Pensioni 2027, l’intervista esclusiva a Ghiselli su Quote, Opzione donna, stato salute INPS

Roberto Ghiselli da qualche giorno ha terminato il suo mandato quadriennale di Presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’INPS, un osservatorio privilegiato per valutare le condizioni del sistema previdenziale italiano e per ragionare sulle sue prospettive. Lo abbiamo raggiunto per fare un bilancio che vi esponiamo grazie all’intervista che ci ha rilasciato in esclusiva.

Pensioni 2027: quale lo stato di salute dell’INPS? parla Ghiselli

Ghiselli, quale è lo stato di salute dell’INPS, l’infrastruttura più importante del welfare nazionale? Con l’invecchiamento della popolazione i conti rischiano di andare fuori controllo?

Assolutamente no. la situazione finanziaria dell’Istituto è solida, in questi quattro anni i bilanci si sono chiusi con dei risultati positivi e l’andamento delle uscite per le prestazioni sono in equilibrio con le maggiori entrate. Anche la spesa pensionistica è sotto controllo, cresce in linea con l’inflazione mentre le pensioni liquidate, soprattutto quelle di anzianità, sono in calo. Inoltre cresce costantemente l’età media di pensionamento: 5 anni fa eravamo attorno ai 62 anni ora siano a 64 anni e 6 mesi, con una età di pensionamento di vecchiaia, 67 anni, più alto in Europa.

Ma il sistema reggerà anche in futuro, considerando l’innalzamento dell’età media e l’inverno demografico?

Da qui al 2040 certamente vi sarà una crescita dell’incidenza della spesa pensionistica sul PIL ma non in misura tale di mettere in discussione la stabilità del sistema sul piano finanziario, anche perchè vi sono degli stabilizzatori automatici della spesa. Il problema vero, nei prossimi anni, sarà la tenuta sociale del sistema. Già ora gli importi delle nuove pensioni sono inferiori a quelle precedenti ma se non si interviene ora sarà concreto il rischio di una diffusa povertà previdenziali per una parte importante delle future generazioni, quelli che avranno, o stanno avendo, un percorso lavorativo caratterizzato da discontinuità o basse retribuzioni. E’ questa la questione principale a cui prestare attenzione ma mi sembra che questa consapevolezza non sia molto diffusa.

Pensioni 2027, Opzione donna, Quote, Ape sociale: che fine hanno fatto?

Nelle prossime settimane si riaprirà il capitolo legge di bilancio, potrebbe essere questa l’occasione per un ripensamento complessivo del sistema pensionistico?

Purtroppo temo di no ma ad onore del vero, se si vuole parlare e intervenire seriamente sulle pensioni, il veicolo più adatto non è la legge di bilancio ma sarebbe una norma specifica, come fu la Riforma Dini. Invece in questi quattro anni non si è neanche cercato di affrontare il tema, nessun tavolo di confronto è stato insediato, e ogni fine anno abbiamo assistito a dei balletti sconcertanti, fatti di proposte estemporanee avanzate più per ragioni mediatiche, o di consenso, che per rispondere ai problemi veri. Nel frattempo, sono state cancellate, o peggiorate, tutte le forme di uscita flessibile come Opzione Donna, il sistema delle Quote, l’Ape sociale. Temo che anche quest’anno assisteremo alla discussione sul mese in più o in meno dell’incremento dei requisiti pensionistici, probabilmente si deciderà un ulteriore provvedimento temporaneo, per lasciare la patata bollente a chi verrà dopo.

Di nuovo ci sono le proposte sulla previdenza integrativa e sull’iscrizione dalla nascita. Una soluzione per i più giovani?

Ecco, questo é un altro diversivo inutile e inefficace per rispondere ai problemi dei più giovani. Questa non é la sede per entrare nel merito tecnico ma la previdenza complementare non potrà mai risolvere i problemi dei trattamenti pensionistici di chi non è in grado di costruirsi una pensione pubblica dignitosa. E lo dice uno che crede nell’importanza della previdenza complementare di origine contrattuale, ma per altre ragioni e non per distogliere l’attenzione dai problemi della previdenza pubblica.

E allora, in sintesi, quali sarebbero le priorità vere?

Per la verità il destino previdenziale del Paese è legato a fattori che stanno al di fuori di esso, sui quali sarebbe necessario agire con decisione: lavoro di qualità, più stabile e con retribuzioni più alte, quindi sostenendo attività produttive a più alto valore aggiunto, favorire una redistribuzione dei redditi a favore del lavoro, regolare diversamente il mercato del lavoro contrastando la precarietà. E poi far cresce l’occupazione delle donne, dei giovani e delle persone che vengono da altri Paesi, risorse essenziali per la nostra economia e per sostenere il sistema sociale.

E sulla previdenza?

I problemi di sempre e non affrontati adeguatamente in questi anni. Oltre alla già citata questione giovanile: il riconoscimento del lavoro di cura, delle donne, e dei lavori gravosi, la modifica del sistema di aggancio automatico dei requisiti all’incremento della speranza di vita. Questo automatismo attualmente agisce sull’età di pensionamento, sugli anni di contribuzione per le pensioni anticipate e anche sui coefficienti di trasformazione, cioè quei numeri che determinano gli importi delle pensioni: mi sembra eccessivo e insostenibile, di questo passo un trentenne andrà in pensione ben oltre i 70 anni. Occorre fare qualcosa, ma con un intervento strutturale e duraturo, non come un espediente temporaneo per far passare la nottata delle prossime elezioni. Una riduzione di questi automatismi sarebbe anche sostenibile finanziariamente perché siamo ormai, prevalentemente, nel regime contributivo.

Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale avranno un impatto sui sistemi previdenziali? Si parla di tassare i robot, lei cosa ne pensa al riguardo?

Certamente una riflessione va fatta. Le trasformazioni tecnologiche e il loro impatto sul mondo del lavoro ripropongono il tema del finanziamento dei sistemi pensionistici, visto che attualmente la sola base imponibile per i contributi sono le retribuzioni dei lavoratori. L’attuale sistema penalizza le imprese che hanno un utilizzo più intenso di manodopera, quasi sempre nei settori piu deboli, come le attività logistiche e di pulizie, la cura delle persone, la ristorazione. A me convince l’idea che una parte della contribuzione venga calcolata sulla base del valore aggiunto prodotto da una impresa, allegerendo quindi il carico per quelle con una alta intensità di manodopera e prevedendo un contributo maggiore a quelle con livelli più alti di produttività, che poi sono spesso quelle che incorporato maggiori tecnologie.

Infine, torniamo all’INPS. Molto spesso l’Istituto fa notizia per problemi nei rapporti con l’utenza e i denigratori lo definiscono un carrozzone. Cosa può dirci a proposito?

Carrozzone proprio no. Dieci anni fa l’Inps aveva più di 32.000 dipendenti ora ne conta circa 24.000 e in questo periodo i compiti affidati all’INPS sono cresciuti in modo esponenziale. Nel frattempo, grazie alla competenza del personale e alle nuove tecnologie introdotte, la qualità dei servizi tende a migliorare. Negli ultimi 4 anni si sono ridotti i tempi medi di erogazione di tutte le prestazioni, le giacenze pure, e sono migliorate le forme di accesso, anche grazie al contributo fondamentale degli Enti di Patronato.

Quindi tutto bene?

Assolutamente no. Problemi rimangono, come nella gestione delle situazioni più complesse o in particolari aree territoriali, e alcuni rischi di arretramento si corrono, come quelli legati all’attività ispettiva e di contrasto al lavoro irregolare, anche per gli effetti distorsivi di alcuni recenti interventi normativi e amministrativi. Ma complessivamente le cose si muovono in positivo e, per la verità, questo avviene più per la competenza e la buona volontà delle diverse direzioni, centrali e territoriali, che per un impulso coerente e intelleggibile che viene dall’alto. Il CIV ha più volte indicato agli altri Organi di Governo linee di indirizzo puntuali per una profonda riorganizzazione dell’Istituto ma questo approccio organico, al momento, é rimasto sulla carta.

E un suo bilancio personale su questa esperienza?

Una esperienza impegnativa ma certamente ricca, anche umanamente, e motivante. Un percorso che ha introdotto importanti elementi di novità nel CIV, in particolare nell’attività di verifica e nel rapporto con il territorio, un lavoro condotto collegialmente con un Consiglio composto da persone di alta qualità e con una forte sensibilità sociale, con un supporto di alto valore professionale garantito dalla Segreteria tecnica, con un rapporto costante e fruttuoso con le Direzioni centrali e territoriali, con una rete di Comitati, composti prevalentemente dai rappresentanti delle Parti Sociali, che lavorano quotidianamente, soprattutto sul territorio, per connettere al meglio l’Istituto con le comunità locali. A tutti loro il mio più sincero ringraziamento.

Grazie a Roberto Ghiselli per averci dedicato del tempo e per le puntuali risposte fornite.

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30 commenti su “Pensioni 2027, l’intervista esclusiva a Ghiselli su Quote, Opzione donna, stato salute INPS”

  1. Forza Ghiselli … sei tutti noi !!!! … ah ah ah ah … a proposito dello stato di salute dell’Inps … ah ah ah ah … leggi questa barzelletta: un extraterrestre arriva in Italia e chiede dopo quanti anni si accede alla pensione in questo paese … allora Mattarella organizza un incontro ufficiale in mondovisione … chiamano gli espertoni choosy Elsa e Durigone a rispondere … inizia Elsa che, piangendo disperata, dice che non ci sono i soldi … anni e anni di versamenti vaporizzati nel nulla … spesi per pensioni non meritate (voti) e assistenzialismo (voti) … per cui servono 44 anni (circa) … parla poi Durigone che elenca le grandi riforme … baby pensioni, usuranti, opzione donna, quota 100, 102, 103, anzianita’, vecchiaia, quota 41, 64 contributivo, ecc. … a quel punto al povero extraterrestre scoppia la capa … non ci capisce piu’ una mazza … non gli tornano i conti … allora ecco che gli sorge spontanea la fatidica domanda: ma perche’ per i parlamentari bastano 4 anni (circa) ?? … boom … scoppia il silenzio in trasmissione … Elsa si mette di nuovo a piangere strappandosi i capelli … Durigone si fa portare un piatto di spaghettone per distrarre la platea … giornalisti muti … Mattarella fa finta di niente … sindacalisti non pervenuti … fuggi fuggi dei parlamentari in sala … all’extraterrestre non rimane che farsi una enorme grassa risata … ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah !!!!

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    • Rispondo al Sig. Pio … Sig. Pio, non sia choosy … Elsa piangeva … voleva azzerare i privilegi … intanto ha distrutto le pensioni e la vita di milioni di persone … ma Elsa piangeva … ai privilegi ci pensera’ spocchia Monti … (cosi’ diceva lui) … ah ah ah ah !!!!

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  2. Nel suo commento in data 7 Settembre 2026 alle 19:31 il sig. Wal offre diversi spunti di riflessione sui quali vorrei soffermarmi. Almeno su tre punti.

    PUNTO 1: più lo mandi giù, e più lo tiri su!

    “Se l’obiettivo dei media era ridimensionare il fenomeno, l’effetto boomerang è servito.” (osserva con grande arguzia il sig. Wal). In altre parole, quanto più i media tentano di dequalificare Vannacci, tanto più invece lo qualificano. E gli portano voti! Questo fenomeno (non mi riferisco a Vannacci, ma al portare i voti) è oggettivo ed è sotto gli occhi di tutti. I MEDIA FANNO PUBBLICITÀ FAVOREVOLE E GRATUITA A VANNACCI.

    PUNTO 2: la luce al contrario (l’ombra lucente)!

    Quando Vannacci afferma che gli omosessuali non sono normali, sta affermando un dato statistico. Poiché gli eterosessuali sono assai numericamente di più rispetto agli omosessuali, ebbene dal punto di vista statistico gli omosessuali non fanno parte della media, non rientrano nella norma, e quindi non sono “normali”. Questa posizione di Vannacci è corretta, è lapalissianamente LUCENTE, ma si presta a moltissime critiche, solleva molte obiezioni, molte OMBRE. Ma più si evidenziano le ombre (“tu stai sbagliando”) più si fa luce sul concetto (“io sono nel giusto perché è un dato statistico”. L’OMBRA È LA LUCE AL CONTRARIO.

    Seguendo il ragionamento di Vannacci, lo stesso discorso fatto prima si applica a chi ha la pelle scura: il nero non è italiano, in quanto la maggioranza degli italiani è bianca. Si può obiettare a questa affermazione? Certamente sì, se si afferma che chiunque abbia la cittadinanza italiana è italiano. E ancora una volta, quanto più si insiste sul concetto della cittadinanza per dare torto a Vannacci, tanto più si torna a battere il chiodo sulla caratteristica della maggioranza degli italiani che, sotto il profilo statistico, continua a dare ragione a Vannacci.

    PUNTO 3: una imperfetta perfezione (ovvero, solo una è parte giusta)!

    Nel mio commento in data 7 Settembre 2026 alle 15:41 ho riportato il seguente link al video sul confronto tra Roberto Vannacci e Mario Monti: https://www.youtube.com/watch?v=nTZnBR3vvfk

    Al minuto 3:20 del suddetto video Vannacci afferma testualmente: “Ama il prossimo tuo come te stesso, diceva il Signore. Il mio prossimo sono la mia famiglia, i miei amici e sicuramente gli italiani. Questi sono il mio prossimo ed è per questo che io voglio lavorare senza escluderli dal resto, ma sicuramente sono il mio prossimo, le persone che mi stanno vicino.”

    Chi è il “prossimo” per Vannacci? Lo dice lui stesso: la sua famiglia, i suoi amici, gli italiani. Chi gli sta vicino.

    Chi è invece il “prossimo” per il Signore, cioè per Gesù, quando afferma “Ama il prossimo tuo come te stesso”?

    L’espressione “Ama il prossimo tuo come te stesso” è riportato nel vangelo secondo:

    – Matteo 22, 39: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”

    – Marco 12, 31: “Tu amerai il tuo prossimo come te stesso”

    – Luca 10, 27: “Amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”

    Piccola nota autobiografica di quando studiavo nel 1975 la lingua ebraica per leggere in ebraico il Vecchio Testamento (che ho nella mia biblioteca): in ebraico l’imperativo viene reso con il tempo futuro. Ai tempi di Gesù (che si chiamava Yeshua bar Yosef, ovvero, “Gesù, figlio di Giuseppe”) si parlava l’aramaico, molto simile all’ebraico. Quindi, Gesù diceva “Amerai il prossimo tuo come te stesso”, e non invece “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Fine nota autobiografica.

    E allora, chi era il “prossimo” per Gesù?

    Un dottore della Legge domandò a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”

    E Gesù raccontò la parabola del buon Samaritano (la parabola che certamente tutti noi ricordiamo dai tempi del catechismo) e che è riportata proprio nel Vangelo secondo Luca capitolo 10 versetto 27.

    In estrema sintesi la storia è questa. Un uomo si imbatté in dei ladri che lo spogliarono, lo picchiarono e lo lasciarono mezzo morto. Passò da quelle parti un sacerdote, vide il malconcio, fece finta di niente e proseguì per la sua strada. Passò da quelle parti pure un levita (uno della tribù di Levi, una persona importantissima preposta allo svolgimento delle funzioni religiose nel Tempio di Gerusalemme) e pure lui, facendo l’aria da indifferente, tirò innanzi. Passò da quelle parti infine un Samaritano (Nota: i Samaritani erano “considerati impuri e disprezzati dagli Ebrei (anche per divergenze religiose) – fonte Treccani: https://www.treccani.it/vocabolario/samaritano/). Il Samaritano si fermò, gli prestò le prime cure e lo trasportò in una locanda, diede due denari all’albergatore perché si prendesse cura di lui e qualora avesse speso di più, il Samaritano lo avrebbe rimborsato al suo ritorno.

    Terminata la parabola, Gesù domandò al dottore della Legge: “Quale di questi tre ti sembra sia stato il prossimo per quell’uomo che si imbatté nei ladri?”

    Il dottore della Legge rispose: “Quello che ebbe compassione di lui”.

    Quindi, in sostanza, il prossimo non è solo chi ci sta più vicino, la famiglia, gli amici, gli italiani – come intende in senso circoscritto Vannacci – ma anche i russi, gli americani, gli ebrei, i palestinesi, gli iraniani.

    CONCLUSIONE.

    L’opinione pubblica tende ad attribuire al partito Futuro Nazionale di Vannacci lo spirito fascista.

    È pur vero che Vannacci è il tipo da “Patria e Famiglia”. Ma la sua idea di “prossimo”… beh… lascerebbe sospettare che Vannacci non sia proprio il tipo da “Dio, Patria e Famiglia”. Non è forse così?

    Ma attenzione a non cadere nella trappola nel dire “è vero” o “è falso”! Qui siamo nel “mondo al oirartnoc”!

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    • Mercato e Sussidiarietà sono due concetti serissimi che muovono i fili delle nostre vite, ma che spesso i potenti complicano di proposito per non farsi capire (trattato di Lisbona). Questa breve storiella è adatta anche ai bambini perché spiega l’inganno in modo così semplice che chiunque, dopo averla letta, potrà a testa alta smentire i discorsi fumosi dei grandi e del mainstream.

      E’: la favola del “Villaggio di Sopra e l’Anello del Mago”

      C’era una volta il “Grande Villaggio di Sopra” (l’Unione Europea). I capi, riuniti nella citta si Lisbona, promisero ai cittadini una parola magica: “Sussidiarietà”.
      Il cui significato era: “Gestite da soli le vostre pensioni e i vostri ospedali!”.

      Ma c’era un inganno.

      Insieme alla “Sussidiarietà”, scrissero e firmarono le “Regole del Mercato”.

      Il Grande Fornaio del villaggio di sopra prese per se tutte le monete: i villaggi erano liberi di curare i malati, ma non avevano più un soldo per farlo.
      Chi spendeva veniva punito.
      I sindaci diventarono semplici maggiordomi.

      Anni dopo, nel lussuoso castello (Cernobbio), si scontrarono due visioni.

      Un Generale (Vannacci) disse ad alta voce: “Questo è un mondo al contrario! Le vostre regole affamano i villaggi!”.

      Lì accanto sedeva un Mago Austero (Monti), custode del Grande Fornaio.
      Il Mago, invece di spiegare il trucco dei soldi, preferì la via della derisione: passò metà del tempo a ironizzare sugli ideologi del Generale, parlando di anelli da mettere qui o da mettere li ma che da tempo ci hanno messo al naso.
      Mentre buona parte della platea dei ricchi signori applaudiva divertita.

      Subito dopo, le trombe del castello (il Mainstream) iniziarono a suonare.
      Non parlarono di pensioni tagliate o di sussidiarietà fantasma.
      Dissero solo: “Il Mago è un saggio, il Generale è un pericolo”. E la gente, distratta dalle risate dei potenti, dimenticò di avere le tasche vuote.

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        • Caro Mariano.

          Che dirti se non che nel periodo a cavallo tra il 2022 e per tutto il 2023 come te nutrivo non poca rabbia; non per me stesso in quanto ero già pensionato da una decina d’anni, ma nel vedere la consorte sempre più depressa dalla presenza di un manager neoassunto col solo compito di ridurre il personale.
          Ora, che tutto si è concluso, che la pensione anticipata con 42anni + 1 mese la ha raggiunta a 64 anni di età e la rabbia è sfumata, non resta che cercare di campare un po’ in salute … dopo aver raggiunto i figli emigrati.

          Ciao

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  3. Rispondo al commento di Gigi Stock in data 7 Settembre 2026 alle 17:32.

    Nel suo commento Gigi Stock esprime esattamente punto per punto, parola per parola, l’espressione del mio pensiero, della mia Wéltanschauung (“visione del mondo”), in termini economico-politico-sociale-culturale:

    • Economico: produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi (le basi materiali della società)

    • Politico: leggi e regole del mercato che governano l’economia (struttura organizzativa della società che ingloba l’economia)

    • Sociale: rete di interazioni tra istituzioni, famiglie, scuola (relazioni sociali che inglobano politica ed economia)

    • Culturale: valori, etica, lingua, costumi, visione del mondo. La cultura contiene il sociale, il politico e l’economico. La cultura determina il modo in cui una società si organizza (sociale), le priorità che si dà nel governarsi (politico) e il valore che attribuisce ai beni materiali (economico)

    È su questa visione del mondo che poggia la disciplina STEM Economia Informatica che è alla base della Proposta di Riforma Previdenziale flessibile e strutturale a firma di Perfetto, Armiliato, Gibbin.

    Mi piacerebbe che fosse anche la visione del mondo di Vannacci e di Monti, dell’Italia e dell’Europa.

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  4. OLTRE GLI OPPOSTI

    Vannacci e Monti rappresentano due visioni apparentemente opposte dell’Europa.

    Per Vannacci, l’integrazione europea non deve trasformarsi in subordinazione: si possono accettare limitazioni alla sovranità, ma non la sua cessione quando questa impedisca di tutelare i principi fondamentali della nostra Costituzione.

    Per Monti, invece, alcune competenze devono necessariamente essere esercitate a livello europeo, perché solo una dimensione sovranazionale può confrontarsi con le grandi multinazionali e le piattaforme globali.

    Sono davvero visioni inconciliabili?

    Io penso di no. La chiave potrebbe essere la sussidiarietà: ciò che richiede una dimensione europea va deciso insieme; ciò che riguarda l’identità politica, sociale e culturale dei popoli deve rimanere il più possibile vicino ai cittadini.

    Unire senza uniformare. Cooperare senza subordinare. Integrare senza cancellare.

    Anche la crescita dell’AfD in Germania può essere letta, al di là del giudizio politico sul partito, come il sintomo di una domanda sempre più forte di identità, appartenenza e capacità di decidere sul proprio destino.

    Forse la vera sfida europea non è scegliere tra Europa e sovranità, ma trovare un equilibrio nuovo tra le due.

    La mia filosofia è questa: non neutralizzare gli opposti, ma cercare ciò che può unirli senza distruggerli.

    È forse da questa sintesi che può nascere una nuova idea di Europa.

    Saluti

    Rispondi
  5. Al Convegno di Cernobbio di quest’anno – l’importante incontro a livello internazionale di economia, politica e geopolitica – sono state poste a confronto due visioni opposte sull’Europa.

    Mi riferisco in particolare al confronto tra Roberto Vannacci e Mario Monti riportato nel video di youtube al link seguente: https://www.youtube.com/watch?v=nTZnBR3vvfk

    Mi riferisco a tale confronto perché riguarda il “Principio di Sovranità” sul quale si esprime la Costituzione delle Repubblica Italiana e al quale io stesso mi riferisco nel documento intitolato “MANIFESTO PER LA RIFORMA ECONOMICA E DIGITALE (2026). Dalla Limitazione alla Sovranità: Tecnologia, Welfare e Moneta” pubblicato sul mio sito e del quale riporto l’incipit:

    “In ossequio all’Articolo 1 e all’Articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana, si riafferma che la sovranità appartiene al popolo. Le limitazioni di sovranità monetaria acconsentite in sede europea sono da intendersi come deleghe funzionali e reversibili, mai come cessioni definitive. Qualora l’assetto monetario esterno impedisca l’attuazione dei principi supremi (lavoro, dignità, solidarietà), lo Stato ha il dovere di attivare i propri controlimiti e riappropriarsi delle funzioni necessarie alla tenuta sociale.”
    (FONTE: https://drive.google.com/file/d/1YSfWfEByoxmRCOdhp95SvN8DjDCRsltv/view).
    Il Manifesto l’ho inviato alla Corte Costituzionale, al Governo, al Ministero dell’Università e della Ricerca, al Ministero dell’Istruzione e del Merito.

    Torniamo al confronto tra Vannacci e Monti.

    VANNACCI (al minuto 12:07 del video di youtube sopra indicato): “Quindi la stessa regola [europea] non significa sempre le stesse condizioni competitive [per ogni nazione]. E allora è chiaro che di fronte a una situazione del genere vi è un ritorno spesso e volentieri alla sovranità e soprattutto al principio della sussidiarietà che spesso è stato totalmente ignorato da questa Europa che tende ad integrarsi. Innanzitutto parliamo della cessione di sovranità, no? Quella di cui molti discutono e io ricordo che nel nostro articolo 11 della Costituzione si parla di limitazione alla sovranità, ma sempre in condizioni di parità con gli altri stati e con gli altri elementi. Quindi noi accettiamo alcune limitazioni, ma mai la subordinazione a un’unione che ci metterebbe non in condizioni di parità.”

    MONTI (al minuto 20:49 del video di youtube sopra indicato): “[…] il cambiamento costa per tutti, si è stabilito che gran parte delle cose sarebbero state gestite dalle autorità nazionali mentre in materie come la politica della concorrenza nei confronti delle piattaforme digitali, delle grandi imprese multinazionali la Commissione Europea ha preso pienamente i poteri. Le lascio immaginare cosa avverrebbe oggi da parte delle grandi piattaforme digitali prevalentemente a base americane, se a fronteggiarle per far applicare le regole della correttezza nel mercato e della concorrenza, dovessero essere 28 o 27 piccole e timide autorità nazionali.”

    MIE CONSIDERAZIONI

    La mia “filosofia di vita” è di cercare di andare al di là degli opposti, senza neutralizzarli (perché sono le basi sulle quali la vita si sviluppa) ma piuttosto provando ad unificarli.

    La visione europea di Vannacci e la visione europea di Monti sono opposte tra loro. Ma sono conciliabili tra loro? Potrebbero dar vita ad una nuova visione che le contempli entrambe?

    Personalmente io penso di sì. Penso che sia possibile essere in Europa condividendo le regole dell’Unione a livello geopolitico nell’“applicare le regole della correttezza nel mercato e della concorrenza” (MONTI), e al tempo stesso definendo le regole a livello politico nazionale accettando “limitazioni” alla sovranità nazionale ma non la “cessione” della sovranità nazionale (VANNACCI) qualora tale “cessione” di sovranità nazionale “impedisca l’attuazione dei principi supremi (lavoro, dignità, solidarietà)” (PERFETTO).

    Rispondi
    • Personalmente mi soffermo solo sulla narrazione di questo recente faccia a faccia al Forum di Cernobbio tra Mario Monti e Roberto Vannacci che ci ha regalato, poi, la solita sfilata di titoli fotocopia sui media mainstream.

      Parole d’ordine? “Demolito”, “messo al suo posto”, “retorica fascista”. I grandi giornali celebrano la vittoria dell’élite intellettuale, convinti di aver neutralizzato il “mostro”.

      Ma la storia recente – guardando anche a quanto sta accadendo con l’AfD in Germania – dimostra che questo giornalismo ottiene l’effetto opposto, firmando una clamorosa “figura barbina”.

      Per l’elettore comune, disilluso e/o astensionista, quella narrazione a “pensiero unificato” non è una critica oggettiva, ma la prova schiacciante del solito copione: le élite che si compattano per emarginare una voce fuori dal coro.

      Il risultato? La critica si trasforma in una certificazione di autenticità.
      Più il sistema attacca frontalmente, più quella figura diventa il simbolo della rivalsa contro l’establishment, compattando la base e portando alle urne chi non votava più.

      Se l’obiettivo dei media era ridimensionare il fenomeno, l’effetto boomerang è servito. E poi ci si lamenta se certi movimenti supererano il 10% alle elezioni.

      Saluti

      Rispondi
  6. Molto interessante l’articolo verso il quale il sig. Wal ci indirizza indicandoci il link nel suo commento in data 4 Settembre 2026 alle 21:19.

    Nell’articolo de il Sole 24 sono riportati due grafici di Eurostat che si riferiscono al Digital Intensity Index (DII) relativo a: Grandi Imprese e a Piccole e Medie Imprese (PMI).

    Diamo un’occhiata al volume di ricavi che generano le MPI e le Grandi imprese.

    “Le PMI italiane sono circa il 99% delle imprese attive nel Paese, danno lavoro a circa l’80% degli occupati e generano circa il 40% del fatturato nazionale, su un totale di 5,08 milioni di imprese attive (dato ISTAT). Solo il 15,7% delle PMI usa l’intelligenza artificiale, contro il 53,1% delle grandi imprese, e appena l’11% dei lavoratori italiani si dichiara coinvolto nel proprio lavoro, il dato peggiore d’Europa. Questi numeri, insieme a produttività, digitalizzazione e sicurezza informatica, compongono la fotografia aggiornata delle PMI italiane nel 2026.” (Fonte: https://www.attitudepm.it/statistiche-pmi-italia-2026-i-dati-aggiornati/).

    Se le PMI sono il 99% delle imprese italiane, allora le Grandi imprese italiane sono l’1%.

    In Italia sono poche le aziende che fatturano sopra il miliardo di euro: solo 282 superano questo livello di ricavi. “È una minoranza, ma ha un peso enorme sull’economia nazionale: queste imprese sviluppano insieme 1.060 miliardi di euro di fatturato e occupano una forza lavoro superiore ai 2 milioni di persone.” (Fonte: https://www.key4biz.it/in-italia-282-aziende-oltre-il-miliardo-di-fatturato/577329/).

    Dunque: abbiamo visto il Digital Intensity Index delle imprese (PMI e Grandi imprese) e la loro capacità di generare fatturato. Già qui potrebbe essere possibile calcolare quanto si potrebbe prelevare dall’IRES una quota da destinare alla Previdenza.

    MA IL PUNTO PIÙ CRITICO È UN ALTRO.

    Nel diritto tributario, l’IRES è un’imposta di carattere generale, relativa alla capacità contributiva complessiva, mentre i contributi previdenziali sono legati al lavoro e alla persona. Destinare una quota di IRES all’INPS in base alla Digital Intensity Index dell’impresa trasformerebbe l’IRES in una sorta di “imposta di scopo”, orientata non solo ai servizi pubblici generali (Sanità, Istruzione, Sicurezza) ma anche in modo specifico alla Previdenza. Questo potrebbe complicare la contabilità di Stato.

    Tuttavia, una cosa del genere già avviene: mi riferisco alla decontribuzione a favore del lavoratore, ovvero alla riduzione del versamento di contributi da parte del lavoratore in modo che il lavoratore riceva un salario netto più alto al fine di recuperare il potere di acquisto che viene eroso dall’inflazione. I contributi previdenziali che non vengono versati dal lavoratore vengono versati dallo Stato e vengono presi dalla fiscalità generale. Sorge allora la domanda: perché un meccanismo del genere non potrebbe essere applicato anche al trasferimento di una parte di IRES (fiscalità generale) in un “fondo di scopo previdenziale”?

    È anche vero che se si prelevano fondi dalla fiscalità generale per destinarli alla previdenza, ciò significa che si riducono risorse per Sanità, Istruzione e Sicurezza e Assistenza.

    Tuttavia, a mio avviso, se si hanno a disposizione più risorse per la Previdenza risulta possibile finanziare più pensionamenti, che potrebbero consentire il ricambio generazionale e quindi anche nuovi consumi da parte di giovani che prima non potevano consumare perché prive di reddito. I nuovi consumi genererebbero più IVA, maggiori profitti delle imprese e quindi più IRES, e quindi la “diminuzione” di fiscalità generale generata dall’averne usata una parte per la Previdenza verrebbe compensata da più IVA e più IRES.

    CONCLUSIONE.

    Il commercialista Stefano Bacchiocchi ha presentato al Senato la Proposta di applicare alle Imprese che sostituiscono il lavoro con le macchine il “Contributo automazione” che potrebbe generare 8 miliardi l’anno.

    L’idea che ho esposto qui nel mio commento di applicare il “Contributo automazione” legato alla quota parte di IRES in base al Digital Intensity Index dell’Impresa potrebbe forse avere qualcosa in comune con la Proposta di Bacchiocchi.

    Nella Proposta Perfetto-Armiliato-Gibbin viene presentata, oltre all’IRAUT (versamento dei contributi da parte di robot e AI), anche l’opzione di intervenire sull’IRES, applicando un’aliquota superiore, anziché utilizzando il Digital Intensity Index come illustrato in questo mio commento.

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  7. Mi allaccio al commento di Gigi Stock in data 4 Settembre 2026 alle 11:10 al paragrafo “## Chi paga le pensioni e che fine fa il lavoratore?” esprimendomi in merito ai tre pilastri P1, P2 e P3.

    P1 Chi paga le pensioni e lo Stato sociale?

    La tassazione robotica solleva diverse controversie. Eliminiamole, dunque. Esiste la Digital Intensity Index (DII) (Indice di Intensità Digitale) che indica il grado di adozione tecnologica a livello di singola impresa. Anziché applicare la robot tax, lo Stato italiano potrebbe prelevare una quota di IRES in base alla Digital Intensity Index e utilizzarla per pagare le pensioni come se tale quota provenisse dalla robot tax. Non si sta proponendo di aumentare le tasse alle imprese (nessuna nuova addizionale IRES), ma di effettuare una riclassificazione contabile e una destinazione interna del gettito IRES che lo Stato già incassa, proporzionale al livello di digitalizzazione dell’azienda. Ovviamente questo ha un impatto sulla contabilità di Stato, in quanto L’IRES finisce nel bilancio generale dello Stato per finanziare servizi pubblici generali (sanità, scuola, sicurezza, infrastrutture) e non è contemplato che si finanzino anche le pensioni. Qui cedo la parola agli esperti di fiscalità generale su come poter dedicare una quota parte di IRES alle pensioni derivante dal contributo dell’automazione (robot e AI) al reddito dell’impresa.

    P2 La transizione verso i lavori “umani”:

    Concordo pienamente con Bill Gates nell’usare i soldi provenienti dal “contributo automazione” (robot e IA) per finanziare e stipendiare le persone in settori intrinsecamente umani (es. cura degli anziani, insegnamento a classi ridotte, supporto psicologico, arte). Lavori dove l’empatia è fondamentale e l’IA è inefficiente.

    P3 Il Reddito di Cittadinanza Universale (Universal Basic Income):

    Non sono affatto d’accordo nell’utilizzare i soldi provenienti dal “contributo automazione” (robot e IA) per finanziare un Reddito di Base Universale. Lo Stato può certamente erogare una quota mensile di sussistenza a cittadini slegata dal concetto di impiego tradizionale, ma solo a determinate condizioni, non a tutti i cittadini. Non bisogna dimenticare che compito dello Stato è certamente quello di assistere i cittadini che versano in condizioni di indigenza, che non sono in grado di soddisfare i bisogni di vita primari; ma compito dello Stato è anche quello di garantire il lavoro a chi è in cerca di lavoro. L’uomo ha bisogno di lavorare. Il lavoro attribuisce una identità sociale all’individuo. La società non è un’astrazione, e l’individuo è l’ente sociale. “L’uomo, che soltanto nella società si realizza come essere umano, è inevitabilmente inserito in un insieme di relazioni sociali che ne condizionano le azioni” (Karl Marx).

    CONCLUSIONE.

    Viviamo nell’era digitale (robot e AI). Ma pensiamo ancora in termini analogici (uomo e donna).

    Occorre:

    • un cambio di paradigma, un cambiamento profondo nel modo di pensare e di agire, tenendo conto che nella nostra società operano a tutti gli effetti robot e IA – che non sono “macchine” ma agiscono da umani – fianco a fianco con gli umani (alcuni dei quali – occorre riconoscerlo – si comportano invece da “macchine”)

    • rivedere le relazioni tra le generazioni: generazione umana e generazione robotica.

    • rivedere il patto generazionale insito nella Riforma Monti-Fornero tenendo in debito conto anche della generazione robotica oltre alla generazione umana.

    • rivedere la gestione delle entrate fiscali dello Stato per tenere in debito conto il “contributo automazione” finalizzato ad una più equa redistribuzione della ricchezza generata da robot e IA

    • rivedere gli insegnamenti scolastici nell’ottica delle tecnologie emergenti (questo in parte sta già avvenendo, almeno per quanto riguarda la familiarizzazione con l’impiego dell’intelligenza artificiale)

    • tenere conto di figure professionali emergenti (a tal proposito vorrei segnalare la figura di “sistemista sociale” che è un neologismo da me creato e pubblicato per la prima volta nella presentazione al seguente link https://ultimenews.info/wp-content/uploads/2026/09/Economia-Informatica_Attivita-Laboratoriali-2.pdf, slide 9. Il sistemista sociale è in sostanza l’economista digitale che utilizza i principi dell’Economia Informatica applicandoli all’economia digitale e alla società digitale).

    Lo so, torno spesso a parlare dell’Economia Informatica. Ma è importante sapere che l’Economia Informatica ha il grande merito di aver compreso che le risposte ai problemi del nostro secolo non possono essere cercate nelle formule del passato, ma richiedono una nuova interpretazione e impostazione economica e sociale, dove l’informatica si fa carico della responsabilità sociale inglobando anche robot e IA, e l’economia torna ad essere, prima di tutto, una disciplina al servizio dell’uomo (nonché di robot e IA).

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  8. Il capitalismo non si limita a usare i lavoratori che trova, ma plasma la società, l’educazione e le esistenze delle persone per fare in modo che esista sempre una massa di individui costretti a vendere il proprio tempo per sopravvivere.

    Se il lavoratore viene rimpiazzato dall’algoritmo, che fine fa e chi paga il welfare (comprese le pensioni)?

    La contraddizione del capitalismo sta nel fatto che il capitale organizza il lavoro, ma espropria il lavoratore di condizioni, fini e frutti.
    L’era dell’IA e della robotica porta questa dinamica all’estremo: il capitale non ha più nemmeno bisogno di espropriare il lavoratore, perché lo esclude direttamente dal processo produttivo.

    Prima: Il lavoratore era “parte integrante del sistema” (alienato, ma necessario).

    Oggi/Domani: La forza lavoro umana rischia di diventare “eccedente”. I mezzi di produzione (l’IA) producono ricchezza in autonomia per chi li detiene.

    ## La proposta di Bill Gates: Tassare il “Capitale Costante”

    È qui che si inserisce la logica di Bill Gates (https://fortune.com/2026/08/26/bill-gates-robot-ai-tax-replacehuman-workers/). Gates fa notare un paradosso fiscale: se un’azienda assume un umano, paga le tasse sul lavoro (i contributi per le pensioni); se compra un robot o un software di IA, riceve sgravi fiscali perché lo scarica come “spesa aziendale”. Il sistema incentiva la sostituzione.

    La soluzione di Gates è la Robot Tax / AI Tax: se un robot o un’applicazione di IA sostituisce un lavoratore che guadagnava 50.000€, l’azienda deve pagare una tassa equivalente alle imposte e ai contributi che quel lavoratore avrebbe versato.

    ## Chi paga le pensioni e che fine fa il lavoratore?

    Se applichiamo il modello di Gates e le risposte dell’economia politica contemporanea, lo scenario si divide in tre pilastri:

    P1 Chi paga le pensioni e lo Stato sociale?
    Le paga il robot (o meglio, il proprietario dell’algoritmo). Il prelievo fiscale si sposta dal lavoro al capitale. Le tasse sui “token” dell’IA e sui profitti dell’automazione vanno a rimpinguare le casse dello Stato, che a quel punto finanzierà le pensioni e il welfare non più tramite i contributi dei dipendenti, ma tramite la fiscalità generale alimentata dalle macchine.

    P2 La transizione verso i lavori “umani”:
    Gates non immagina un mondo di disoccupati disperati, ma propone di usare i soldi della Robot Tax per finanziare e stipendiare le persone in settori intrinsecamente umani (es. cura degli anziani, insegnamento a classi ridotte, supporto psicologico, arte). Lavori dove l’empatia è fondamentale e l’IA è inefficiente.

    P3 Il Reddito di Cittadinanza Universale (Universal Basic Income):
    Se i posti di lavoro dovessero scarseggiare drasticamente per intere generazioni (il caso del lavoratore che “non ha mai lavorato”), la Robot Tax diventerebbe la base per finanziare un Reddito di Base Universale. Lo Stato eroga una quota mensile di sussistenza a tutti i cittadini, slegata dal concetto di impiego tradizionale.

    ## La critica filosofica alla soluzione di Gates

    Marx direbbe che la soluzione di Bill Gates è un “palliativo” che non risolve la contraddizione di fondo.
    Anche se la Robot Tax pagasse le pensioni a chi non lavora, la proprietà dei mezzi di produzione (gli algoritmi di IA più potenti del mondo) resterebbe nelle mani di pochissimi capitalisti. I cittadini diventerebbero totalmente dipendenti dai sussidi dello Stato o dalla beneficenza dei padroni dell’IA, privati non solo dei “frutti”, ma anche del “senso” e del ruolo sociale che il lavoro, nel bene e nel male, ha sempre dato all’essere umano.

    Saluti

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  9. Vorrei cogliere l’occasione che il sig. Wal ci offre con il suo comento in data 3 Settembre 2026 alle 7:19 per fare alcune considerazioni che considero di particolare pregio.

    Nel suo commento il sig. Wal ci segnala il video in cui la Prof.ssa Loretta Napoleoni parla di “Tecnocapitalismo”.

    Il Tecnocapitalismo è una fase del sistema economico in cui il potere e il profitto si concentrano nelle mani di pochi “tecnotitani” o oligarchi della tecnologia (Elon Musk con Tesla, Jeff Bezos con Amazon, Mark Zuckerberg con Facebook e Meta).

    Al minuto 33:00 si parla della crisi finanziaria del 2008. In quel periodo il Presidente della Federal Reserve (la Banca Centrale americana) era Ben Bernanke, il quale aveva passato la vita a studiare la crisi del 1929. Bernanke aveva capito che la crisi del 1929 scaturiva da fatto che la Federal Reserve non aveva stampato abbastanza moneta. Quindi, la Federal Reserve, per superare la crisi del 2008, inondò il mercato di liquidità.

    MIA OSSERVAZIONE.

    Bernanke, in sostanza, era ricorso ad un’informazione (immettere liquidità nel mercato) che proveniva dalla Storia, ovvero da un evento storico del 1929 che potrebbe essere classificato come una sorta di “esperimento sul campo”.

    LA STORIA È IL LABORATORIO SPERIMENTALE DELL’ECONOMIA.

    Nel mio libro “L’economista in camice” a pag. 25 riporto il pensiero di due illustri economisti statunitensi riguardo alla possibilità di eseguire esperimenti di economia in laboratorio.

    Gregory Mankiw, professore di economia all’università di Harward: “Come gli astronomi che studiano l’evoluzione delle stelle o i biologi che osservano l’evoluzione delle specie, gli economisti non possono condurre esperimenti in ambienti controllati: per questo motivo sono costretti a ricorre a dati storici. Gli economisti osservano le differenze tra un sistema economico e l’altro e la loro evoluzione nel tempo; queste osservazioni forniscono tanto le basi per la formulazione delle teorie macroeconomiche, quanto i dati per sottoporle a verifica empirica”.

    Joseph Stiglitz, consigliere economico negli anni Novanta del presidente Bill Clinton e vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 2001: “Da studioso di economia, ho trovato l’esperimento dell’euro affascinante. Noi economisti non abbiamo occasione di condurre esperimenti in laboratorio e dobbiamo testare le nostre idee sulla base degli esperimenti che ci vengono offerti dalla natura o dalla politica”.

    CONSIDERAZIONI FINALI

    Ho voluto cogliere l’occasione del video dell’economista Loretta Napoleoni per mettere in evidenza che oggi è possibile eseguire esperimenti di economia in laboratorio reale in ambienti controllati (proprio come i fisici, i chimici e i biologi) utilizzando la metodologia sperimentale indicata dalla nuova disciplina STEM Economia Informatica.

    A tal proposito mi è gradito segnalare ai lettori di pensionipertutti l’articolo pubblicato da Erica Venditti in data 3 settembre 2026 dal titolo “Economia Informatica: attività laboratoriali per la scuola, il lavoro, la società” (https://ultimenews.info/economia-informatica/economia-informatica-attivita-laboratoriali-per-la-scuola-il-lavoro-la-societa/).

    Sul portale Ultimenews.Info è stata aperta l’apposita Categorie “Economia Informatica” in cui verranno pubblicati articoli indirizzati al mondo della scuola (qualora le lettrici e lettori di pensionipertutti avessero figli o nipoti che frequentano scuola media, scuola superiore o università o che lavorano in campo informatico, potrebbero segnalare loro la suddetta Categoria al seguente link: https://ultimenews.info/category/economia-informatica/).

    Ci si domanderà che cosa c’entri l’Economia Informatica con le pensioni.

    Ebbene, non avendo una controparte con la quale interagire (docenti universitari di Economia e di Informatica) nonostante mie ripetute sollecitazioni via mail, ho pensato di ricorrere a Google AI Mode ponendogli la seguente domanda (cosa che potrebbe fare chiunque copiando e incollando nel browser quanto segue):

    “L’Economia Informatica di Claudio Maria Perfetto vede gli economisti digitali come “sistemisti sociali”. A tuo avviso, come verrebbe considerata la Riforma Monti-Fornero dal punto di vista del “sistemista sociale” che inquadra la Riforma Monti-Fornero nel paradigma dell’Economia Informatica?”

    NOTA 1: Se si ripete la stessa identica domanda a Google AI Mode vengono date ulteriori delucidazioni.

    NOTA 2: sto preparando un documento sulla Riforma Monti-Fornero dal punto di vista del “Sistemista Sociale” (ovvero dell’economista digitale) in cui riporterò la disamina di Google AI Mode (oramai l’intelligenza artificiale viene utilizzata anche dal Parlamento, Magistratura e Scuola). Di tale documento intendo portare a conoscenza Sogei e Fondazione CDP per sondare la loro disponibilità a divulgare nelle scuole di ogni ordine e grado l’insegnamento dell’Economia Informatica.

    Al minuto 1:26:02 del video sopra citato la Prof.ssa Loretta Napoleoni afferma: “la conoscenza è l’unica arma che noi abbiamo”.

    L’Economia Informatica introduce la mente nella conoscenza del mondo digitale: è l’unica arma che noi abbiamo per “riformare la Riforma Monti-Fornero”.

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  10. Mentre lavoratrici e lavoratori fanno il solitario con le carte per scrutare se Opzione Donna ci sarà o meno; o se ci sarà o meno l’uscita a 64 anni; o se verrà presa in considerazione o meno la Proposta pi-ei-gi (la parola “PAG” pronunciata in inglese) sia pur per sola cortesia che in ognun di noi un po’ alberga, ebbene io penso a Ghiselli, a Fava e a Vittimberga.

    Perché?

    Perché, in data giovedì 19 dicembre 2024 alle ore 14:53, scrissi loro una mail che è stata pubblicata su pensionipertutti.it da Erica Venditti in data 20 dicembre 2024 col titolo “Pensioni 2025, la proposta Perfetto-Armiliato-Gibbin arriva all’INPS, cosa cambierà?” (https://www.pensionipertutti.it/pensioni-2025-la-proposta-perfetto-armiliato-gibbin-arriva-allinps-cosa-cambiera/).

    Ma mi domando e dico: Ghiselli, Fava e Vittimberga hanno così tanto da fare da non riuscire a formulare nemmeno una frase di circostanza, un pensierino molto semplice del tipo “la mamma è bella” come si usa scrivere alle scuole elementari?

    Forse non hanno capito quello che ho scritto.

    Pardon, mi sono espresso male: forse non mi sono fatto capire!

    Ma anche se non mi sono fatto capire, si potrebbe benissimo rispondere: “Non ho capito”.

    E allora, quale potrebbe essere il motivo per cui non ricevo risposta da alcuno? Né da Meloni, né da Giorgetti, né da Bernini, né da Valditara, né da Ghiselli, né da Fava, né da Vittimberga?

    Forse perché le loro solerti segreterie fanno da filtro, domandandosi: “Perfetto, chi?”

    Talvolta occorre domandarsi chi faccia più da freno al progresso sociale: il Governo, o il popolo?

    A voi, lettrici e lettori, l’onere della risposta.

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    • Vede, Dott. Perfetto, sicuramente alcuni di loro non l’hanno proprio capita e si vergognano di dire che non l’hanno capita; altri l’hanno capita e si sono detti: figurati se io inserisco una tassa per permettere ad una persona anziana di terminare prima: io li sfrutto finchè posso, tolgo i limiti massimi , incentivo la gente a rimanere a lavorare, faccio ponti d’oro se rimani a lavorare oltre misura etc; LEI NON DEMORDA MAI; speriamo che chi governerà dall’anno prossimo in Italia (spero centro Sinistra)lo capirà che non ci sono altre strade oltre a quella indicata da voi; saluti a lei e ai gestori del sito

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    • Il signor Ghiselli ormai ha concluso il suo compito (non direttivo) in Inps pertanto ora si dovrà passare da un ex sindacalista CGIL a un nuovo di provenienza sindacale diversa.

      “Stiamo camminando come sonnambuli verso la distopia, a meno che, qualcuno o qualcosa non riesca a svegliarci in tempo” (Loretta Napoleoni, Tecnocapitalismo, pag. 254)

      (https://www.youtube.com/watch?v=fn4u9YprdWg)

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      • molo utile quel link che hai proposto di leggere; alla fine l’ho finito; apre molto la mente; grazie e saluti a te e ai gestori del sito

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  11. Adesso è ora che si faccia, di parole ne abbiamo sentite troppe e bisogna assolutamente passare fin da subito ai fatti e attuare per esempio la riforma PAG o similare…..poi mi sveglio tutto sudato 😥

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  12. Io spero tanto che venga ripristinata Opzione Donna. È già stato fatto in passato. Spero lo rifacciano. Ma nn sono così fiduciosa …..

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  13. Tanto un domani verrà fuori il solito espertone che dirà invece tutto il contrario; che i conti non vanno assolutamente bene e che ci sarà la catastrofe dell’INPS per mancanza di nati o per i costi sempre alti delle pensioni se non verranno fatti correttivi sempre più peggiorativi.
    Le pensioni in Italia saranno sempre sotto accusa perchè ai governi fa comodo avere qualche assegno in bianco da usare per altri investimenti più importanti e nobili.

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  14. Riflessioni utili che dovrebbero essere prese in seria considerazione. Purtroppo il Governo non ha alcuna intenzione di aprire un vero tavolo di confronto su questi temi.

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    • e dire che avere una donna come presidente del consiglio e una come ministro del lavoro sembrava dovesse garantire una maggiore sensibilita’ nei confronti delle donne …mi sembra che sia beffardamente andata al contrario

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