisione ritenuta indispensabile per garantire la sostenibilità dei conti pubblici in un Paese che invecchia rapidamente. Le modifiche riguarderanno requisiti, calcoli dell’assegno e strumenti di flessibilità in uscita. Ecco in dettaglio cosa cambierà e cosa invece resterà stabile.
I requisiti nel 2026: cosa resta invariato
Nonostante l’attenzione mediatica e i timori diffusi, il 2026 non porterà scossoni ai requisiti principali per la pensione di vecchiaia. L’età anagrafica rimane fissata a 67 anni per tutto l’anno, senza alcun incremento dovuto all’adeguamento alla speranza di vita.
Anche la pensione anticipata ordinaria non subirà modifiche fino al 31 dicembre 2026. I requisiti restano:
- 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini
- 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne
Il blocco temporaneo degli adeguamenti tutela chi raggiungerà i requisiti contributivi entro il 2026. Dal 2027, invece, l’aumento dell’età pensionabile tornerà ad attivarsi, anche se il governo sta lavorando per ridurre l’impatto da tre mesi a un solo mese.
Con le regole attuali, il requisito anagrafico salirebbe a 67 anni e 1 mese nel 2027 e a 67 anni e 3 mesi dal 2028, con un parallelo incremento dei contributi necessari per l’anticipata ordinaria.
Le vie d’uscita anticipata: la partita della Quota 41
Il capitolo più discusso della manovra riguarda gli strumenti di flessibilità. Quota 103 e Opzione Donna, già oggetto di ripetute proroghe, sono state superate o profondamente ristrette. L’obiettivo del governo è arrivare a una forma di Quota 41 “light” più sostenibile. L’ipotesi più probabile prevede la possibilità di lasciare il lavoro con 41 anni di contributi a prescindere dall’età, ma con una penalizzazione legata al metodo di calcolo: l’intero assegno verrebbe infatti determinato con il sistema contributivo. Questo renderebbe l’opzione meno conveniente per chi ha una lunga anzianità nel sistema retributivo.
Nel quadro della riforma rientrano anche una stretta sulle finestre di uscita e il rafforzamento degli strumenti che incentivano a proseguire l’attività lavorativa, come il Bonus Maroni, volto ad alleggerire la pressione sul welfare pubblico.
Assegni più bassi per i nuovi pensionati: l’effetto dei coefficienti
Un cambiamento spesso poco evidenziato, ma che avrà un impatto concreto sui nuovi pensionati del 2026, riguarda i coefficienti di trasformazione. Per il biennio 2025-2026 questi valori sono stati rivisti al ribasso, in risposta all’aumento della longevità media.
In pratica, il montante contributivo dovrà coprire una durata della vita più lunga: a parità di contributi, l’assegno di chi si ritirerà nel 2026 sarà quindi meno elevato rispetto a chi è uscito negli anni precedenti.
Parallelamente, il governo sta valutando la reintroduzione del silenzio-assenso sul TFR per favorire l’adesione ai fondi pensione, con l’obiettivo di rafforzare la previdenza complementare, sempre più strategica per le giovani generazioni.
Pensioni minime nel 2026: aumenti e platea interessata
Per i trattamenti più bassi sono previsti incrementi articolati su due livelli:
- Rivalutazione Istat stimata intorno all’1,4-1,5%
- Maggiorazione fissa di 20 euro mensili prevista dalla legge di Bilancio
Complessivamente l’aumento annuo raggiungerà circa 260 euro per chi rispetterà i requisiti di reddito.
Il trattamento minimo dovrebbe attestarsi intorno ai 620 euro lordi mensili per tredici mensilità, ma l’importo definitivo sarà stabilito dal decreto sulla perequazione e dall’esito dell’iter parlamentare. La maggiorazione riguarderà:
- titolari del trattamento minimo AGO
- beneficiari di assegno sociale o pensione sociale
- soggetti in condizioni economiche svantaggiate, per i quali aumenteranno anche le soglie di reddito utili a fruire della maggiorazione
Come prepararsi ai cambiamenti dal 2027
Il 2026 rappresenta un anno cruciale per pianificare la propria strategia previdenziale, soprattutto alla luce dell’aumento dei requisiti in arrivo dal 2027. Ecco le leve principali da considerare:
1. Verifica della posizione contributiva
Attraverso il simulatore Inps è possibile controllare eventuali periodi non coperti da contribuzione e capire quanto manca ai requisiti dell’anticipata ordinaria.
2. Recupero dei buchi contributivi
Fino al 31 dicembre 2025 è possibile richiedere la pace contributiva, che consente di riscattare fino a cinque anni di vuoti contributivi tra il 1996 e il 2023.
Il costo è suddivisibile in 120 rate senza interessi, ed è interamente deducibile dal reddito.
Anche il riscatto di laurea o altri periodi equiparati può accelerare il raggiungimento della pensione anticipata.
3. Aderire o rafforzare la previdenza complementare
Con la possibile reintroduzione del silenzio-assenso per il TFR, i fondi pensione tornano centrali.
Oltre a integrare l’assegno pubblico, possono consentire l’uscita anticipata a 64 anni tramite la pensione contributiva, purché il montante garantisca un assegno pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale, circa 1.500 euro mensili.
I contributi versati sono deducibili fino a 5.164,57 euro annui.
4. Utilizzare il Bonus Maroni
Chi ha già maturato i requisiti per la pensione anticipata e sceglie di restare al lavoro può beneficiare dell’esonero dalla propria quota di contributi. Il vantaggio in busta paga può arrivare a circa 180 euro netti al mese su uno stipendio lordo di 2.000 euro. L’adesione si richiede tramite Inps o patronato.

Quando cercano di toccare i loro privilegi salta fuori l’avvocato dei diritti acquisiti … mentre distruggere le pensioni di milioni di persone che da 35 anni si sono visti spostare il limite a (circa) 44 questo va bene … qui non parlano piu’ di diritti acquisiti … ah sh ah ah !!!! … grande Elsa … ah ah ah ah … sei poi riuscita ad azzerare i privilegi ?? … ab ah ah ah !!!!
Durigone … rispondi al domandone … se manca lo soldone … perche’ per parlamentarone … solo 4 (circa) annone … mentre per il popolinone … servon 44 (circa) annone ?? … forza forza Durigone … tu che sei un espertone … ma se hai un dubbione … allora chiedi a Giorgettione … oppure ad Elsa ed a Marione … tutto il gruppo sapientone … ma nessun che rispondone … ah ah ah ah !!!!
Con lo stato feci un contratto che dopo 35 anni di contributi sarei andato in pensione, adesso sono già 40 però…quindi si possono toccare i diritti acquisiti…cominciamo a tagliare la pensione a quelli che l’hanno presa dopo 15-20 anni! Almeno bloccare gli aumenti a tutte le pensioni facili tipo politici…
Secondo me la pensione ormai deve essere considerata come un assegno per campare e non per mantenere lo stesso tenore di vita, quindi dovrà essere fissa(1500 euro) a prescindere di quello che uno ha versato, perché se ha versato tanto ha anche guadagnato tanto.
Inoltre Non dare la pensione a chi poi continua a lavorare, conosco imprenditori che la pensione gli fa solletico ma se la pigliano lo stesso, oppure dipendenti che poi te li ritrovi a lavorare come prima con doppia entrata.
Tutto questo per cercare di fare andare in pensione chi veramente vuole andarci, per gli altri buon lavoro.
Scusa se ho versato tanto prendo quello che mi aspetto o i miei contributi devono andare magari a chi ha versato poco e lavorato in nero?. Non se ne parla nemmeno…
👍👌🤔😠
La pensione va data in base ai contributi che uno ha versato.Certi discorsi vai a farli in Corea del Nord, lì il comunismo è ancora presente.Che discorsi del caz…
Probabilmente il sig. Maic, con la simulazione dei suoi futuri 43 anni di versamenti, percepirebbe 1.499 Euro mensili.
La mia era una provocazione visto che le casse dello stato sembrano vuote per le pensioni, inoltre volevo precisare che sono tutt’altro che comunista e avrò una pensione anticipata di circa 2600 euro netti, ma se il concetto è prendere la pensione in base a quello versato dovrei poterci andare anche subito…almeno dopo i 60 anni! godendomi le giornate a fare i…miei e senza poi ritornare a lavorare come fanno certi colleghi che prima si lamentavano da mattina alla sera e adesso gli va bene tutto, ma col doppio stipendio però.
Buona sera sig. Maic.
Il problema é nel “vuoto” di fabbriche e uffici; nell’isufficiente rapporto esistente tra lavoratori e pensionati che non rimpingua a sufficienza le casse INPS o dello Stato costringendo così molti a restare, più a lungo, sul posto di lavoro.
Per quanto riguarda la “riassunzione” di proprio personale da poco pensionato … é storia nota e vecchia.
La ricordo in auge negli anni 90 quando ci si pensionava trascorsi 35 anni di contribuzione.
Ma: ” pochi uomini hanno la virtù di resistere all’offerta più alta” cit. G. Washington
Saluti
vedi maic, mi viene da dire Beato te; è risaputo che in Italia i prof prendono poco; 2600 euro netti? beato te; parli di andare in pensione sopra i 60 anni? per chi comanda la normalità sono i 67 anni; oppure i 42 anni e 10 mesi (1 in meno le donne); quindi? sperare, tirar loro accidenti, sperare di campare in salute fino a 100 anni e oltre; poi di quelli che continuano a lavorare a 68-69 70 e oltre contenti loro e contenti tutti; ieri ho chiamato un amico che oggi compie 71 anni; lui lavora ancora; lui si sente realizzato facendo quello che fa; saluti a te e ai gestori del sito
Il tema è complesso. Sulle pensioni, alcuni punti da chiarire:
1. I famosi “35 anni” non sono più una garanzia automatica per tutti. Con la riforma Fornero e il sistema contributivo, contano anche l’età anagrafica (oggi 67 anni per la pensione di vecchiaia) e l’ammontare dei contributi versati. I diritti maturati sono tutelati, ma le regole per chi non era vicino al pensionamento sono cambiate per la sostenibilità del sistema.
2. La pensione fissa uguale per tutti (es. 1500€) non è praticabile e sarebbe incostituzionale. Il nostro sistema è previdenziale: i contributi versati determinano l’assegno futuro. Una forfettizzazione così penalizzerebbe chi ha contribuito di più con stipendi non altissimi. Per chi è in difficoltà, esistono già strumenti assistenziali come l’APE sociale.
3. Sulle critiche alle “pensioni facili” e al doppio stipendio sono d’accordo. Serve:
· Un tetto massimo più stringente per le pensioni pubbliche d’oro (politici, dirigenti).
· Maggiore controllo e regole più severe per chi, pur percependo una pensione elevata, continua a lavorare con redditi alti, per evitare il “doppio stipendio” ingiustificato.
In sintesi: la soluzione non è un taglio generalizzato o un assegno uguale per tutti, ma proteggere le pensioni basse, correggere gli eccessi più scandalosi e mantenere il principio per cui la pensione è il frutto (proporzionale) di ciò che si è versato.
Sarà che sono sempre stato di stampo liberale, intendendo per liberalismo:
«Movimento di pensiero e di azione politica che riconosce all’individuo un valore autonomo e tende a limitare l’azione statale, sulla base di una costante distinzione tra pubblico e privato».
Ora, il fatto che una persona decida in maniera del tutto autonoma di continuare a lavorare anche dopo la pensione, comprime forse la libertà di qualcuno? Nel diritto pubblico la limitazione esiste ed è giusta, perché il lavoro pubblico è un bene appunto pubblico (e questo riguarda anche la politica).
Ma se un imprenditore privato decide, per motivi strettamente privati, di avvalersi di un lavoratore che percepisce la pensione, cosa dovremmo fare? Vietarlo? Tutti questi discorsi, Don, sono contrari a qualsiasi principio di società liberale e mi ricordano certi concetti del passato, dove l’invadenza dello Stato era opprimente. Non dico il nome, perché l’ho già scritto sopra al Sig. Maic.
Aggiungo che chi percepisce il doppio reddito (pensione + stipendio) già versa la propria quota allo Stato sotto forma di ritenuta IRPEF. Nel mio caso, dovrei abbandonare la formazione dei giovani solo perché lo decide lo Stato? Ma per carità, gli anni ’70 sono passati da tanto tempo.
Saluti.
vedi Nicola T, non hai letto attentamente il commento di Don; non ha detto vietare il doppio: lavoro e pensione- ma regole più severe; il punto base però è un altro; lodevole quello che stai facendo nella formazione dei giovani; mi viene in mente un collega che l’anno prossimo compirà 70 anni; lui si sente realizzato nell’aiutare i giovani; lui poteva andare in pensione con quota 100 oltre 5 anni fa; ha terminato dopo di me e ancora lavora; è stato bravo e molto fortunato; ha potuto fare per tutta una vita il lavoro desiderato; chi ha sofferto a sufficienza non vede l’ora di terminare e poi dice basta; un’ ultima cosa: quando dirai basta? perchè prima o poi bisogna dirlo; non mi devi rispondere; saluti a te e ai gestori del sito
Guarda ti rispondo subito Paolo Prof. Io non lavoro a tempo pieno, non faccio 80 km al giorno e dieci ore di lavoro al giorno come quando andavo in azienda dal lunedì al venerdì.
Sono in pensione, una giornata e mezza a settimana sono impegnato e per il resto del tempo sono libero. Quindi, perchè devo dire basta? Ho tempo libero a sufficienza, guadagno qualcosa in più rispetto alla pensione ed ho una figlia che frequenta l’ università, francamente non capisco questa enfasi sul doppio lavoro.
Ma anche uno volesse lavorare a tempo pieno e l’ imprenditore che è un soggetto privato lo vuole assumere perchè lo stato deve intromettersi?
Ripeto ancora una volta, il lavoro pubblico è un altra cosa e ci vogliono regole severe, questo è il mio pensiero.Saluti.
Esatto … quando cercano di toccare i loro privilegi salta fuori l’avvocato dei diritti acquisiti … mentre distruggere le pensioni di milioni di persone che da 35 anni si sono visti spostare il limite a (circa) 44 questo va bene … qui non parlano piu’ di diritto acquisito … cose incredibili !!!! … e nessuno dice niente
Nell’articolo a firma di Luciano Capone pubblicato su Il Foglio in data 12 dicembre 2025 dal titolo “Quello che Landini e Meloni non dicono sul calo della produzione e l’aumento del lavoro” Capone osserva: “mentre l’industria produce sempre meno da tre anni, gli occupati e le ore lavorate continuano a salire. Senza un aumento della produttività, la competitività e futuro industriale dell’Italia sono a rischio”. (FONTE: https://www.ilfoglio.it/economia/2025/12/12/news/quello-che-landini-e-meloni-non-dicono-sul-calo-della-produzione-e-l-aumento-del-lavoro-8425592/).
Capone si domanda: “Ma come è possibile che mentre la produzione industriale diminuisce le imprese fanno più assunzioni? Quanto è sostenibile un aumento degli occupati in assenza di una crescita economica? E con quali retribuzioni?”
Capone prova a dare una risposta alla sua domanda: “È un fenomeno di non semplice spiegazione. Innanzitutto implica una caduta della produttività”.
Capone pone in evidenza l’ipotesi avanzata dalla Banca d’Italia: l’aumento del costo del fattore di produzione capitale, per effetto dell’incremento dei tassi di interesse, ha reso il fattore di produzione lavoro più conveniente (Mia NOTA esemplificativa: in economia la produzione di un bene o servizio viene effettuata tramite la combinazione di capitale (K) e lavoro (L): lo stesso bene o servizio può essere prodotto, per esempio, con 2K e 1L oppure, se K è più costoso di L, con 1 K e 2L).
Capone pone in evidenza anche l’ipotesi avanzata dal Centro Studi di Confindustria: in una fase di rallentamento, le imprese trattengono più forza lavoro del necessario. In un periodo in cui è difficile reperire manodopera e in cui, nei prossimi anni, è prevista l’uscita di molti lavoratori anziani, le imprese hanno assunto nuovo personale da formare in vista del passaggio generazionale e cercato nuove competenze per cambiare i processi produttivi in una fase di profonda trasformazione tecnologica.
FIN QUI, CAPONE. ORA ESPRIMO LE MIE CONSIDERAZIONI.
Nei miei due post su pensionipertutti in data 29 Novembre 2025 alle 17:42 e 30 Novembre 2025 alle 18:25 ho evidenziato che ho inviato tramite PEC una mail indirizzata al Governo, al MEF e per conoscenza alla Presidenza della Repubblica Italiana, ai vertici di Intesa Sanpaolo (CEO di Intesa Sanpaolo e Responsabile dei Sistemi Informativi di Intesa Sanpaolo), ai i vertici di IBM Italia (CEO di IBM Italia e Direttore Marketing di IBM Italia), al Ministero dell’Università e della Ricerca, e al Ministero dell’Istruzione e del Merito (FONTE: https://www.pensionipertutti.it/pensioni-2026-lallarme-ocse-sulleta-pensionabile-verso-i-70-anni-in-italia/#comments).
Ebbene, ora aggiungo un altro pezzo che ho scritto nella mia mail:
“Il motore dell’Italia è il lavoro. Nessuno si domanda perché mai il PIL rasenta continuamente la crescita dello zero virgola per cento nonostante l’elevato tasso di occupazione. Ebbene, senza gli interventi da me proposti, ho valide ragioni per ritenere che la crescita economica continuerà a rasentare lo zero virgola per cento.”
Non ho dato le mie spiegazioni sul perché il PIL cresce proporzionalmente meno rispetto al tasso di crescita dell’occupazione, perché mi premeva concentrare l’attenzione sulla Proposta Perfetto-Armiliato-Gibbin in allegato alla PEC.
A mio avviso, la spiegazione del perché il PIL cresce proporzionalmente meno rispetto al tasso di crescita dell’occupazione è la seguente: nelle aziende c’è un’elevata presenza di lavoratori in esubero, principalmente anziani, poco produttivi, che abbassano la produttività media dei lavoratori totali dell’azienda.
Espresso in termini assai elementari, accade questo: 1 lavoratore giovane + 1 lavoratore anziano = 1,5 lavoratori (e non a 2 lavoratori o, meglio ancora, a 3 lavoratori, in una visione strettamente “sinergica”).
Le aziende non riescono a mandare via le persone in esubero come vorrebbero: né con il pensionamento anticipato, né con l’incentivazione all’esodo, né con la cessione di ramo d’azienda con conseguente licenziamento dei lavoratori.
Ritengo, pertanto, assai debole la spiegazione offerta da Banca d’Italia, che attribuisce il maggiore impiego del fattore di produzione lavoro rispetto al fattore di produzione capitale perché quest’ultimo è più costoso del lavoro per effetto dell’incremento dei tassi di interesse.
Ritengo, invece, più convincente la spiegazione offerta dal Centro Studi di Confindustria: le imprese hanno assunto nuovo personale da formare in vista del passaggio generazionale e cercato nuove competenze per cambiare i processi produttivi in una fase di profonda trasformazione tecnologica.
CONCLUSIONI.
Abbiamo un grosso problema da risolvere: aumentare i salari, aumentando la produttività dei lavoratori e, di conseguenza, aumentando proporzionalmente la produzione della Nazione (PIL).
A tal riguardo, riporto le mie considerazioni espresse nel mio post pubblicato su pensionipertutti in data 4 Novembre 2025 alle 17:42 (FONTE: https://www.pensionipertutti.it/pensioni-anticipate-2026-confermato-il-bonus-giorgetti-come-funziona-e-quanto-vale/#comment-120465).
“I salari non crescono perché la produttività dei lavoratori è bassa (ricordo che in economia i salari sono strettamente collegati alla produttività. I salari aumentano se la produttività del lavoro aumenta, ovvero se il lavoratore produce più output per unità di tempo, ovvero se il lavoratore fa più cose in un mese).
La produttività dei lavoratori è bassa perché nel novero dei 24 milioni e 221 mila lavoratori (FONTE: ISTAT- Settembre 2025 https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/10/CS_Occupati-e-disoccupati_SETTEMBRE_2025.pdf, pag. 4) ci sono migliaia di lavoratori che producono pochissimo e che quindi nell’insieme riducono, per così dire, la produttività di chi produce correttamente (QUESTA È UNA MIA CONGETTURA che andrebbe provata).
Le aziende sono piene zeppe di lavoratori in esubero (altra mia congettura), soprattutto ultrasessantenni. La presenza di molti ultrasessantenni al lavoro è causata dalla Riforma Monti-Fornero, che, a cascata, è anche la causa di bassa crescita economica (basso PIL, rasente anno dopo anno lo zero virgola per cento) e di elevato rapporto debito pubblico/PIL.
Appena possono, le aziende tendono a dismettere personale in esubero, e cioè proprio gli ultrasessantenni che sono vicini alla pensione anticipata 42 anni e 10 mesi (ovvero 1 anno in meno per le donne).
Questa è la ragione per la quale chi ha raggiunto i requisiti della pensione anticipata non rimarrà al lavoro con il Bonus Giorgetti.”
In definitiva, per far crescere i salari e la produzione (PIL), occorre aumentare la produttività, lasciando andare in pensione i lavoratori anziani attuando il ricambio generazionale come indicato nella Proposta Perfetto-Armiliato-Gibbin.
NON CI SONO ALTRE SOLUZIONI PER FAR CRESCERE LA PRODUZIONE IN MANIERA PROPORZIONALE ALL’AUMENTO DELL’OCCUPAZIONE!
La sostenibilità della spesa previdenziale e dei conti pubblici in generale, si ottiene eliminando le spese inutili (vedi armi e molte altre) e investendo nei settori produttivi sia materiali che immateriali. Ancora troppa evasione, troppi sprechi e corruzione in grande aumento. Da qualche parte dovremo pure cominciare ad essere un Paese “normale”.
Carlo Cottarelli, economista di fama internazionale che ho avuto il piacere di conoscere di persona, ai tempi del governo Renzi fu messo a capo di un progetto che con un inglesismo venne chiamato ” spending review”.Si trattava di tagliare le spese inutili, di riformare la burocrazia, le spese dei ministeri ecc.ecc..
Risultato: dopo sei mesi dette le dimissioni. Probabilmente ci vorrebbe il mago Merlino per realizzare quello che lei scrive.
Saluti.
Magari mago Merlino non basterebbe. Secondo Cottarelli si potevano recuperare una valanga di soldi. Manca la volontà politica. In questa situazione, coloro che occupano cariche pubbliche, ci sguazzano come pesci.