Pensioni 2026 l’editoriale: riflessione completa sul finanziamento del sistema previdenziale

Il mondo della previdenza è costantemente sotto osservazione visto che rappresenta la voce più cospicua del bilancio dello Stato ed ogni qualvolta ci si trova nel mezzo di una crisi internazionale come quella drammatica che stiamo vivendo in questi mesi si addensano nubi fosche sulla sua sostenibilità per mantenere quell’equilibrio finanziario necessario negli anni futuri. Si sperava che quest’anno fosse l’anno buono per una non più rinviabile riforma previdenziale di cui si parla in Italia da oltre dieci ma che per vari motivi non si riesce o non si vuole mai realizzare. L’anno 2026 per tutto il mondo è comunicato in maniera drammatica perché oltre al conflitto russo/ucraino che si protrae da oltre quattro anni stiamo assistendo ad una feroce guerra in Medio Oriente che ci coinvolge in maniera indiretta e che sta sconvolgendo economicamente l’intero globo. L’impennata dell’inflazione che costringerà presto ad un aumento dei tassi di interesse comporterà un aggravio dei conti pubblici che non permetterà spese extra e quindi temo che anche quest’anno passerà senza provvedimenti significativi in ambito previdenziale e con l’ennesimo rimando a tempi migliori. Ma sappiamo bene che ogni anno che passa in questo ambito è un anno perso con i problemi che si accavallano e con le mancanze strutturali mai risolte. Abbiamo parlato mille volte del fatto che il sistema previdenziale attuale non è più in grado di assolvere le funzioni pe cui è stato ideato e che la sua crisi senza interventi di avrà intorno al 2040/2045, per cui è necessaria un’ampia riflessione nel suo complesso per intervenire subito e cercare di scongiurare tale pericolo.

Il sistema previdenziale che è in vigore attualmente in Italia è chiamato “a ripartizione” e prevede, in pratica, che i contributi previdenziali versati da chi sta attualmente lavorando siano utilizzati per pagare gli assegni previdenziali di chi è già in pensione. Il sistema, istituito nel lontano 1945, per reggersi in equilibrio necessita che ci siano almeno 1,6 lavoratori attivi che versano contributi per ogni pensionato. Fino ad ora dal momento che i pensionati erano di numero inferiore, la media dell’età della popolazione era molto più bassa e c’erano molti lavoratori il sistema è sempre stato in equilibrio. Nell’Italia del dopoguerra che cercava faticosamente di riemergere dopo il periodo bellico c’era un gran fermento e voglia di fare che poi avrebbe portato al boom economico che si è verificato negli anni 50/60. C’era molto ottimismo, una grande voglia di progresso e nascevano in quegli anni tutta una serie di fabbriche soprattutto metalmeccaniche che hanno determinato quel “boom economico” che haportato l’Italia alla fine degli anni Ottanta addirittura al quarto posto tra le potenze più industrializzate al mondo dopo Stati Uniti, Giappone e Germania. Il tutto aveva determinato anche molta fiducia nel futuro ed infatti, solo per fare un esempio, in Italia nascevano oltre un milione di bambini l’anno.

Il sistema previdenziale così alimentato era perfettamente in grado di gestirsi in maniera equilibrata e nonostante tutta una serie di regalie che ci furono i quel periodo come le baby pensioni (dipendenti pubbliche con figli che accedevano al pensionamento con solo 15 anni di contributi), pensioni calcolate sulla retribuzione dell’ultimo anno di stipendio, largo uso di benefici a varie categorie di lavoratori, il sistema, anche perché l’aspettativa di vita era molto più bassa ed il numero di pensionati nettamente inferiore ad ora, si è sempre mantenuto in equilibrio per quasi 80 anni.

Ora la situazione è completamente cambiata. Innanzitutto, il numero dei nuovi nati si è drasticamente ridotto a meno della metà rispetto agli agni anni 60 (nel 2025 ci sono stati appena 340.000 nati), la popolazione invecchia sempre di più e l’aspettativa di vita, se si esclude il periodo del COVID, è enormemente cresciuta rispetto a 50 anni fa. Inoltre, il sistema previdenziale per reggersi in equilibrio, secondo calcoli attuariali, prevede che la pensione non dovrebbe essere erogata per più di 20/25 anni. I vari governi che si sono succeduti come unica soluzione non hanno fatto altro che aumentare in continuazione l’età di pensionamento (dal 2028 saranno necessari 67 anni e 3 mesi) ma è del tutto evidente che ormai si è arrivati al limite e non è più possibile soprattutto per certe tipologie di lavori andare oltre.

Dati dell’INPS, confermati da illustri esperti, evidenziano che il rapporto di 1,6 lavoratori per ogni pensionato considerato equo, a causa del lavoro frammentato dei giovani e delle donne, dell’aumento delle pensioni, e dell’aspettativa di vita che aumenta sempre di più (l’Italia è uno dei Paesi più vecchi del mondo) non sarà mantenuto e che questo scenderà velocemente fino ad arrivare nel 2040 ad uno ad uno. Un lavoratore per ogni pensionato. A quel punto di sistema crollerà e lo Stato non sarà più in grado di pagare a tutti le pensioni.

Bisogna, dunque intervenire immediatamente e studiare un nuovo modo di previdenza in Italia. Una soluzione potrebbe essere quella di cui si sta parlando da molti anni in Italia ma che per ragioni ideologiche, elettorali, culturali e anche per problemi oggettivi come per esempio come operare la transazione, non viene attuata, e cioè di affiancare il sistema attuale ad una forma di capitalizzazione garantendo a tutti una pensione pubblica e investendo una parte della massa di contribuiti versati dai lavoratori in forme più o meno prudenziali a scelta del lavoratore mettendolo al centro delle proprie decisioni. In questo modo si potrebbe superare, in parte, il problema delle troppe pensioni da pagare per molti anni ed al tempo stesso si implementerebbero le pensioni consentendo a chi ha lasciato il lavoro attivo una vita dignitosa.

È chiaro che sarebbe un cambio epocale non facile da assimilare, che necessiterebbe di alcuni mesi per essere realizzato e che sicuramente non sarà attuato in questo 2026 ma se non si comincia da qualche parte mai sarà affrontato e risolto tale enorme problema che affliggerà nel futuro milioni di italiani.

5 commenti su “Pensioni 2026 l’editoriale: riflessione completa sul finanziamento del sistema previdenziale”

    • Caro DON, e di cosa ti preoccupi? tu la pensione ce l’hai, io la prenderò l’anno prossimo (quella di vecchiaia) e stai pur certo che il riferimento sarà Legge Fornero; salvo che cada il governo e il PD non prenda in seria considerazione la riforma Perfetto; ma ricordo nel 2021 quando , in clima d’incertezza, si costituì la famosa commissione che dopo mesi di duro lavoro disse che non era possibile separare assistenza da previdenza; ai posteri l’ardua sentenza; saluti a te e ai gestori del sito

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  1. Come detto, “il problema è enorme”. La patata è incandescente.
    Alcune documentate proposte sono state avanzate da meritori studiosi. Che si sappia… azioni governative per affrontare davvero il problema…zero, non pervenute. Si preferisce continuare nell’inettitudine soprassedendo a qualsiasi decisione.
    Neanche il dibattito nell’opinione pubblica sembra cogliere adeguatamente la gravità della situazione. Qualche banale considerazione…poi il nulla!

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  2. Vede, dott. Marino, oltre a tutto quello che ha detto il dott. Perfetto che è sacrosanto occorre anche un’altra cosa: fare sacrifici immani per tutta la vita; ma tu puoi fare sacrifici immani per tutta la vita ma se non mandi in pensione gli anziani, non liberi posti di lavoro, non applichi imposte sull’automazione, non fai salire il PIL, non aumenti i salari etc non vai da nessuna parte; saluti a lei, al dott. Perfetto e ai gestori del sito

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  3. Nel suo Editoriale, Mauro Marino individua la seguente soluzione per il finanziamento del sistema previdenziale:

    “affiancare il sistema attuale ad una forma di capitalizzazione garantendo a tutti una pensione pubblica e investendo una parte della massa di contribuiti versati dai lavoratori in forme più o meno prudenziali a scelta del lavoratore mettendolo al centro delle proprie decisioni.”

    Immagino che Mauro Marino, parlando di “forma di capitalizzazione”, intenda riferirsi alla pensione complementare/integrativa da affiancare alla pensione obbligatoria.

    Un’idea che è balenata in tal senso è quella di convertire il TFR/TFS in rendita, ovvero restituire il TFR/TFS a rate, per tutta la durata della pensione, anziché in una sola soluzione, tutto in blocco: la pensione sarebbe certamente più alta, ma il pensionato dovrebbe rinunciare a fare quelle spese a cui forse ci teneva molto (matrimonio della figlia, viaggio in crociera con la moglie, e quant’altro).

    Un’altra idea potrebbe essere quella di aumentare i salari, in modo che il lavoratore possa riuscire a mettere da parte una determinata somma e formarsi la pensione complementare. Ma l’aumento dei salari è legato all’aumento ella produttività, ed oggi la produttività è bassa, dal momento che il PIL cresce dello zero virgola per cento l’anno, ovvero è quasi stagnante. È questo il motivo per il quale i salari sono bassi.

    Per aumentare i salari si potrebbe pensare di complementare la produttività del lavoratore con la produttività derivante dall’automazione (robot e AI), realizzando in tal modo la maggiore produttività del lavoratore alla quale corrisponderebbe un salario maggiore. Se questa fosse la strada, allora il Governo – al quale spetta il compito di redistribuire la ricchezza – dovrebbe scegliere se prelevare dall’IRES (che viene pagata dall’azienda) la ricchezza prodotta dall’automazione, oppure da una nuova imposta da applicare all’automazione (robot e AI).

    MIA NOTA FINALE

    Che il PIL cresca poco a fronte di un boom dell’occupazione non lo trovo affatto strano: vuol dire che la produttività umana è bassa, e quindi anche i salari sono bassi (come effettivamente si registra).

    Che il PIL cresca poco nonostante che l’automazione (robot e AI) sia più produttiva del lavoro umano riesco a spiegarmelo solo avanzando l’ipotesi che il lavoratore umano fa da collo di bottiglia, da ostacolo, all’automazione (robot e AI).

    Affermo questo perché se paragoniamo i lavoratori umani ai lavoratori anziani, e paragoniamo l’intelligenza artificiale ai lavoratori giovani, ebbene nella mia esperienza lavorativa sono testimone oculare che i lavoratori anziani oltre i 58 anni di età anagrafica sono di ostacolo ai giovani trentenni/quarantenni, che vorrebbero utilizzare le nuove tecnologie più avanzate ma viene loro imposto dai lavoratori anziani i di “fare come si è sempre fatto”.

    CONCLUSIONE.

    Per consentire ai lavoratori di potersi formare una pensione complementare, occorre fare in modo che abbiano salari più alti e quindi produttività più elevata.

    Per consentire ai lavoratori di avere produttività più elevata, È NECESSARIO PENSIONARE I LAVORATORI ANZIANI (dai 62 anni in su con almeno 35 anni di contribuzione, come indicato dalla Proposta Perfetto-Armiliato-Gibbin).

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