Pensioni anticipate 2020, Brambilla: ‘Quota 100 incompleta, tre vie per cambiare’

Nei giorni scorsi é stato presentato il 7° rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano da Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, che ha ribadito con forza come difficilmente si potrà andare in Europa portando come sostituto di quota 100 una quota 82 proposta dai sindacati, ossia un’uscita flessibile dai 62 anni d’età e 20 di contributi, perché avrebbe ovvie difficoltà di passare. Lui é certo che la proposta dei sindacati sia stata fatta, ha detto nel corso della conferenza stampa, con l’intenzione di arrivare ad una riforma equa e condivisa che possa tenere conto non solo dell’età pensionabile, ma anche del mestiere svolto, perché alcuni lavori a 67 anni forse sono ancora fattibili, se un lavoratore lo desidera, altri divengono quasi impossibili, si pensi anche solo ad un poliziotto che a 60 anni deve ancora rincorrere un malvivente, rischiando, dice ironizzando, ma forse nemmeno troppo, un infarto e di far incrementare anche le spese sanitarie.

Tutto questo per dire, prosegue, che una riforma previdenziale é certamente importante e che destra e sinistra, al di là degli scopi e delle lunghe campagne elettorali, dovrebbero sedersi intorno ad uno stesso tavolo e partendo dalle risorse disponibili ragionare su quali misure possono essere davvero attuate, tenendo conto anche delle specificità dei casi e delle reali priorità, smettendo, conclude, ‘di farsi la guerra’. Poi individuando tre principali criticità attuali, e ricordando come quota 100 sia stata una risposta incompleta e costosa ai problema reali , avanza 3 strumenti di semplificazione del sistema.

Pensioni 2020, quota 100 non basta: incompleta e dispendiosa

Il sistema pensionistico dice Brambilla necessità ora più che mai di una revisione strutturale e coraggiosa, specie dopo anni di salvaguardie e provvedimenti a tempo che hanno tutelato, in tempi diversi, ora questa ed ora quella categoria di lavoratori senza però garantire alcuna equità e senza dare stabilità. Sarebbe importante, precisa, pensare a fare piani di lungo periodo che durino almeno 5, invece spesso dopo aver approvato a fatica piani triennali ci si ritrova a distanza di poco a rimetterci mano. Creando, fa intendere, lui come Baretta intervenuto nel corso della presentazione, ansia e frustrazione tra i lavoratori che non sanno quando e come uscire dal lavoro.

Un provvedimento come la quota 100 ha generato, a detta di chi é intervenuto alla presentazione, solo una finestra temporanea e ulteriori ingiustizie per chi non rientra in quell’arco di tempo e si ritroverà a fronteggiare il successivo scalone. Ecco allora la ‘ricetta’ proposta da Brambilla per intervenire su alcune criticità al fine di poter arrivare ad un buon compromesso che tenga conto della felssibilità in uscita e della sostenibilità finanziaria. Eccovi le sue parole.

Riforma pensioni, ecco un buon compromesso in tre vie

Per il Presidente di Itinerari Previdenziali la quota 100 non é stata una risposta alla riforma Fornero , anzi é stata una ‘misura incompleta e soprattutto costosa“, ecco le tre criticità principali sulle quali intervenire con altrettanti strumenti di semplicifcazione del sistema. Come riporta Investire Oggi, le tre vie per cambiare con coraggio l’attuale sistema previdenziale italiano sarebbero, a detta di Brambilla:

  • La totale equiparazione delle regole e delle tutele (integrazione al minimo) per i giovani contributivi che hanno iniziato a lavorare dall’1/1/1996 e l’istituzione di un “fondo pensione” per i contributivi, alimentato da subito con 500 milioni l’anno proprio per finanziare le tutele che oggi i cosiddetti contributivi puri non hanno a disposizione, a partire dal 2036;
  • Il blocco dell’adeguamento alla speranza di vita del requisito di anzianità contributiva richiesto per la pensione anticipata, con ulteriori sconti per precoci e lavoratrici madri;
  • L’ utilizzo dei fondi esubero per lavoratori con problemi e la reintroduzione delle forme di flessibilità già previste dalla riforma Dini/Treu, consentendo quindi il pensionamento con 64 anni di età e 37/38 di contributi.

Solo così a detta di Brambilla si arriverebbe ad un “buon compromesso tra l’esigenza di flessibilizzare il nostro sistema pensionistico e di garantirne al contempo la sostenibilità di lungo termine”. Voi cosa ne pensate al riguardo? Fatecelo sapere come sempre nell’apposita sezione commenti del sito, saremo lieti di leggervi.

PensioniPerTutti lavora per combattere le fake news e fornire un informazione corretta e veritiera. Questo articolo è stato verificato con le seguenti fonti: Investireoggi. Segnalaci una correzione se ne hai bisogno, o nei commenti o alla nostra mail!

Erica Venditti

Erica Venditti

Mi chiamo Erica Venditti, classe 1981. Da aprile 2014 sono giornalista pubblicista Scopri di più

12 pensieri riguardo “Pensioni anticipate 2020, Brambilla: ‘Quota 100 incompleta, tre vie per cambiare’

  • Avatar
    22 Febbraio 2020 in 12:42
    Permalink

    Non si possono mettere due paletti per andare in pensione. Ma siete proprio Testoni. Se io ho già 40 anni di contributi, ma 59 di età, secondo voi, con la proposta 64 anni e 38 di contributi io che c.z..me ne faccio. Mettete solo un paletto o per età o per contributi. È così difficile da capire. Il bonus bebè per tutte le Donne, non fate come state facendo. Donne di serie A e Donne di serie B.È così difficile fare le cose fatte bene.

    Rispondi
  • Avatar
    21 Febbraio 2020 in 18:19
    Permalink

    Buongiorno, secondo me, dopo aver lavorato x 35 anni (versati di contributi), chi vuole uscire dal mondo del lavoro, dovrebbe poter uscire, senza problemi. Del resto i soldi versati di contributi, sono soldi nostri e mi srmbra che dovremmo anche avere la possibilità di decidere sul cosa farne. Quindi indistintamente dagli anni anagrafici, ripeto se uno vuole, dovrebbe poter andare in pensione, se invece vuole continuare a lavorare , può continuare. Così si darebbe la possibilità ai ns. Figli di lavorare, invece che sono costretti a rimanere a carico dei genitori fino a 35 anni xché non trovano lavoro. Grazie.

    Rispondi
  • Avatar
    21 Febbraio 2020 in 16:13
    Permalink

    Istituire 41 anni di contributi come massima contribuzione una quota 100 età più contributi equivalga a 100 massimale 35 anni di contributi per donne magari anche meno agevolare lavori usuranti con 35 di contributi.. Poi uno sceglierà se continuare o no in base hai contributi versati.. Tanto hai versato tanto pranderai .. La quota 41 andrà a morire negli anni anche perche per le nuove generazioni non ci arriveranno mai.. mettere un tetto a 64 anni com’è in tutti gli altri stati europei e non si potrà percepire oltre i 5000 euro.. Penso questo possa essere equo per tutti…

    Rispondi
  • Avatar
    21 Febbraio 2020 in 11:06
    Permalink

    Bisogna fare chiarezza sui requisiti per andare in pensione anticipata. Dire quota 82, cioè 62 di età e 20 di contributi, è fuorviante e difficilmente da far accettare dagli organi istituzionali, commissione UE in primis. Dei meccanismi di pensione anticipata, bisogna distinguere chi volontariamente vuole accedervi (anche chi un lavoro ce l’ha), e chi invece si ritrova disoccupato dopo i 60 anni e senza ammortizzatori sociali. Infatti ci sono situazioni soggettive molto diverse tra loro e L’APE SOCIAL è una misura che stabilizzata e corretta, allargata, potrebbe sostituire tante misure (tra cui anche quota 100) e semplificare la questione pensioni anticipate, che oggi è molto complicata.

    Rispondi
  • Avatar
    20 Febbraio 2020 in 20:36
    Permalink

    Pefetto. Se anche Brambilla, come già il presidente INPS Tridico, notoriamente personaggi legati alla Lega, dicono che bisogna riportare equità nella legge sulle pensioni vuol dire che attualmente questa equità manca. Purtroppo lo sappiamo tutti e lo ripetono tutti che dipende dalle risorse e a meno che non si faccia tutto a debito pubblico come la volta scorsa, fare miracoli è impossibile. Per riportare una sorta di equità quindi, bisogna mettere dei punti fermi.
    1) In pensione ci deve andare chi ha lavorato di più e versato più contributi e non l’inverso.
    2) Compiuta una certa età, il lavoratore può, a scelta, scegliere se restare e aumentare il reddito o se andarsene con i contributi che ha e di conseguenza con un reddito minore che non deve comunque essere inferiore al minimo di sopravvivenza ( reddito di cittadinanza ? ).
    Sulla base di quanto sopra esposto, si potrebbe ipotizzare in linea di massima, 40 anni di contributi, raggiunti i quali il lavoratore, indipendentemente dall’età che ha, può scegliere liberamente della sua sorte. Rimanere sul lavoro con un aumento in percentuale x per ogni anno in più o accontentarsi del dovuto.
    Come età di scelta si può ipotizzare tra i 60 e i 62 anni. In questo modo equo si da ampio respiro e responsabilità ad ogni lavoratore del proprio futuro e non ci sarebbero ingiustizie.
    P.S. Dimenticavo: Chi viene beccato a lavorare in nero, sei mesi di sospensione della pensione. “Era solo una settimana che lavoravi in nero ? ” Mi dispiace, ma l’ignoranza in Italia non è più ammessa da tempo.

    Rispondi
  • Avatar
    20 Febbraio 2020 in 19:10
    Permalink

    Rispettando tutti i lavoratori e i lavori credo che dopo una certa età, 63/64 anni, e con una contribuzione di almeno 20 anni, un lavoratore debba poter scegliere se andare in pensione senza penalizzazioni e distinguo tra lavori e lavori,. chi veramente è in grado di stabilire se un lavoro è usurante o no, a quell’età una prrsona puo essere stanca anchr mrntslmrnte e non ha più la testa di soppottare il ritmo imposto falla produttività a tutti i costi.

    Rispondi
  • Avatar
    20 Febbraio 2020 in 17:40
    Permalink

    E’ TEMPO DI FINIRLA CON L’INDICAZIONE DEI 64 ANNI DI ETA’ MINIMA E 38 DI CONTRIBUTI. OCCORRE INNANZITUTTO DIFFERENZIARE L’ETA’ ANAGRAFICA PER L’USCITA DAL MONDO DEL LAVORO IN BASE AL LAVORO SVOLTO E LOGICAMENTE CONSIDERARE ANCHE GLI ANNI DI CONTRIBUTI. CONTINUO A SOSTENERE CHE LA PRIMA PROPOSTA DI CESARE DAMIANO RIGUARDO LA POSSIBILITA’ DI POTER ACCEDERE ALLA PENSIONE CON 62 ANNI DI ETA’ ( E NON CON 63 COME SI STA’ IPOTIZZANDO ULTIMAMENTE ) PUR PREVEDENDO DELLE PENALIZZAZIONI SIA LA PIU’ EQUA. CONTINUO A STUPIRMI COME MAI IL GOVERNO ATTUALE NON PRENDA IN CONSIDERAZIONE TALE DECRETO LEGGE OLTRETUTTO PROPOSTO DA UN AUTOREVOLE ESPONENTE DEL PARTITO DEMOCRATICO.

    Rispondi
  • Avatar
    20 Febbraio 2020 in 17:24
    Permalink

    Sono una docente di un istituto professionale e ho 60 anni . Ho sempre amato il mio lavoro e non ho mai pensato al pensionamento come a una liberazione. Adesso, però, mi ritrovo a lavorare in condizioni sempre più difficili: classi numerose e problematiche, continue riforme, con conseguente aggravio di lavoro, soprattutto di tipo burocratico, stipendi inadeguati.
    Al di là delle buone intenzioni, il dato anagrafico, ahimé, non mi consente più di affrontare queste sfide con la necessaria lucidità e con energia.
    Credo che la soluzione, per coniugare sostenibilità economica di una ipotetica riforma pensionistica con le legittime istanze di lavoratori ormai usurati, stanchi, demotivati , sia 63 anni con 36 anni di anzianità contributiva, senza penalizzazioni, riconoscendo il sistema misto a chi ne abbia diritto o 41 anni a qualunque età, tetto massimo alle pensioni di 4.000 euro netti. Chi ha avuto la fortuna di godere di uno stipendio altissimo ha certamente versato di più, ma ha anche potuto costruirsi nel tempo una posizione economica di tutto rispetto, perché non redistribuire la ricchezza attraverso un tetto alle pensioni?
    Bisogna, a mio parere, ragionare sul fatto che impoverire il ceto medio dei pensionati ha una ricaduta anche sulle nuove generazioni, contrariamente a quanto molti sostengono, perché il welfare familiare è l’unica forma di sostegno per i giovani, con un destino lavorativo sempre più precario.

    Rispondi
  • Avatar
    20 Febbraio 2020 in 16:17
    Permalink

    Partiamo dal blocco dell’adeguamento alla speranza di vita che senz’altro è sacrosanto, ma è del tutto insufficiente. Già ora la legge blocca l’aspettativa di vita fino al 2026 quindi fino a questa data non cambierebbe nulla e soprattutto non da risposta a chi chiede quota 41 per tutti. Infatti bloccando l’aspettativa di vita vuol dire lasciare inalterato il requisito di 42 anni e 10 mesi più un’ulteriore finestra di 3 mesi per andare in pensione come succede ora, e questo provvedimento sarebbe un superamento della fornero? Brambilla ha certamente voglia di scherzare, i lavoratori credo proprio di no, però. Si vuole poi superare la finestra 100 che prevede l’accesso a partire dai 62 anni alla pensione ipotizzando l’accesso a 64, come se tutte le persone hanno iniziato a lavorare dopo i 25 anni, mentre un buon 50% a quell’età aveva già 10 anni di contributi versati e un ulteriore 35% almeno 5. Quindi 64 anni taglierebbe fuori dai giochi almeno l’80/85% dei lavoratori, quindi della serie faccio finta di ascoltare i lavoratori ma poi in realtà gli peggioro la situazione. Una proposta seria secondo me sarebbe quella di istituire quota 41 per tutti senza se e senza ma ed in aggiunta trasformare la finestra 100 (62+38) in una quota 100 vera, ovvero 60+40, 61+39 e così via e a partire dai 64 anni vai in pensione per vecchiaia con i versamenti che hai e in base a quelli prendi la pensione che ti spetta.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *