Pensioni anticipate 2021, novità: divisione assistenza-previdenza, meglio evitare?

intervista esclusiva

Il dibattito resta infuocato sulla riforma pensioni post quota 100 e sulla proposta dei sindacati condivisa dai lavoratori sull’introduzione di misure che permettano l’uscita anticipata con quota 41 o una flessibilità in uscita dai 62 anni. Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato la proposta di un decreto legge fatta da un nostro lettore Paolo indirizzata ai sindacati e a seguire la risposta di Ignazio Ganga, segretario confederale della Cisl, abbiamo altresì pubblicato un commento molto preciso ed articolato del Dott Claudio Maria Perfetto in riferimento alle considerazioni di Ganga sulla separazione tra assistenza e previdenza e sulla specifica che la ‘previdenza dovrebbe essere intesa come la voce collegata ai contributi’.

L’esperto, a seguito di alcuni dati oggettivi, che abbiamo riportato, aveva a sua volta posto una domanda a Ganga al termine del suo ragionamento: ’Come si potranno finanziare tramite contributi le nuove pensioni 2022 con un gettito contributivo già in deficit di 9 miliardi di euro nel 2021?”. Sulla questione è intervenuto altresì un lavoratore, Wal52, desideroso di richiedere alcune specifiche all’esperto, a cui oggi possiamo dare seguito, avendo ricevuto una risposta articolata dal Dott Perfetto, che ringraziamo per la solita dedizione nei riguardi del nostro sito e dei lettori desiderosi di conoscenza. A voi le specifiche su una tematica, quella della divisione tra assistenza e previdenza, che pare destare molto interesse tra i nostri lettori.

Pensioni anticipate 2021, ultime: divisione assistenza previdenza, campo minato?

Wal52: Scusi dottor Perfetto, probabilmente mi sbaglio, oppure Lei in particolare con la cifra di 125.994 MILIONI su 239.120 MILIONI di Euro di fatto individua il peso assistenziale a carico INPS? Perché se cosi fosse il rapporto con la previdenza mi sembrerebbe enorme!

Dott Claudio Maria Perfetto:Con la cifra di 125.994 milioni di euro l’INPS si riferisce alle entrate da fiscalità generale, ovvero a imposte che non hanno una specifica destinazione (come Irpef e Iva). Tali entrate da fiscalità generale servono (afferma l’Inps) per la copertura di alcune voci di spesa tra cui: Quota 100, assegni e pensioni sociali, pensioni anticipate e salvaguardie, prestazioni a favore della disabilità non di origine professionale, reddito e pensione di cittadinanza, prestazioni per protezione sociale.

Ad onor del vero, parlando di 125.994 milioni di euro, non ho fatto accenno alla spesa per assistenza, ma alla fiscalità generale. Con ciò ho voluto mettere in evidenza che Quota 100 viene finanziata con Irpef e Iva e non con i contributi dei lavoratori (come, a mio avviso, dovrebbe invece avvenire).

La spesa per l’assistenza è la GIAS – Gestione Interventi Assistenziali – che riguarda: pensioni di invalidità civile, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali, pensioni di guerra, altre prestazioni assistenziali di cui integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali.

Nel “Tomo_I_preventivo_2021.pdf” (di 1.120 pagine) dell’INPS, nel capitolo “Parte Quinta. Le entrate e gli oneri a carico della GIAS” a pag. 445 si legge: «Gli oneri a carico della “Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali” (GIAS) per l’anno 2021 sono stati valutati in 128.115 milioni [omissis]”. A pag. 446 si legge che la copertura degli oneri [pari a 128.115 milioni di euro] “sarà assicurata per 125.994 milioni dai trasferimenti dal bilancio dello Stato” e da “2.121 milioni da altre entrate (contributi della produzione, recupero di prestazioni ed entrate diverse)”.

Sembra di capire, dunque, che la GIAS cui si riferisce l’INPS includa anche le “gestioni previdenziali” oltre agli “interventi assistenziali”. Ma se la GIAS viene finanziata con la fiscalità generale (ovvero IRPEF e IVA) vuol dire che anche le gestioni previdenziali vengono finanziate con la fiscalità generale.

Osserviamo allora che le pensioni vengono finanziate sia con i contributi dei lavoratori attivi che con la fiscalità generale.

Ne consegue che se si separa l’assistenza (GIAS) dalla previdenza, si avrà la possibilità di finanziare un numero minore di pensioni.

Allora sembrerebbe avere ragione il Prof. Cazzola. Nel suo libro “La guerra dei cinquant’anni alle pagine 18 e 19, parlando della separazione tra previdenza e assistenza il Prof. Cazzola afferma che “ancora oggi continua a circolare tra i luoghi comuni che distorcono il dibattito sulle pensioni” la questione che “i conti delle pensioni sarebbero in ordine se non dovessero sopportare l’onere dell’assistenza. Era (ed è) vero esattamente il contrario”.

CONCLUSIONI: per quanto riguarda le pensioni, i Sindacati farebbero bene a non toccare l’argomento in merito alla separazione tra assistenza e previdenza, perché altrimenti, venendo a mancare il gettito della fiscalità generale, sarebbe davvero molto difficile poter finanziare le pensioni, già penalizzate dalla mancanza di 9 miliardi di gettito contributivo“.

Vi stupiscono, vi affascinano, vi lasciano perplesse le considerazioni del Dott. Claudio Maria Perfetto? Proseguiamo, se vi va, il dibattito, nel modo costruttivo con cui alcuni di voi lo hanno esteso. Vi ricordiamo che per farlo é sufficiente lasciare il proprio commento nell’apposita sezione del sito.

Pensionipertutti.it grazie alla sua informazione seria e puntuale è stato selezionato dal servizio di Google News, se vuoi essere sempre aggiornato sulle nostre ultime notizie seguici tramite GNEWS andando su questa pagina e cliccando il tasto segui.

19 commenti su “Pensioni anticipate 2021, novità: divisione assistenza-previdenza, meglio evitare?

  1. io so solo che i soldi per la quota 100 si sono trovati; volete dirmi che non si trovano per gente che andrebbe in pensione con 62 e 40-41 anni di contributi? è solo questione politica; c’è un ricatto dell’UE; vuoi i soldi del ricovery found? lascia stare tutto fermo così torna la legge fornero: 67 anni e 42 anni e 10 mesi; molto semplice; e quei 4 pecoroni che ci comandano? sissignore, peccato che non pagano loro ma milioni di lavoratori che hanno diritto di andare in pensione; troppo comodo grandi ……………………………..

  2. L’eccellente e analitica analisi del sig. Perfetto mi trova assolutamente d’accordo nel punto dove afferma che bisognerebbe scorporare l’inps e creare anche l’inas. Due istituti separati. Per quanto mi riguarda vorrei anche due Ministri. Uno che si occupa di lavoro e uno di previdenza.

  3. In ogni caso è necessario separare previdenza da assistenza. Anche per conoscere esattamente quanto incide la spesa pensionistica pura sul totale. Le pensioni di invalidità e l’accompagnamento non possono essere nello stesso calderone dei contributi versati dai lavoratori.

    1. Sig. Mauro Marino, credo che la previdenza e l’assistenza si possano separare solo attraverso la scissione dell’INPS in due istituti differenti: uno dedicato alla previdenza (l’INPS – Istituto Nazionale di Previdenza Sociale) e uno dedicato all’assistenza (INAS – Istituto Nazionale di Assistenza Sociale – che nella mia idea non è il Patronato CISL fondato nel 1949 che offre assistenza e consulenza a lavoratori, pensionati e immigrati, ma un istituto statale alla pari dell’INPS che gestisce un budget alimentato dalla fiscalità generale).

      Sig. Mauro Marino, lei vuol sapere esattamente quanto incide la spesa pensionistica pura sul totale? Bene, la rimando all’articolo “Riforma pensioni 2020, ultimissime: separare previdenza da assistenza, falsa soluzione?” pubblicato su Pensionipertutti.it a firma di Erica Venditti in data 9 ottobre 2020.

      In quell’articolo si riporta che “Il Pil del 2018 (anno cui fa riferimento Tridico) è stato, in base ai dati Istat, di 1754 miliardi. La spesa complessiva per pensioni e assistenza è stata di 266 mld, il 15% del Pil, di cui 211 mld pari al 12% del Pil per la spesa previdenziale e 50 mld pari al 3% del Pil per spese assistenziali”.

      Per sintetizzare i contenuti dell’articolo, riporto qui di seguito quanto la dott.ssa Venditti, nel paragrafo “quanto pesa DAVVERO l’assistenza sulla previdenza?” – riprendendo le mie parole – afferma: “A conti fatti il bilancio previdenziale risulta all’attivo (Biasioli e Brambilla) e le spese per le pensioni, depurate dai numeri dell’assistenza, sono al lordo il 12% del Pil e al netto il 9% del Pil (Tridico) in linea con la media Ue (che è stata il 12,6% nel 2016): se sappiamo tutto ciò vuol dire che sotto il profilo contabile la previdenza e l’assistenza sono già separate e finanziate in modo adeguato. Dunque, dove sta il problema?”

      Infine, sig. Mauro Marino, sono d’accordo con lei quando afferma che: “Le pensioni di invalidità e l’accompagnamento non possono essere nello stesso calderone dei contributi versati dai lavoratori”. E aggiungo, con tutta la forza di pensiero di cui dispongo, che dentro il calderone della fiscalità generale – che serve per coprire le spese dell’assistenza – non dovrebbe nemmeno esserci la pensione anticipata Quota 100”.

      Caro sig. Mauro Marino, al momento la “assistenza” serve per pagare le pensioni. Non si tocchi nulla, non si separi nulla, anche perché, se è dal 1989 che si cerca di separare la previdenza dall’assistenza e fino ad oggi non si è riusciti a farlo, vuol dire che il problema della separazione non è proprio una cosa così semplice da farsi (se posso usare una metafora un po’ audace, vorrei dire che separare la previdenza dall’assistenza è un po’ come voler separare due bimbi siamesi uniti per la testa).

      Piuttosto, invece, si rafforzino le misure per il contrasto all’evasione contributiva che, nel 2017, si aggirava attorno ai 20 miliardi di euro (tra lavoratori regolari e irregolari), una somma che se venisse recuperata di anno in anno servirebbe a finanziare le pensioni Quota 41 indipendentemente dall’età.

      Come è mia consuetudine, riporto la fonte dei miei dati, che ho ripreso dal “Documento di Economia e Finanza 2020. Nota di Aggiornamento. Allegato. Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva – anno 2020”. Alle pagine 122-123 si legge: “L’ipotesi massima di contributi commisurati alla retribuzione dei regolari porta a una stima dell’evasione contributiva dell’ordine di 11 miliardi nel 2014 e di 11,3 nel 2015; nel 2016 la riduzione dell’input di lavoro dipendente irregolare induce un ridimensionamento a 10,9 miliardi dell’evasione, che però si riporta a 11,7 miliardi nel 2017. Analogamente nell’ipotesi minima, che considera come imponibile la retribuzione effettiva stimata per gli irregolari, si giunge a un’evasione contributiva che nei quattro anni varia tra gli 8,2 e gli 8,3 miliardi, tranne nel 2016 quando scende a circa 7,8 miliardi”.

      In definitiva, per quanto riguarda la separazione tra previdenza e assistenza, i conti sono in ordine, la spesa per la previdenza è in linea con la media UE, e l’assistenza (finanziata con la fiscalità generale) contribuisce a finanziare le pensioni (già finanziate con i contributi dei lavoratori attivi). Il problema che invece emerge è il seguente: sic rebus stantibus (giusto per imitare bonariamente il Prof. Cazzola) – ovvero, stando così le cose – non sarà possibile ridurre le tasse (perché altrimenti non si potrebbero pagare le pensioni tramite la fiscalità generale).

      1. Grazie, ora sono soddisfatto e i discorsi mi paiono sufficientemente chiari (PIL anno 2018, 12% previdenza, 3% assistenza), sono conscio dei numeri e questo mi permette di sostenere le ragioni di chi ha REALMENTE VERSATO CONTRIBUTI e chiede un accesso alla pensione coerente, legato alle regole di calcolo attuali, non agenti in modo retroattivo o imposte dalla sera alla mattina, sebbene supportate da una logica che tenga conto dell’età dalla quale la si percepisce (sostenibilità).
        L’ASSISTENZA, cosa giusta, deve essere valutata e attuata meglio (es. RdC); chi ha VERSATO CONTRIBUTI PENSIONISTICI HA , PER OLTRE 40 ANNI, ANCHE PAGATO TASSE e per questo non deve sentirsi come l’unico chiamato a sostenerne il peso imponendogli un lavoro non a termine.

  4. Faccio solo questa considerazione: se (come immagino) il “buco” di 9 miliardi di contributivo del 2021 è dato dagli effetti della PANDEMIA e se per OGNI categoria colpita dalla pandemia si sono erogati (più o meno …) dei “RISTORI”, PAGATI CON LA FISCALITA’ GENERALE (almeno fino all’arrivo dei 207 fantastiliardi europei …) mica qualcuno penserà che l’UNICA categoria ad essere penalizzata dalla pandemia dovrebbero essere i PENSIONATI, eh?
    Capisco che, come dice qualcuno, non siano più “produttivi” ma …

    Tra l’altro, il pensare come “inconcepibile” che le pensioni non si sostengano, se necessario, ANCHE con la fiscalità generale rischia secondo me di causare grossi problemi quando in futuro immagino si dovranno fare delle INTEGRAZIONI delle pensioni degli attuali giovani precari, che sulla base dei soli contributi probabilmente avrebbero pensioni da fame (e il sistema produttivo non può permettersi troppi poveri, che non possono consumare molto).

    In generale, io credo che le pensioni debbano essere considerate come parte del WELFARE (ciò che evita che gli “improduttivi vecchi della tribù” siano abbandonati a morire in una radura spoglia e sperduta …) e pertanto non ci sia nessuno “scandalo” se oltre ai contributi versati ci sia anche UNA PARTE di risorse che arrivano dalla fiscalità generale.

    Sia chiaro, non sto dicendo che il Dott. Perfetto sostenga questa “scandalosità” ma il rischio che qualcuno pensi che ciò sia “inaccettabile” secondo me c’è.

    Dott. Perfetto che fa poi delle considerazioni che condivido sul rischio di andare adesso, con questo governo euro-contabile, a chiedere la separazione tra previdenza ed assistenza.
    Mi sa che non è il momento.

    1. Sig. Carlo Q, concordo con lei. Anche per me le pensioni dovrebbero essere considerate come parte del Welfare.

      Il mio dizionario di lingua inglese traduce “welfare” con benessere. Un Welfare State è dunque uno “Stato del benessere” che attua interventi rivolti alla protezione sociale in favore dei cittadini.

      Il Welfare State viene confuso a volte con lo “Stato assistenziale”. Il Welfare State, invece, va identificato con lo “Stato sociale”.

      Quando parliamo di “Stato sociale”, c’è forse differenza tra pensioni e assistenza?

      La sola differenza che rilevo è nel modo di finanziare previdenza e assistenza: la previdenza va finanziata con i contributi del lavoro (e quindi questo deve stimolare i policy maker a creare lavoro); mentre l’assistenza va finanziata con la fiscalità generale (e quindi questo deve stimolare i policy maker a tarare le aliquote fiscali in modo da prendere ai ricchi e dare ai poveri).

      Per il resto, credo che tra previdenza e assistenza ci sia una sorta di mutuo soccorso: se per finanziare le pensioni non sono sufficienti i contributi del lavoro, allora si attinga pure alla fiscalità generale; se per finanziare l’assistenza non è sufficiente la fiscalità generale, allora si attinga pure ai contributi del lavoro.

      Anche questo (anzi, soprattutto questo), io credo, è equità sociale.

  5. Ringrazio il dottor Perfetto per il tempo che dedica a cercare di spiegare, ovviamente a un incompetente come il sottoscritto, i numeri che si leggono.
    Ignoranza che permane, purtroppo, anche dopo la spiegazione.
    Quello che balzava all’occhio di un profano era la differenza tra due cifre esposte esse sono: “Le entrate previste per contributi pari a 229,841 miliardi di euro; le uscite per prestazioni da contributi sono pari a 239,120 miliardi, per un saldo negativo pari a 9,27 miliardi di euro”.
    Scritto in questo modo interpreto: chi lavora “non in nero” versa 229.841, chi percepisce pensioni da versamenti preleva 239,841 mancano 9,27 milioni di euro.
    Quindi ritenevo che per pagare le “PENSIONI” sostenute da CONTRIBUTI ” fosse necessario al governo intervenire con la cifra indicata come “saldo negativo 9,27 miliardi”; cifra più che soddisfatta da quello che individuo ogni anno come IRPEF che le pensioni ritornano allo stato.
    Le conclusioni riguardo le PENSIONI ora mi spaventano ancora di più anche perché nel calderone osservo un peso elevato seppure indefinito di assistenza.
    In ultima analisi è un poco come sostenere che solo la pensione di vecchiaia sia previdenza ovvero quella che percepiremmo dai 67 anni in su; tutte le altre, sebbene frutto di contributi, sono da considerare in parte assistenza.
    Qualcuno non la racconta giusta!

  6. Caro Rino e colleghi del sito, credo che ci sia argomento per molta discussione, quelli un tantino più esperti di me potrebbero sbizzarrirsi (con il cortese aiuto, di certo non la dimenticanza, del dottor Perfetto, persona esperta, intelligente e gentile).

  7. Buongiorno vorrei sapere per cortesia se all età di 62 anni potrò andare in pensione con 28 anni di contributi, e quale sarebbe il mio compenso pensionistico. Grazie

    1. Morena non siamo un patronato, ma dei giornalisti, non siamo in grado di darle queste informazioni, ci spiace

    2. 28 anni di contributi? Io non riesco ad andarci con 62 anni di età e 42 di contributi…..ma che richiesta è?

    3. La vedo molto dura, a meno che tu non abbia una qualche condizione che lo permetta, ad esempio l’APE sociale o una disabilità grave.
      Il consiglio è rivolgersi ad un patronato la cui consulenza sulle pensioni dovrebbe essere gratuita.

  8. Si dimentica o si fa finta di dimenticare che L’IRPEF pagato dai pensionati( in altri stati non si paga e in altri in forma più ridotta) è un giro conto dello stato. Il costo pensione lo comprende ma poi lo lo stato riprende in parte con IRPEF. Sistema che non centra con la sostenibilità pensionistica!!

  9. Per fare un discorso corretto su come vengono finanziate le pensioni bisogna fare un distinguo fra quelle elargite con il generosissimo sistema retributivo, quelle con il sistema misto, e le future con il contributivo puro. Per le prime e parte delle seconde è ovvio che i soli contributi non basterebbero nemmeno per finanziarne la metà (o forse meno), mentre quelle con il sistema contributivo si dovrebbero pagare da sè. Si tratta ora di capire quale percentuale di fiscalità generale serve per integrare le sopracitate pensioni rispetto a quanta ne serve per quelle non coperte da alcun versamento previdenziale all’ INPS. A tal proposito sarebbe opportuno separare la previdenza pubblica da quella privata per capire meglio come vengono finanziate ciascuna delle due. Saluti.

  10. Personalmente mi lascia molto perplesso che la divisione dei costi tra previdenza ed assistenza, vada a danno di noi futuri pensionati.
    Non ho elementi per dubitare, le tesi molto tecniche espresse nell’articolo, una cosa che manca, secondo il mio modesto parere, è che bisognerebbe chiedere al sindacalista La Ganga, qual’è, dal suo punto di vista, lo scoglio che dichiara esserci, tra loro ed il governo per riconoscere chiaramente, ciò che è assistenzialismo da ciò che è previdenza.
    Quello che mi sento di ribadire, che non sono più sopportabili altri rinvii, scuse per l’incontro tra sindacati e governo per la nuova riforma delle pensioni, che ovviamente, non deve essere il ritorno alla Fornero, o cose anche peggiori! Siamo stufiiiiiii!

  11. Gli over 60 al compimento di 62/63 se hanno oltre 20 anni di contributi devono poter andare in pensione senza paletti in quanto non troveranno più un lavoro. L’importo della pensione sarà calcolata sulla base dei contributi versati (i soldi per finanziare la suddetta pensione anticipata se vogliono li trovano).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su