Il recente disegno di legge sulle pensioni presentato dal senatore Domenico Matera di F.lli d’Italia che sperabilmente arriverà in aula prima dell’autunno e che probabilmente sarà approvato entro il termine della legislatura ci dà un ulteriore spunto per aprire una seria riflessione su un argomento di cui si parla da anni ma che per ovvie ragioni di natura economica non viene mai affrontato seriamente.
La proposta di Matera riguarda coloro che una volta raggiunta l’agognata pensione un po’ per ragioni climatiche ma soprattutto per molto più favorevoli tassazioni hanno lasciato il Belpaese e sono andati a vivere all’estero. Questi se iscritti all’AIRE (anagrafe degli italiani residenti all’estero) da più di cinque anni e tornassero a vivere in Italia in piccoli paesi con meno di 3.000 abitanti godrebbero per 15 anni di una tassazione forfettaria del 4% sull’imponibile. Lo scopo della proposta del senatore Matera, con cui mi sono interfacciato in un recente dibattito pubblico, sarebbe duplice, da una parte far ritornare i pensionati in Italia che quindi spenderebbero il loro reddito sul suolo nazionale e dall’altra provare a ripopolare i piccoli comuni ormai quasi abbandonati ridando loro nuova linfa vitale.
Pensioni 2026 ultime news: l’esodo dei pesionati italiani
Il problema dell’esodo dei pensionati italiani verso mete più favorevoli soprattutto verso alcune zone dell’Europa (Spagna, Portogallo, Romania, Albania) ma anche verso il sud Africa (negli ultimi 8 anni c’è stato un vero e proprio boom della Tunisia che ha fatto registrare un + 255%) è molto rilevante perché nel complesso i numeri parlano di oltre 300.000 pensioni erogate all’estero con un esborso complessivo da parte dello Stato di circa 1,75 miliardi di euro.
La proposta, pur apprezzabile, andrebbe incontro però ad una grossa ovvia critica e cioè la notevole sperequazione che si avrebbe tra pensionati che percepiscono il medesimo reddito annuo e che si vedrebbero tassati in maniera molto diversa allargando ulteriormente quel solco profondo che esiste attualmente tra cittadini ed istituzioni.
Prima di tutto bisogna capire le ragioni per cui ogni anno quasi 37.000 pensionati abbandonano il suolo italico verso altre mete, ma appare ovvio che il motivo principale è rappresentato dalla tassazione troppo alta che grava sulle pensioni in Italia equivalente ai lavoratori attivi e di conseguenza è necessario fare un ragionamento sulla necessità che coloro che hanno lasciato il lavoro godano di aliquote IRPEF più favorevoli in analogia di quanto accade nella maggior parte dei Paesi europei.
Pensioni 2026 i costi della proposta di detassare
Innanzi tutto, dobbiamo fare chiarezza sui costi effettivi del sistema previdenziale italiano. Negli oltre 350 miliardi l’anno che si spendono in Italia per le pensioni (comprensivi di quasi 30 miliardi di natura assistenziale) sono compresi anche gli oltre 50 miliardi di IRPEF che versano i pensionati e che ritornano all’erario. È una sorta di partita di giro che nelle statistiche ufficiali vengono sempre conteggiati ma che in realtà andrebbero sottratti determinando quello che andiamo dicendo da molti anni e cioè che il rapporto della spesa previdenziale sul PIL non è di oltre il 16% come sempre dichiarato ma in realtà è abbondantemente al di sotto del 14% in linea con gli altri grandi Paesi europei.
Si potrebbe per esempio, ovviamente dopo un serrato confronto con le organizzazioni sindacali e datoriali, politici e i tecnici del ministero per conoscere esattamente i costi e modulare una serie di interventi a copertura delle spese, proporre delle aliquote inferiori a quelle attuali per redditi fino a 50.000 euro di imponibile.
Una proposta che ovviamente andrebbe poi limata in base ai costi potrebbe essere quella di alzare la no tax area per i pensionati fino a 11.000 euro, attuare una tassazione del 16% per redditi fino a 26.000 euro, del 22% fino a 36.000 euro, e del 30% fino a 50.000 dove si esaurirebbe il beneficio.
Il tutto potrebbe essere attuato gradualmente in tre anni e contestualmente potrebbero essere aboliti i bonus che costano molto e non danno benefici duraturi nel tempo. Il problema dei pensionati che vanno all’estero sarebbe facilmente risolto ed inoltre la maggiore disponibilità economica che avrebbero i pensionati porterebbe loro a spendere di più con ovvi benefici di gettito IVA. Infine, questo intervento, potrebbe portare ad un minore ricorso verso forme assistenziali con notevoli benefici da parte dell’erario.
Certamente una “proposta shock” del genere sarebbe di forte impatto sull’opinione pubblica e costosa almeno all’inizio sul bilancio, ma inferiore a quello che si potrebbe credere, inoltre darebbe dignità al popolo di pensionati che spesso si trovano al limite della sopravvivenza e destinati all’emarginazione con costi notevoli, anche economici, in ambito sociale. Voi cosa ne pensate? Ditecelo nei commenti qui sotto, inizia la discussione.

Trasferire la pensione all’estero è un’operazione comune, ma richiede precisione chirurgica con la burocrazia per evitare di pagare le tasse due volte (o di non pagarle affatto e finire nei guai).
Ecco la guida pratica su come muoverti, divisa tra procedura tecnica e regole fiscali.
1. La procedura: Come “portare via” la pensione
Il trasferimento non è automatico con il cambio di residenza. Devi seguire questi step:
Iscrizione all’AIRE: È il pre-requisito fondamentale. Devi iscriverti all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero tramite il consolato competente. Senza questo, per il fisco italiano risulterai sempre residente in Italia.
Comunicazione all’INPS: Devi informare l’INPS del tuo nuovo indirizzo e fornire le coordinate bancarie del conto estero (codice BIC/SWIFT). Puoi farlo online tramite il portale INPS (servizio “Variazione ufficio pagatore”) o tramite un Patronato.
Accertamento dell’esistenza in vita:
Una volta all’anno, la banca incaricata dall’INPS (solitamente Citibank) ti chiederà di confermare che sei ancora in vita tramite un modulo da vidimare presso il consolato o un ufficio pubblico locale. Se non lo fai, la pensione viene sospesa.
2. La tassazione: Chi incassa i tuoi soldi?
Qui la questione si divide drasticamente in base al tipo di pensione e al Paese di destinazione. L’Italia ha stipulato Convenzioni contro le doppie imposizioni con quasi tutti i Paesi del mondo.
A. Pensioni Private (ex lavoratori dipendenti privati/autonomi)
Nella maggior parte delle convenzioni (es. Portogallo, Spagna, Albania, ecc.), queste pensioni vengono tassate esclusivamente nel Paese di residenza.
Cosa fare: Devi chiedere all’INPS la detassazione alla fonte. In questo modo l’INPS ti verserà la pensione lorda, e tu pagherai le tasse secondo le aliquote dello Stato in cui vivi (che spesso sono molto più basse o nulle per i nuovi residenti).
B. Pensioni Pubbliche (ex dipendenti statali/INPDAP)
Qui le regole sono più rigide. Per una regola generale del Modello OCSE, le pensioni pubbliche restano tassate alla fonte in Italia.
L’eccezione: Molte convenzioni prevedono che la pensione diventi tassabile solo all’estero se il pensionato acquisisce la cittadinanza del Paese in cui si è trasferito. Se resti solo cittadino italiano, l’Italia continuerà a prelevare l’IRPEF.
🧭 Esempio pratico
Se ti trasferisci in:
🇵🇹 Portogallo → spesso tassazione agevolata (dipende dal regime fiscale attuale)
🇪🇸 Spagna → tassazione nel Paese di residenza
🇹🇭 Thailandia → dipende dagli accordi (situazione più complessa)
Buona Fortuna
E’ una riforma a meta’. Perche non vengono riformate anche le pensioni pubbliche?
Il Modello OCSE e’ un parere di un organo non statale o extraparlamentare.
Quali sono i motivi per cui le pensioni pubbliche non debbano essere riformate?
Perche i pensionati pubblici non debbano essere trattati come gli altri pensionati considerato che anche i dipendenti pubblici sono sottoposti alle stesse regole di pensionamento?
Nel dibattito contemporaneo sul sistema previdenziale italiano, il fenomeno dell’esodo dei pensionati verso ordinamenti fiscalmente più favorevoli rappresenta un segnale inequivocabile di tensione strutturale. Non si tratta soltanto di una scelta individuale dettata da convenienza economica, ma dell’effetto sistemico di un assetto impositivo che continua a gravare sui redditi da pensione con logiche assimilabili a quelle del lavoro attivo.
Le proposte di detassazione, pur suggestive sotto il profilo politico e sociale, pongono rilevanti criticità sul piano dell’equità orizzontale. A parità di reddito, una differenziazione del carico fiscale rischierebbe infatti di accentuare ulteriormente la frattura tra contribuenti, minando il principio di uguaglianza sostanziale e alimentando un senso di disallineamento tra cittadino e istituzioni.
Sotto il profilo strettamente giuridico-contabile, è altresì necessario evitare rappresentazioni distorte della spesa previdenziale. Una quota rilevante delle somme erogate rientra infatti nelle casse dello Stato sotto forma di imposizione fiscale, configurando una dinamica di mera partita di giro. Tuttavia, tale considerazione, per quanto tecnicamente fondata, non è sufficiente a legittimare interventi espansivi in assenza di adeguata copertura economica.
Ed è proprio su questo punto che si innesta la questione centrale: il futuro del sistema pensionistico rimane intrinsecamente incerto. In mancanza di una crescita strutturale del PIL, capace di ampliare la base imponibile e sostenere l’equilibrio intergenerazionale, ogni ipotesi di alleggerimento fiscale appare, allo stato, difficilmente sostenibile.
In altri termini, senza un rafforzamento duraturo della capacità produttiva del Paese, qualsiasi intervento di favore rischia di tradursi in un’operazione meramente redistributiva, priva di solidità nel medio-lungo periodo. Il tema delle pensioni, pertanto, non può essere affrontato in modo isolato, ma deve essere ricondotto all’interno di una più ampia strategia di crescita economica e stabilità finanziaria.
Solo in presenza di tali condizioni sarà possibile coniugare equità, sostenibilità e competitività del sistema previdenziale italiano.
Caro Gigi Stock rilevanti criticità sul piano della equità orizzontale a parità di reddito mi sembra che ci siano già abbondantemente se andiamo ad analizzare redditi da lavoro dipendente o autonomo. Ritengo invece assolutamente giusto e sacrosanto che i pensionati che non possono aumentare le loro pensioni e i loro redditi a differenza chi chi è un lavoratore attivo se non attraverso la perequazione che oltretutto non è nemmeno paritaria debbano avere una differente tassazione così come giustamente avviene nella maggior parte dei paesi europei. Quanto al fatto delle risorse soprattutto in questi momenti drammatici ritengo che uno shock sarebbe utile, inoltre i costi sarebbero sopportabili. È come sempre una questione politica e di volontà dell’ Esecutivo.
Con stima
Ho preso visione del Disegno di Legge N. 1495 del Sen. Domenico Matera dal titolo “Incentivi fiscali per il rientro in Italia dei pensionati che trasferiscono la residenza fiscale da Paesi non appartenenti all’Unione europea a piccoli comuni inclusi nelle aree individuate dalla Strategia nazionale per le aree interne”. (FONTE: https://www.senato.it/leg/19/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/59164.pdf).
Non ho approfondito la lettura del DDL, ma mi sono formato un’idea del suo contenuto individuando i seguenti elementi della Proposta:
OBIETTIVO: “L’obiettivo è di evitare la scomparsa di quei piccoli comuni e borghi che hanno le potenzialità – in termini di posizione sul territorio, di paesaggio, di relativa vicinanza a centri più grandi – tali da offrire un’ottima qualità di vita alle persone.”
RISULTATO ATTESO: “Crescita della popolazione residente e un conseguente aumento dei servizi essenziali alla vita delle persone, tra cui quelli sanitari, scolastici, di mobilità, di comunicazione e sociali.”
REQUISITI: “Il sistema proposto prevede l’introduzione di una fiscalità premiante, per i titolari di pensione italiana che vivono fuori dall’Unione europea da almeno cinque anni e che trasferiscono la loro residenza in Italia, in un comune rientrante nelle aree intermedie, periferiche o ultraperiferiche della SNAI [Strategia Nazionale per le Aree Interne], con popolazione non superiore a 3.000 abitanti.”
Nel suo editoriale Mauro Marino pone una riflessione doverosa: “Prima di tutto bisogna capire le ragioni per cui ogni anno quasi 37.000 pensionati abbandonano il suolo italico verso altre mete”.
L’ipotesi che Mauro Marino avanza (e che suo dire è “ovvia”) è la seguente: “il motivo principale [per il quale i pensionati espatriano] è rappresentato dalla tassazione troppo alta che grava sulle pensioni in Italia equivalente ai lavoratori attivi”.
Ammettiamo pure che si intraprendano iniziative (tra cui la riduzione della tassazione della pensione) tali da rendere allettante la prospettiva di rientro in Italia.
Io penso che chi abbia deciso di espatriare, di vivere fuori dal proprio Paese, abbia preso tale decisione con piena determinazione. La prospettiva di rimpatriare dovrebbe avere una forza superiore a quella che ha determinato la prospettiva di espatriare, probabilmente ben oltre la riduzione della tassazione della pensione.
Davvero l’aspetto economico è la ragione principale per la quale si è espatriati, e per la quale si potrà cambiare idea rimpatriando? Tornare in un paese di 3.000 abitanti? dove le banche chiudono le filiali? dove il numero di medici si riduce? dove la rete internet a volte va e a volte non va? e chi ha la fibra perde pure la linea telefonica quando internet non funziona? dove il sindaco appende il cartello di non presentarsi in Comune per momentanea assenza di personale?
Forse, varrebbe la pena di sistemare prima i servizi pubblici per i 2.900 abitanti, e poi invitare i 100 pensionati espatriati a rimpatriare (in modo da non sforare il requisito limite di 3.000 abitanti).
Lo stesso discorso vale per il rimpatrio dei giovani che sono espatriati.
Quello che occorre fare, non è tanto fare in modo che i pensionati ed i giovani espatriati rimpatrino; quanto, invece, fare in modo che i pensionati ed i giovani NON espatrino.
La soluzione che io personalmente al momento vedo per evitare l’espatrio sia di pensionati che di giovani, in modo da evitare gli spopolamenti dei paesi in quanto i giovani si formerebbero le famiglie in Italia e deciderebbero di allevare i figli in Italia aiutati dai loro genitori pensionati (che resterebbero in Italia per supportare i loro figli e non andrebbero invece all’estero), è quella di attuare la Proposta di Riforma Previdenziale Perfetto-Armiliato-Gibbin.
Caro Claudio Maria Perfetto la minore tassazione che auspico nei confronti dei pensionati con redditi sotto i 50.000 euro di imponibile annuo non preclude assolutamente la proposta Perfetto Armiliato Gibbin che io sostengo da anni ma che questo Governo al momento non prende assolutamente in considerazione.
Con stima
Sì, certamente, Mauro, la minore tassazione nei confronti dei pensionati con redditi sotto i 50.000 euro di imponibile annuo non preclude assolutamente la proposta Perfetto-Armiliato-Gibbin.
Il mio pensiero era rivolto più che altro ad invertire l’obiettivo della Proposta del Sen. Domenico Matera, e cioè:
1. anziché provvedere a creare le condizioni (e individuare le risorse) per rimpatriare i pensionati (Proposta Matera),
2. provvedere, invece, a creare le condizioni (e individuare le risorse) affinché i pensionati ed i giovani non espatrino (Proposta Perfetto-Armiliato-Gibbin).
Dubito che il numero enunciato da Marino, 300.000 pensioni erogate all’estero, possa cambiare il declino di paesi e comunità minori. Ancor di più, dubito che il loro ritorno possa contribuire ad un conseguente aumento dei servizi essenziali, sanitari, scolastici, mobilità. Si dice che tentar non nuoce, ed ogni provvedimento in tal senso potrebbe aiutare ad invertire la rotta. L’importante è sapere che ci vorranno decenni, non aspettatevi che da domani i servizi sopracitati spunteranno come funghi. Probabilmente noi non vedremo questo miglioramento.
Ma sarebbe una proposta logica detassare le pensioni, ma poi bisogna vedere i costi e qua purtroppo casca l’asino, addirittura conteggiano pure l’Irpef che paghiamo in pensione per far schizzare al 16% il rapporto spesa pensionistica sul PIL… e questo la dice lunga.
Poi legherebbero l’ Irpef a fasce di reddito… e la maggioranza dei beneficiari rimarrebbero le bricciole, pero’ sarebbe una mossa propagandistica eccezzionale. Nb. A pensar male….
Quindi, essendo io neo pensionato, qualcuno mi spieghi come posso “emigrare” e subito dopo tornare, per par condicio a tutti i pensionati. Fanno ridere, fuori dall’Italia si vive meglio; anche i non pensionati.