Pensioni anticipate, Ddl 857 ‘attualizzato’ la chiave per superare la Riforma Fornero?

Come vi avevamo anticipato nell’articolo di ieri ove il Dott. Claudio Maria Perfetto ha fatto un’analisi accuratissima dell’attuale Legge Fornero e del perché, basandosi su principi nobili di equità e giustizia, continui a funzionare a distanza di 10 anni, ecco che nell’elaborato di oggi il nostro esperto, riportando proprio una frase pronunciata dalla Professoressa Fornero in quella famosa conferenza del 2011, prova a proporre una nuova chiave, o meglio una chiave ‘rivisitata’ per la flessibilità in uscita.

In realtà il Dott. Perfetto spiega: ‘ C’è bisogno di una Riforma Pensioni che sia realmente ─ lo ripetiamo: realmente ─ flessibile, perché (riprendendo le identiche parole della Prof.ssa Fornero) è “abbastanza paradossale che lo Stato, che non ci dice quando dobbiamo comprare la casa, quando dobbiamo sposarci, quando dobbiamo fare figli, però ci debba dire quando dobbiamo lasciare il lavoro”.

Ed aggiunge: ‘ Una Proposta pensionistica di pari rango della Riforma Fornero (Ossia che si ispiri a principi nobili), e realmente flessibile, c’è già: è la Proposta di Legge 857 (Pdl 857) del 2013 di Damiano, Baretta, Gnecchi‘. Eccovi le sue considerazioni:

Pensioni anticipate 2023, la soluzione per superare la Fornero esiste: il Ddl 857 di Damiano attualizzato al 2022

Così Perfetto: “Sono 10 anni che la Riforma Fornero è in vigore. E questo la dice lunga sulla sua validità.

La popolazione italiana invecchia, creando il problema di sostenibilità del sistema pensionistico, e la Riforma Fornero ne è la soluzione. E i risultati finanziari positivi ci sono, proprio grazie “alla riforma Monti-Fornero che ha assicurato notevoli risparmi sia pure con costi sociali elevati” (come l’INPS stessa riconosce).

Ma la soluzione ‘Riforma Fornero’, se da un lato risolve il problema della sostenibilità del sistema pensionistico (messa a rischio dall’invecchiamento della popolazione della nazione), dall’altro diventa essa stessa il problema della sostenibilità del sistema pensionistico (messa a rischio dall’invecchiamento della popolazione dei lavoratori). Sì, perché l’obbligo di restare più a lungo al lavoro da parte degli anziani impedisce ai giovani di entrare nel mondo del lavoro, e di mantenere quindi quell’equilibrio tra flusso entrante e flusso uscente di lavoratori sul quale si fonda proprio la sostenibilità del sistema pensionistico.

Ma questo pensiero, che sembra del tutto plausibile, pare venga contraddetto da studi di carattere scientifico, i quali sostengono che un aumento del tasso di occupazione degli anziani favorisce l’aumento dell’occupazione giovanile. Tra questi studi si inserisce uno studio del 2020 della Banca d’Italia di cui riportiamo uno stralcio traducendo dall’inglese la parte finale (Conclusions, pag. 21):  

“In risposta all’invecchiamento della popolazione, negli ultimi decenni molti governi hanno fornito incentivi a posticipare il pensionamento mediante l’aumento dell’età pensionabile legale o attraverso agevolazioni fiscali. Tuttavia, la maggiore partecipazione dei lavoratori più anziani ha sollevato due preoccupazioni principali. Ci sono timori che i lavoratori più anziani possano spiazzare le coorti più giovani nel mercato del lavoro, riducendo le loro opportunità di lavoro. Una maggiore presenza di lavoratori più anziani può ostacolare la produttività delle imprese e crescita futura poiché i lavoratori più anziani, anche se più esperti, possono essere meno innovativi e meno disposti a correre rischi rispetto alle coorti più giovani”.

Lo studio conclude affermando: “Riteniamo che un aumento inaspettato della quota di lavoratori anziani abbia un impatto positivo sul lavoro giovanile e di mezza età. Un aumento esogeno del 10% del numero di anziani implica un aumento dell’1,8% del numero dei giovani e dell’1,3% dei lavoratori di mezza età. […] I lavoratori più giovani e di mezza età sembrano essere dei sostituti imperfetti, e nel nostro contesto sono probabili complementi ai lavoratori anziani”.

Lo studio di Banca d’Italia invita, tuttavia, ad una certa cautela nell’interpretare i risultati. Lo studio infatti si concentra sulle grandi imprese, le quali hanno maggiore probabilità di accedere al credito e quindi sono più in grado di espandere l’occupazione.

Riforma Fornero: pregi e limiti del nostro sistema previdenziale

La Riforma Fornero senza dubbio funziona bene, perché permette di ottenere risparmi sulla spesa pensionistica; inoltre, viene valutato positivamente il suo effetto sull’innalzamento del tasso di occupazione della quota di lavoratori anziani, in quanto ─ in base allo studio della Banca d’Italia ─ l’aumento di lavoratori anziani è in grado di produrre un impatto positivo sul lavoro giovanile e di mezza età (almeno nelle grandi imprese).

La Riforma Fornero è anche “previdente”, perché, obbligando il lavoratore a restare più a lungo al lavoro, fa in modo che l’importo pensionistico tende ad aumentare, e quindi fa in modo che il lavoratore vada in pensione con un importo sufficientemente adeguato tale da non richiedere l’intervento assistenziale dello Stato.   

La Riforma Fornero ha certamente qualità attraenti. Che la rendono però simile ad un buco nero, che attrae dentro di sé ogni cosa che orbiti nelle sue vicinanze, inghiottendola e impedendole di uscire, rafforzando sempre di più la sua capacità di attrazione. Così è per la Riforma Fornero: inghiotte i lavoratori, impedendo loro di uscire, alimentando la sostenibilità del sistema pensionistico e per questo rafforzando la sua azione fagocitatrice fino ad arrivare a non avere più nulla da inghiottire, perché non ci saranno più lavoratori.

C’è bisogno di una Riforma Pensioni che sia realmente ─ lo ripetiamo: realmente ─ flessibile, perché (riprendendo le identiche parole della Prof.ssa Fornero) è “abbastanza paradossale che lo Stato, che non ci dice quando dobbiamo comprare la casa, quando dobbiamo sposarci, quando dobbiamo fare figli, però ci debba dire quando dobbiamo lasciare il lavoro”.   

Una Proposta pensionistica di pari rango della Riforma Fornero, e realmente flessibile, c’è già: è la Proposta di Legge 857 (Pdl 857) del 2013 di Damiano, Baretta, Gnecchi dal titolo “Disposizioni per consentire la libertà di scelta nell’accesso dei lavoratori al trattamento pensionistico”. Ma va attualizzata al 2022“.

La prossima settimana sarà cura del Dott. Perfetto spiegarci nel dettaglio perché la proposta di legge 857 potrebbe sostituire la Fornero e da quando, ma soprattutto ci spiegherà quali migliorie dovrebbe apportare per essere ‘attualizzata’ e dunque risultare ‘attraente’ al nuovo Governo e vincente già dal 2022. Cosa ne pensate delle considerazioni del nostro esperto? Le condividete o, dalla vostra, aggiungereste al ragionamento qualche passaggio o qualche considerazione? Fatecelo sapere nell’apposita sezione ‘commenti’ del sito. Nel mentre ringraziamo il nostro esperto per le sue preziose analisi in un momento in cui l’incertezza dei lavoratori pare aumentata, ansia da elezioni e da futura sorte previdenziale?

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6 commenti su “Pensioni anticipate, Ddl 857 ‘attualizzato’ la chiave per superare la Riforma Fornero?”

  1. La prima considerazione che mi viene è che i lavoratori non hanno nessuna colpa della criticità della tenuta dei conti INPS ma dall’incapacità dei nostri politici, sindacati ed economisti.
    La seconda è che nel 1995 con la riforma Dini andava reso OBBLIGATORIO il secondo pilastro previdenziale con mega incentivi per lavoratori e aziende.
    La terza è che la Fornero nel 2012 si mise a piangere mentre voi gestori della nostra vecchiaia l’unica soluzione è creare con la cancellazione immediata del sistema retributivo un altro esercito di poveri sfruttati per più di quarant’anni con bassi salari e pensioni da fame.
    Ma fatemi capire come può un lavoratore recuperare oggi quelle 300/400 euro nette che verranno a mancare con la cancellazione della parte retributiva ??? Sto parlando di un lavoratore con un lordo di presunta pensione di 2000 euro… tra tasse e imposte arriva a 1500 euro nette e senza la parte retributiva si raggiungono le 1100/1200 nette dopo 43 anni di lavoro.
    Quello che volete fare è illegale e spero di cuore che qualche organizzazione ci coinvolga nel fare causa ad uno stato che con la scusa di pensare alle nuove generazioni mette alla fame persone che hanno lavorato e pagato tasse per più di Quarant’anni.
    Vi prego organizzateci !!! è dal 19950 che subiamo aumenti dell’età contributiva riduzione dei salari ed ora un’altro furto del 30% sulle future pensioni.
    Basta !!!

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    • Buongiorno Alessandro.

      Comprendo più che bene lo sfogo e lo condivido in pieno.
      La risposta d’impulso sarebbe, a mio parere, NEOLIBERISMO ma vado oltre.

      Premesso che sono favorevole per l’uscita come da proposta sindacale con 41 anni di contributi e/o 62 di età con il sistema a cui si ha diritto, preciso però che essa va conciliata con i limiti più alti (42,1 – 43,1) della attuale pensione anticipata (gli sconti vanno coordinati con i pegni del passato).
      Ma il tempo passa, le pensioni scivolano sempre più in la, l’assegno si prosciuga e noi leggiamo articoli, proposte e risposte che poi spesso non si ricordano, che conviene non ricordare, non esaustive o non comprese a fondo.

      Abbiamo qui a lungo dibattuto sulla necessità di scorporare assistenza da previdenza, ma poi quello che ci viene di continuo riproposto dall’informazione è il costo percentuale delle pensioni riferite al PIL.
      Costo che era al 16,8% (anno 2013) quando quello tedesco arrivava all’11%, il francese al 15,1%, l’olandese al 7% per una media europea del 12,6% e ancora non ci capacitiamo se le lamentele del Nord Europa siano pertinenti e se i confronti siano fatti a parità di condizioni.
      Di vero vi è che alcuni Stati, da sempre, non basano il loro sistema su di un singolo pilastro e che questo “reddito differito” da noi si ancora a percentuali contributive consistenti (33%) per cui fare paragoni può essere, forse, fuorviante.

      All’occorrenza arriva il tecnico di turno che ci rammenta anche le nostre distorsioni pensionistiche da quelle generose negli anni 90, ad esempio quelle in capo alle aziende di Stato, ai costi accollati allo Stato quando il privato espelle lavoratori, o richiamandoci al rapporto pensionati/lavoratori che in Italia era al 74,3%, (2013), quando la media Europea era del 63,8%.

      Se poi ti capita l’arrivo del “politico nuovo”, quello votato perché ti promette di sconfiggere la povertà per poi ritrovarti che non cambia nulla, che una popolazione numericamente pari a quella dell’Austria continua a lavorare in nero, allora ti domandi: è giusto rifiutare il lavoro regolare se non ti è offerto nel giardino di casa, è giusto ritenerlo non adatto quando hai una professionalità che non va oltre quella di ex netturbino … e allora cosa vuoi che resti se non le regole assistenziali da parte dello Stato.

      Queste sono alcune considerazioni che devono poi conciliarsi con una “RIFORMA PREVIDENTE” che impegna le persone corrette a restare più a lungo in un posto di lavoro, talvolta mal retribuito, ma necessario a incrementarne il montante contributivo.
      Facile dire 41 anni non bastano, dovrai lavorarne 45 o attendere i 70 anni, quando hai portato da “pensioni generose” a pensioni inadeguate.

      Ora si pensa a rendere l’uscita flessibile, così da soddisfare le richieste della massa dei lavoratori attivi, almeno di coloro che si vedono rifiutare l’uscita con 41 anni di contributi.
      Una scelta che credo sbagliata se allargata a dismisura che si scontrerà con l’enormità delle differenze nelle retribuzioni che costringeranno molti a restare prigionieri del Buco Nero dei sotto retribuiti liberando, viceversa, chi abbia beneficiato nel tempo di elevate remunerazioni.

      Le pensioni rischiano di essere non sostenibili? Non è possibile allentare i cordoni della spesa? Ce lo impedisce l’Europa e il mercato dei capitali?
      E pensare che quando si è fatta la riforma Dini portando a 40 anni i contributi necessari alla pensione nessuno ha fiatato accettando quel limite, quei temi nascosti e incompresi ma ritenuti coerenti ai tempi.

      Tutto questo accade mentre quelli del “vero BUCO NERO”, i furbi, quelli che sono rimasti ignoti al fisco, quelli a cui è permesso di rifiutare un lavoro regolare guarderanno a questa possibile flessibilità pretendendo che sia favorevole anche a loro; nel migliore dei casi continuando coi lavori sommersi o nel peggiore chiedendo poi assistenza allo Stato attraverso la pensione sociale in una Italia di fessi che hanno lavorano correttamente, versato contributi, pagato il dovuto, portati a crepare prima di poter riscuotere il loro salario differito.

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  2. Buongiorno a tutti. Sarò molto sintetico, qualsiasi invenzione/ furbata vogliasi fare ,con la scusa di eliminare la legge Fornero, deve essere da affiancare alla legge in vigore, in modo da non truffare ulteriormente i Lavoratori che hanno raggiunto o stanno per farlo i requisiti per uscire dal lavoro. Quindi l’eventuale riforma andrà a sostituire quella in vigore alla fine ,senza danneggiare nessuno ,ovviamente a chi conviene la nuova proposta ne usufruisce.
    Buon Lavoro

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    • Sono pienamente d’accordo è meglio non peggiorare le cose , la porcata è stata fatta nel 2012 e ora che la stavamo quasi per digerire si aggiunge dell’altro acido? No grazie sono stanco di essere preso in giro per i loro tornaconti personali.

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  3. Come ho sempre scritto, alla fine la legge Fornero contiene già almeno uno dei principi richiesti e cioè l’equità e anche qualche forma di flessibilità. E’ stata una riforma durissima, una medicina amara da ingoiare e da oltre 10 anni migliaia di lavoratori hanno dovuto subirla e ancora la subiscono nonostante norme estemporanee costose, inique ed ingiuste. Restano due domande rimaste inevase dai nostri due illustri editorialisti: 1) Ogni proposta di riforma avrà bisogno di un esborso immediato che le casse dello Stato Italiano in questo momento non si possono assolutamente permettere. 2) Se la proposta della Lega non era fattibile nel 2018 come possiamo credere che sia fattibile oggi ? Ultima considerazione: Chi si è pensionato con le quote riceve un assegno sulla base dei contributi versati senza penalizzazione alcuna; chi si pensionerà in futuro magari con gli stessi anni di contributi dovrà subire anche la penalizzazione; Morale: I futuri pensionati riceveranno un assegno di molto inferiore ad un quotista, probabilmente anche se hanno lavorato e versato di più. Se cercate un responsabile guardate a chi ha inventato le quote.

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    • Si potrebbe ricalcolare le pensioni in essere con il sistema contributivo e magari con piccole penalizzazioni per ogni anno di anticipo. Se son finite le vacche grasse lo siano per tutti non solo per chi lavora da 40 anni e versa i contributi anche per chi ha lavorato la metà. Magari poi non staremo qui a sentirci dire che non ci sono soldi per le nostre pensioni mentre per mantenere i diritti (spesso privilegi) degli altri i soldi si trovano.

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