Gli ultimi dati forniti dal tredicesimo report sul sistema previdenziale italiano di Itinerari Previdenziali, autorevolissimo istituto che da anni fornisce i dati più completi e analitici nonché gli andamenti della spesa pensionistica in Italia, ci forniscono un assist per evidenziare una volta di più la necessità ed urgenza di separare nell’ambito della spesa previdenziale l’assistenza dalla previdenza.
Sono due istituti completamente diversi (come anche evidenziato nella Costituzione e come espressamente previsto dall’art. 37 della legge n. 88/1989 che istituisce la Gias Gestione degli Interventi Assistenziali) in quanto la previdenza si alimenta mediante i contributi versati dai lavoratori e dai datori di lavoro durante l’attività lavorativa per maturare il diritto, al termine della prestazione lavorativa, di una retribuzione differita ed è legata al rapporto tra lavoratori attivi e pensionati, mentre l’assistenza ha tutta una altra natura e deve tutelare le situazioni di bisogno indipendentemente dai contributi versati. È del tutto evidente che istituti come per esempio l’invalidità civile, le integrazioni al minimo, la quattordicesima, gli assegni sociali, l’indennità di accompagnamento ecc. non siano previdenza ma debbano essere ricompresi nelle varie forme di assistenza esistenti in Italia che debbano ascriversi alla fiscalità generale e finanziate dalle tasse e imposte versate da tutti i cittadini italiani.
Ma quello che sembra logico e facilmente intuitivo evidentemente nel nostro Paese non lo è ed infatti dopo vari tentativi fatti negli ultimi vent’anni per fare chiarezza e distinguere finalmente due aspetti di natura così diversi, la Commissione Tecnica istituita nel 2021 per studiare tale problema dopo alcuni mesi di lavoro ha concluso che “non appare praticabile una separazione netta della previdenza dall’assistenza anche a causa della natura spesso ibrida della prestazione” che rende complicata una distinzione delle fonti di finanziamento: istituti come l’integrazione al minimo, la 14esima, le maggiorazioni sociali, il reddito di inclusione sociale ecc. vengono considerati di natura ibrida in quanto accumulano caratteri propri sia dell’assistenza che dalla previdenza.
È un paradosso che continua ad appesantire i conti della pura previdenza e che fa apparire tale spesa come esagerata e fuori controllo quando invece non lo è. Se andiamo ad analizzare la spesa previdenziale nel 2024 (ultimo dato consolidato disponibile) osserviamo come questa sia cresciuta del 7,1% rispetto all’anno precedente e abbia superato i 286 miliardi, ma vediamo anche che grazie all’aumento dell’occupazione arrivata ai massimi aumentano anche le entrate contributive che ammontano a oltre 260 miliardi e benché il dato resti in negativo migliora di circa cinque miliardi il saldo previdenziale che passa da -30,72 ai -25,55 dell’anno 2024. Inoltre, migliora il rapporto tra attivi e pensionati che arriva a quota 1,47 (teniamo presente che per essere in pari il sistema abbisogna di un rapporto tra 1,6 e 1,7).
Ma andando ad analizzare meglio le singole voci si evince che dal rapporto spesa/PIL che attualmente è del 15,3% se andiamo a scorporare la quota della Gias (Gestione Interventi Assistenziali) tale rapporto scende al 13,05% e se andiamo poi a togliere anche l’IRPEF che viene conteggiato e ha inciso nel 2024 per circa 70 miliardi si evince che la spesa pensionistica al netto dell’assistenza e dell’IRPEF scende addirittura all’8,54% del PIL ben al di sotto della media dell’UE, con una saldo tra entrate ed uscite addirittura di oltre 60 miliardi l’anno. Oltretutto calcolare la spesa pensionistica al netto delle imposte rende i dati molto più omogenei perché molti Stati sia in sede UE che Ocse, che vengono sempre presi come parametri di confronto, non tassano le pensioni o le tassano in maniera considerevolmente più bassa rispetto all’Italia. E’ vero che la spesa nel suo complesso non cambia ma innanzitutto verificare i reali bisogni assistenziali erogati negli anni porterebbe probabilmente ad un risparmio di alcuni miliardi risultato di assegni non dovuti ma tenuti in essere da politiche clientelari di natura elettorale e inoltre potrebbero essere modificate anche le politiche dei governi che penalizzano le perequazioni delle pensioni superiori di quattro volte il trattamento minimo con evidenti problematiche di natura costituzionale. In conclusione e semplificando la problematica, si può tranquillamente affermare che il sistema previdenziale italiano costituito sulla base dei contributi versati, a discapito di quanto ripetutamente affermato, è assolutamente in linea con la spesa sostenuta ed è addirittura in avanzo, e pertanto al pari delle OO.SS. CISL e UIL e di diversi tecnici del settore si esorta il governo, finalmente, ad operare una separazione netta tra questi due istituti sia per fare chiarezza sui costi reali sia per permettere che una corretta distinzione possa impostare una necessaria riforma pensionistica senza penalizzare i pensionati attuali e futuri con la scusa del “buco” previdenziale.

Mauro Marino
https://youtu.be/KnHoRTXSnwo?si=_MeHdS_tdG9CV8uQ
È incredibile come in Italia ci somministrino ogni giorno la recita dello scontro totale tra Meloni e Schlein, mentre in Europa governano beatamente insieme.
Vogliamo parlare del voto di novembre sulla Commissione? Fratelli d’Italia e PD hanno votato esattamente la stessa cosa: SÌ alla squadra di Ursula von der Leyen. Alla faccia della coerenza! Da una parte ci dicono che ‘l’Europa deve cambiare’ (FdI) e dall’altra che bisogna ‘fermare le destre’ (PD), ma poi quando c’è da spartirsi le poltrone e votare per il riarmo europeo, si ritrovano tutti sotto lo stesso tetto a votare insieme il piano Rearm Europe.
I fatti dicono che oggi esiste un’unica grande coalizione che va da Schlein alla Meloni, passando per Forza Italia. Mentre i loro elettori si accapigliano nei talk show, a Bruxelles PD e FdI hanno blindato Raffaele Fitto e votato per l’invio di più armi e più fondi all’industria bellica.
Quindi, la prossima volta che sentite parlare di ‘opposizione dura’ o di ‘sovranismo contro l’Europa’, ricordatevi che a Strasburgo sono tutti nello stesso ufficio a premere lo stesso tasto. Il resto è solo marketing per noi poveri elettori.
Ho letto anch’io il rapporto di Itinerari Previdenziali citato dal Dott. Marino (“Pensioni: il sistema è sostenibile, ma attenzione a lavoro, assistenza e demografia”). Riporto a mia volta alcuni passaggi significativi.
1. Pensioni anticipate: per Brambilla la riduzione è un fatto positivo
«Risulta piuttosto chiaro – commenta il Prof. Alberto Brambilla – che le prestazioni assistenziali sono la principale causa dell’aumento del numero dei pensionati. Per quanto riguarda i trattamenti previdenziali, è interessante notare come nell’ultimo biennio (2023-2024) ci sia stata un’inversione di tendenza, con le pensioni di vecchiaia liquidate in numero maggiore rispetto alle anticipate, il che è positivo perché riduce la spesa e contiene le età di pensionamento».
Dunque, il Prof. Brambilla sottolinea esplicitamente che la diminuzione delle pensioni anticipate è un elemento positivo. Di fatto, suggerisce un contenimento di questa modalità di uscita, altro che nuovi anticipi.
2. Il nodo dei dipendenti pubblici
«A pesare sul deficit complessivo sono soprattutto gli oltre 46 miliardi della gestione dei dipendenti pubblici (erano 33 prima del COVID-19)».
Qui tocchiamo un nervo scoperto: quando il governo ha provato a intervenire sulle pensioni pubbliche, calcolate con aliquote più favorevoli rispetto al settore privato, si è scatenata una sollevazione – anche su queste pagine. Ognuno difende il proprio interesse, come spesso accade in Italia.
3. Previdenza vs assistenza: una commistione che altera i numeri
«Se si considerassero solo i percettori di trattamenti previdenziali “puri”, il numero dei pensionati scenderebbe da 16,3 a 13,5 milioni, portando il rapporto attivi/pensionati a un ottimo 1,77. […] L’elevato numero di pensioni di vecchiaia non sorrette da solide contribuzioni richiede integrazioni al minimo o altre maggiorazioni sociali a carico della fiscalità generale».
È importante ricordare che i contributivi puri non avranno l’integrazione al minimo, in particolare chi lavora nella Gestione Separata: co.co.co., finte partite IVA, stagionali.
È stato calcolato che, pur con contribuzioni non trascurabili, molti di questi lavoratori percepiranno una pensione simile all’assegno sociale, ben più bassa dell’attuale integrazione al minimo.
Separare assistenza e previdenza può essere corretto sul piano contabile, ma la “bomba sociale” generata da questo aspetto della legge Fornero rischia di essere dirompente.
4. Adeguamento alla speranza di vita: Brambilla non lo mette in discussione
«L’equilibrio potrà essere preservato solo con un’applicazione puntuale dei due stabilizzatori automatici: adeguamento all’aspettativa di vita e coefficienti di trasformazione. […] Le numerose forme di anticipazione hanno abbassato l’età di pensionamento, scesa da 62,4 anni nel 2019 a 61,7 nel 2024. Servono requisiti anagrafici più stringenti, premiando semmai i contributi più lunghi e le lavoratrici madri».
Quindi, il Prof. Brambilla non propone affatto di abbandonare gli adeguamenti automatici: al contrario, ne ribadisce la necessità.
5. Lavoro e demografia: meno anticipi, più permanenza
«Il mercato del lavoro dovrà adeguarsi alla demografia, favorendo la permanenza al lavoro delle fasce più senior: formazione, mansioni adeguate all’età, flessibilità dopo i 67 anni, investimenti in prevenzione e tecnologie per gli over 60».
Anche qui, non mi sembra che il Professore sia particolarmente indulgente verso le pensioni anticipate.
Se il Dott. Marino ha evidenziato gli aspetti positivi del rapporto, io ho voluto sottolinearne altri che forse piaceranno meno.
Saluti a tutti.
Caro Nicola T, premesso che ti giudico una persona seria e in gamba mi viene in mente il 2018 parlando del dott. Brambilla; se non erro , nella fase di decisione che poi partorì quota 100 il dott. Brambilla proponeva una bella quota 100 ma non una quota tipo 60-40 e nemmeno quella che è uscita 62-38 minimo; proponeva una quota 64-36; ; come dire puoi avere tutti i contributi che vuoi ma se non hai 64 anni niente da fare; adesso che cosa dice? flessibilità ben oltre i 67 anni, ,non prima; lasciamo perdere, è una battaglia persa; e se non sbaglio lui fa parte di quella famosa commissione che doveva decidere in merito alle pensioni ma non ricordo a che pro; saluti a te e ai gestori del sito
Due considerazioni Paolo Prof.
L’articolo del Dott.Marino cita il bello di questo rapporto, cioè che il i numeri del sistema pensionistico sono tutt’altro che tragici separando previdenza e assistenza.
Poi il sottoscritto si legge il rapporto e vede ben altre cose, magari meno piacevoli e l’ ho voluto sottolineare. Secondo me il resoconto del Dott. Brambilla andava spiegato completamente, non solo nella parte che piace al Dott.Marino visto che lo stesso autore cita il sito come prestigioso per il settore previdenziale. Ma non faccio polemica, è una mia opinione.
Sulla parte che citi alla fine ( flessibilità oltre i 67 anni), io la vedo così : ci sono una serie di lavori ( formazione aziendale, consulenza, lavori prettamente di concetto, titolari di aziende) dove io nelle mie attività vedo persone di tutte le età, altro che sessantenni, ben di più. Se le persone vogliono mantenersi attivi per tutta la vita ( visto che sono lavori di concetto), si può pensare di incentivare provvedimenti tipo il bonus Giorgetti o simili. Non tutti vogliono solo dedicarsi agli hobby, se uno è in salute e vuole restare attivo e ha sbocchi di lavoro per me va rispettato.
Diverso è per chi ha lavori manuali e pesanti e stressanti ( per me anche la scuola fa parte di quelli stressanti), lì la flessibilità deve cominciare prima dei 67 anni probabilmente. L’ intendimento di Brambilla forse, dico forse, è questo. Saluti.
Caro Nicola T, l’ho spiegato anche in altre occasioni e lo ribadisco: chi ha sofferto pochissimo o poco durante la vita lavorativa tendenzialmente , se può, continua a lavorare; chi ha sofferto molto non vede l’ora di terminare; poi ci sono le situazioni particolari: esistono persone che credono di vivere in eterno ma non è così; quelli che dicono: se mi fermo muoio; ma come ripeto: tutto dipende da quanto hai sofferto; io la penso così; saluti a te e ai gestori del sito
Salvinone … non parli piu’ di riformone ?? … ah ah ah ah !!!! … troppo ridere … italianiiiiii … ah ah ah ah !!!! … vot’Antonio vot’Antonio … Antonio La Trippa … ah ah ah ah !!!! … e tu Elsa … li hai poi azzerati i privilegi ?? … ah ah ah ah !!!! … dai, non piangere … ah ah ah ah !!!! … parlamentari 4 anni (circa) … popolino 44 anni (circa) … Elsaaaaaa … ah ah ah ah !!!!
Rispondo al Sig. Pio … Sig. Pio, non sia choosy … ah ah ah ah ah !!!!
Grazie, Pio !
Sembra paradossale, ma se un governo non fa assolutamente niente fuorché aumentare l’età pensionabile, è impossibile pensare una separazione, anche parziale, e limitata solo alle prestazioni assistenziali “non ibride”, tra assistenza e previdenza. La verità è che il governo sta vessando i lavoratori e sta facendo cassa per finanziare il progetto più scriteriato mai concepito, ossia il riarmo.
Quindi, cosa propone? Dire di no alla Sig.ra Von der Leyen? E’ una contraddizione dire che la Ue non conta niente perchè decide all’ unanimità e non decide a voto di maggioranza e poi quando propone qualcosa in cui non si è d’accordo si alza il dito per dire di no.
La maggioranza dei paesi europei ha deciso per il REARM EUROPE. Ci si deve allineare se vogliamo gli Stati Uniti d’ Europa, altrimenti si può dire no e anche dire arrivederci.
Saluti.
Stati Uniti d’Europa, basta , ti prego, abbi pietà…
Provo a portare una motivazione per cui possa risultare difficile separare la Previdenza dall’Assistenza.
Sia ben inteso che quanto esporrò è soltanto una mia congettura, non supportata dai dati.
PREMESSA.
Con la Legge di Bilancio per il 2025 (quindi la Legge di Bilancio scorsa, quella precedente alla Legge di Bilancio in vigore nel 2026) gli ESONERI CONTRIBUTIVI a favore di lavoratori con redditi annuali lordi fino a 20.000 euro è stata resa strutturale.
Nelle Legge di Bilancio per il 2025 sono presenti anche ESONERI CONTRIBUTIVI per mamme lavoratrici ed ESONERI CONTRIBUTIVI a favore delle Imprese qualora assumano nuove persone a tempo indeterminato (formula: “Più assumi meno paghi”).
(FONTE: https://www.mef.gov.it/focus/Principali-misure-della-legge-di-bilancio-2025/#:~:text=Taglio%20del%20cuneo%20fiscale.%20Confermato%20e%20reso,benefici%20per%20ulteriori%203%20milioni%20di%20contribuenti).
Occorre precisare che il mancato versamento di contributi previdenziali da parte dei lavoratori o da parte delle imprese non vanno perduti, perché il mancato versamento viene coperto dalla Stato attingendo alla fiscalità generale (per quanto riguarda le imprese, si parla di “fiscalizzazione degli oneri sociali”, ovvero il costo dei contributi sociali, dei contributi previdenziali, viene “trasformato” in imposte, e quindi attinente alla fiscalità generale).
MIA CONGETTURA
La fiscalità generale finanzia correttamente l’Assistenza, ma TRANSITANDO dalla Previdenza.
Risultato? I tempi per andare in pensione si allungano.
Chiarisco il mio pensiero riguardo all’allungamento dei tempi per andare in pensione.
Innanzitutto, l’esonero contributivo ha uno scopo nobile: salvaguardare il potere di acquisto dei salari, rendendoli più alti per compensare l’aumento dei prezzi.
Sappiamo che le pensioni correnti vengono finanziate con il versamento dei contributi previdenziali da parte dei lavoratori attivi.
Ne consegue che finanziare le pensioni correnti, oppure nuove pensioni, attingendo a risorse della fiscalità generale non è coerente con il meccanismo oggi operante nella Previdenza.
Tuttavia, l’esonero contributivo che attinge alla fiscalità generale può benissimo finanziare l’Assistenza, e ciò è coerente con il meccanismo oggi operante nella Assistenza.
DOMANDA: se con la fiscalità generale che dovrebbe finanziare la Previdenza si finanzia invece l’Assistenza, cosa ne è della copertura contributiva da parte dello Stato per colmare il vuoto contributivo che viene lasciato da lavoratori, lavoratrici e imprese?
RISPOSTA: non c’è alcun versamento contributivo dello STATO per colmare il vuoto contributivo di lavoratori e lavoratrici.
CONSEGUENZA: l’ESONERO CONTRIBUTIVO (ovvero la DECONTRIBUZIONE) si configurerebbe, in sostanza, come un POSTICIPO DI VERSAMENTO DI CONTRIBUTI.
Ciò comporta l’allungamento dei tempi per il pensionamento, che viene motivato con la formula oramai fissatasi nella coscienza collettiva che è la seguente:
i tempi per andare in pensione si allungano (aumentando l’età anagrafica e le finestre di attesa) A CAUSA DELL’AUMENTO DELL’ASPETTATIVA DI VITA (motivazione ufficiale).
CONCLUSIONE 1.
Poiché il meccanismo del finanziamento dell’Assistenza tramite la fiscalità generale si arricchisce del flusso della fiscalità generale che transita attraverso la Previdenza per confluire nell’Assistenza (col doppio fine di garantire simultaneamente il recupero del potere di acquisto dei salari), ecco uno dei motivi (a mio avviso, si intende) per cui NON È POSSIBILE SEPARARE la Previdenza dall’Assistenza.
Se è proprio così come l’ho descritto, devo riconoscere che, sebbene al Governo e al Ministero dell’Economia e delle Finanze non ci siano economisti, tuttavia ci sono Contabili davvero in gamba!
CONCLUSIONE 2.
Ripeto: questa mia riflessione è una pura congettura, ipotesi, opinione (che potrebbe apparire anche un po’ “macchinosa”). Pertanto, potrebbe risultare un’opinione del tutto infondata, in quanto non corroborata da dati oggettivi di bilancio statale.
Caro Claudio Maria, potrebbe essere, del resto canto sappiamo benissimo che in molti casi nel pubblico impiego (soprattutto nei caso di piccoli comuni con poche risorse) effettivamente i versamenti previdenziali non vengono accantonati come nel settore privato ma vengono conteggiati figurativamente risparmiando di fatto dilatando i tempi di erogazione.
Un caro saluto
Grazie della risposta, Mauro.
Ho visionato il video segnalatoci da Max in data 27 Gennaio 2026 alle 12:01 riportato da ilSussidiario.net col titolo “Previdenza e Assistenza, due facce della stessa medaglia?”. Ne condivido i contenuti.
Apprezzo molto la partecipazione sociale di Orietta Armiliato e di Mauro Marino nel prendere parte attiva – attraverso i Gruppi CODS e UTP nonché attraverso interviste “faccia a faccia” – nel sostenere le istanze di lavoratori, lavoratrici e pensionati. A differenza di me che, invece, prediligo spazi si-lenti, e come miei soli accompagnatori pensieri con i quali “solo e pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi e lenti” (Francesco Petrarca).
Siamo sempre qui. È chiaro che se separi assistenza da previdenza, deve pensarci l’Erario. Io dico da anni che una gestione oculata delle spese sarebbe sufficiente. Poi, gradatamente, ridurre mafia, corruzione ed evasione.
Non dobbiamo fare miracoli e dobbiamo metterci in linea con le performance dei migliori paesi occidentali. E invece siamo qui a litigare tra dx e sx per vedere che è più bello.
Gli italiani non cambieranno mai.
E’ davvero sconsolante constatare che “tutti sappiano” da anni. E che, nonostante questo, da anni nessuno muova una foglia su questo spinoso tema. Non è più una questione “tecnica”.
Resta aperta la fatidica domanda: allora che fare?…
Purtroppo non faranno mai la separazione tra assistenza e previdenza altrimenti dovrebbero procedere con una riforma delle pensioni che diminuisca l’età pensionabile o per lo meno che rimanga ferma con i requisiti odierni. Quindi ribadisco non lo faranno mai altrimenti dove trovano i soldi per le armi e per le varie rottamazioni delle cartelle. In conclusione anche questo governo si comporta come tutti gli altri, dando botte sulla testa ai pensionati e pensionandi.
Concordo pienamente. La separazione netta tra previdenza (finanziata dai contributi) e assistenza (a carico della fiscalità generale) è fondamentale per una corretta analisi e per politiche sostenibili. Come evidenziano i dati, il sistema previdenziale puro è in equilibrio, mentre l’accorpamento attuale distorce la percezione dei conti e ostacola riforme eque. È una battaglia di chiarezza e giustizia per i contribuenti e i pensionati.
Buon giorno Marino.
Le domando: visto il passare degli anni che anche nel 2021 il governo in carica (CONTE II sostenuto da M5S, PD, IV, LeU), cambiato nel governo (DRAGHI di unità nazionale, o quasi, entrato in carica nel febbraio 2021 e cessato a fine ottobre 2022) nonostante si sia partorita una commissione che nel giro di pochi mesi si è espressa come da contenuto dell’articolo; se sia pensabile rifarsi a colpe da attribuire, solo, al governo attuale?
Ciò premesso e se non faccio confusione coi numeri: visto il rapporto spesa/PIL attuale 15,3%, qualora fosse scorporata la quota assistenziale per cui il dato passasse a 13,05% … a grandi linee dovremmo dirci l’assistenza pesi per un 2,25 % del PIL.
Ma poiché i contributi versati quando in attività (se non erro) non sono soggetti a tassazione questi lo saranno, al pari delle pensioni private di II pilastro, in fase di erogazione delle relative pensioni.
Fermo restando una esenzione necessaria che dovrebbe, secondo logica, garantire il costo minimo per la sopravvivenza dell’interessato.
I paragoni, se fatti con altre realtà nazionali penso che sarebbero, talvolta, falsati o risultare impropri anche in quanto la “nostra logica” contempla anche la sanità.
Saluti
Wal non ho capito molto. Comunque questo problema ovviamente non è solo di questo governo. E ovviamente la spesa Gias non è solo al 2,25% del PIL ma solo quella che
definiamo “ibrida”. Il costo complessivo dell’assistenza è ben sopra i 100 miliardi l’anno. Un altro motivo perché esiste questa commistione è dovuta al fatto che le varie casse private (che investono una parte dei fondi) sono quasi tutte in attive e vengono buttate nel gran calderone.
Saluti
Chiarito che le colpe, se esistono, sono da spalmare nel tempo su vari governi.
Se non sono stato chiaro a riguardo di altro; preciso il pensiero:
Quando, ci confrontiamo con le percentuali tra costi per le pensioni o nel loro complesso di Welfare State – le critiche nascono guardando alle medie Europee – e, forse, impropriamente sulla IMPOSIZIONE IRPEF delle nostre pensioni che lei cita essere state, recentemente, pari a 70 miliardi.
Considerato che ovunque: “regola è imporre una tassazione” quando si percepisce un reddito e non all’atto della contribuzione parlando di pensioni; Il metodo di porre a confronto cifre con altri paesi europei non è fuor di dubbio corretto.
Perché?
Perché, quantomeno, sia nella redazione sia nella pratica della busta paga, ad esempio di un lavoratore tedesco, appaiono oltre alle: “trattenute contributive lavoratore/datore” anche e a parte, le: “trattenute per la sanità” che il lavoratore/datore versano suddivise e destinate alle proprie cassa mutua oltre alle reddituali.
E cosi accade quando si percepisce la pensione sulla quale si ha una imposizione fiscale stabilita dallo Stato (che attualmente per le pensioni di vecchia data avvantaggia, a calare, fino ad estinguere il vantaggio nel 2040) con l’aggiunta, separata, di un importo trattenuto e suddiviso tra pensionato e cassa mutua di appartenenza … (tralascio quelle pesanti se si dichiara di essere professanti di una fede).
Spero di essermi spiegato.
Saluti
Wal non entro nel discorso della Germania che non conosco. Dico solo che nella maggior parte dei paesi europei la tassazione delle pensioni è molto più bassa di quella italiana, per cui gioco forza, i dati del costo complessivo della previdenza sono ovviamente più bassi
Un saluto
La relazione di Itinerari Previdenziali conferma, con dati ormai difficilmente contestabili, una verità che il dibattito pubblico continua a rimuovere: il sistema previdenziale italiano, se correttamente isolato dall’assistenza, non solo non è fuori controllo, ma presenta elementi di equilibrio strutturale persino migliori rispetto alla media europea. È proprio su questo punto che emerge con forza la responsabilità politica del governo, che aveva più volte annunciato l’intenzione di fare chiarezza tra previdenza e assistenza, salvo poi rinviare, annacquare o di fatto abbandonare ogni intervento concreto.
La mancata separazione tra i due ambiti continua a produrre una distorsione contabile grave: caricare sulla previdenza prestazioni che nulla hanno a che vedere con i contributi versati altera la percezione della spesa pensionistica, alimenta la narrazione del “buco” e giustifica politiche restrittive che colpiscono indiscriminatamente pensionati presenti e futuri. I numeri citati nel report sono eloquenti: depurando la spesa pensionistica da GIAS e IRPEF, il rapporto scende a livelli non solo sostenibili, ma competitivi in ambito UE, con un saldo strutturalmente positivo. Continuare a ignorare questa evidenza non è più una scelta tecnica, bensì politica.
Ancora più grave appare il fatto che la Commissione Tecnica del 2021 abbia certificato l’“impraticabilità” della separazione a causa della natura ibrida di alcune prestazioni. Una conclusione che, lungi dall’essere neutra, ha finito per cristallizzare lo status quo e fornire un alibi perfetto all’inerzia governativa. In altri ordinamenti europei, la complessità non ha impedito riforme analoghe: in Italia, invece, viene usata come giustificazione per non decidere, mentre il peso dell’assistenza impropria continua a gravare sui contributi dei lavoratori.
Il governo aveva promesso trasparenza, razionalizzazione della spesa e una riforma pensionistica basata su dati reali. A oggi, nessuno di questi obiettivi è stato perseguito con coerenza. Al contrario, si è preferito mantenere una commistione che consente margini di discrezionalità politica, alimenta pratiche di consenso elettorale e penalizza la perequazione delle pensioni medio-alte, sollevando peraltro non trascurabili profili di incostituzionalità.
In definitiva, questa relazione non è solo un’analisi tecnica: è un atto d’accusa implicito verso una politica che continua a evocare l’emergenza previdenziale senza affrontarne la causa reale. Separare previdenza e assistenza non è più una riforma “auspicabile”, ma una condizione necessaria per restituire credibilità ai conti pubblici, equità al sistema e onestà al confronto politico. Ogni ulteriore rinvio rappresenta, di fatto, una promessa mancata.