Pensioni anticipate, ultimissime su quota 100 e previdenza complementare

Le ultimissime novità oggi sulle pensioni anticipate giungono dalle parole di Cesare Damiano, Dirigente del partito democratico nonché membro del gruppo tecnico di lavoro sul sistema pensionistico pubblico e privato costituito presso il Cnel, che é tornato a parlare di quota 100 e della necessità che essa venga accompagnata a naturale scadenza, oltreché di previdenza complementare.

Per l‘onorevole Damiano non solo sarebbe importate introdurre una forma di flessibilità in uscita, specie per chi svolge mestieri usuranti e gravosi, che permetta di uscire prima dei 67 anni stabiliti dalla riforma Fornero, ma bisognerebbe rendere obbligatoria la previdenza complementare. La quale potrebbe essere l’unica àncora di salvezza per le future generazioni con lavori discontinui e probabili pensioni basse. Eccovi in dettaglio le sue considerazioni raccolte in una nota stampa pubblicata da Askanews.

Pensioni 2020, Damiano: quota 100 non va eliminata prima della scadenza

A differenza di quello che afferma Maria Elena Boschi, penso che Quota 100 non vada eliminata, ma accompagnata al suo naturale esaurimento che è al 31 dicembre del 2021″.

Proprio per questo e per garantire una flessibilità in uscita anche dopo il 2021, prosegue il dirigente del Partito democratico, “Dal primo gennaio del 2022 per evitare il ritorno allo scalone di 5 anni della legge Monti/Fornero, andrebbe introdotto un criterio di flessibilità strutturale che consenta di andare in pensione in anticipo, rispetto agli attuali 67 anni richiesti per la pensione di vecchiaia. Soprattutto se si svolgono lavori usuranti e gravosi

Anche per quanto concerne il reddito di cittadinanza Damiano non ha dubbi, non deve essere eliminato, ma al più migliorato: ” Il Reddito di cittadinanza non va abolito, ma migliorato. Non dimentichiamo che il Reddito di Inclusione è stato ideato dai Governi di centro sinistra. Abbiamo cambiato idea? “.

Riforma pensione, puntare su previdenza complementare obbligatoria

Poi conclude il dirigente del partito dem: “Infine, condivido l’opinione di Domenico Proietti, segretario della Uil, a proposito di previdenza complementare: è giusto individuare un nuovo sistema di silenzio assenso per l’adesione ai Fondi, perché la loro funzione sta cambiando.

In futuro potrebbero non più integrare una buona pensione, ma contribuire a renderla dignitosa, visto il rischio, soprattutto per i giovani, di avere pensioni povere. Ecco perché per l’onorevole Damiano la previdenza complementare non dovrebbe essere solo ‘caldamente consigliata’, ma resa obbligatoria: “A mio avviso, l’adesione alla previdenza complementare dovrebbe addirittura diventare obbligatoria”.

Voi cosa ne pensate delle parole di Cesare Damiano, sareste o meno favorevoli alla previdenza complementare obbligatoria? Saranno i singoli lavoratori a dover provvedere all’integrazione delle proprie pensioni, nel caso queste siano magre, o pensate che sia lo Stato a dover prendere provvedimenti affinché le pensioni non siano ‘da fame’ garantendo una pensione di garanzia per i giovani ed i meno abbienti? Fatecelo sapere attraverso l’apposita sezione commenti del sito.

Erica Venditti

Erica Venditti

Mi chiamo Erica Venditti, classe 1981. Da aprile 2014 sono giornalista pubblicista Scopri di più

10 pensieri riguardo “Pensioni anticipate, ultimissime su quota 100 e previdenza complementare

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    3 Febbraio 2020 in 18:34
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    É inutile che la Catalfo dica che bisogna pensare ai giovani,sarei anche d’accordo ma ai vecchi chi ci pensa??? devono continuare a lavorare fino a morire sul lavoro???? Visto che c’è gente invalida con oltre 41 anni di versamenti!!!!!

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    3 Febbraio 2020 in 18:21
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    A 64 anni chi vuole andare in pensione con quello che ha maturato deve andare in pensione.
    Poi, perchè non viene dato un sussidio alle casalinghe (tutti parlano di ruolo sociale solo in TV )
    Penalizzate due volte in quanto facente parte di nucleo famigliare mono reddito e senza una futura
    pensione, contrariamente a nuclei famigliari dove si lavora in due, raramente al SUD.
    Chi oggi è arrivato ad avere 35/40 anni di contribuzione è stato sicuramente un dipendente
    pubblico tutelato in tutti i sensi, nel privato vi posso assicurare è una lotta tutti i giorni.

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    3 Febbraio 2020 in 18:12
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    L’idea è buona, ma cozza tragicamente con la realtà dei numeri. Se un precario a vita guadagna meno di mille euro al mese come mai potrà versare un qualcosa che gli possa assicurare una integrazione decente alla misera pensione pubblica che gli spetta?? Anche versando 50 euro al mese, che già pesano su un reddito di mille, cosa vuoi mai che ti liquidino anche dopo 30 anni di versamenti (montante di 18 mila euro, e per quanto si rivaluterà??
    La soluzione è una sola: stabilire un minimo ed un massimo per la pensione pubblica. Minimo 800 euro mensili, massimo 3000 mensili, con invariata la contribuzione attuale. Chi guadagna di più, come succede con le tasse che sono progressive, verserà di più per finanziare la pace sociale. E sono questi che si devono fare la pensione integrativa (e diamo pure loro adeguate agevolazioni fiscali per questo scopo) se vorranno mantenere inalterato il loro livello di reddito anche dopo il pensionamento,
    Non vedo altre alternative ragionevolmente percorribili.

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      4 Febbraio 2020 in 17:16
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      Ma mi perdoni Gian, è andato a scuola nell’ URSS del tempo che fu ?
      La sua idea di mettere un tetto alle pensioni può avere una logica se queste non sono funzione dei contributi versati com’era fino a qualche anno fa, ma oggi, e ancora di più in futuro, si andrà a prendere in funzione di quanto versato. Nessuno verserà di più per essere poi plafonato da un tetto fisso. La beneficenza in campo pensionistico non ce la vedo proprio.
      Il problema, se proprio vogliamo dirla tutta non sono le pensioni alte che percentualmente sono una piccola percentuale ma le pensioni date a una moltitudine di soggetti che non hanno contribuito con versamenti ma che si vedono ‘assistiti’ dalla mutualità generale.

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    3 Febbraio 2020 in 16:38
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    Giustissimo dare la possibilità di mandare in pensione anticipata di svolge lavori gravosi. Ma non meno giusto mandare in pensione anche chi dopo i 60 anni il lavoro non ce l’ha più, si ritrova disoccupato senza ammortizzatori sociali, con una trentina di anni di contributi e senza alcuna possibilità di reinserirsi. A questo l’Ape sociale aveva posto una sorta di rimedio. Spero vivamente che venga resa strutturale e resa un tantino più morbida nell’età anagrafica e contributiva. Salverebbe dalla miseria tante persone e non costerebbe chissà cosa.

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    3 Febbraio 2020 in 15:31
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    L’onorevole Damiano dice: “A mio avviso, l’adesione alla previdenza complementare dovrebbe addirittura diventare obbligatoria”.
    Nell’ottica di Damiano la pensione complementare obbligatoria dovrà servire per non avere alla fine una pensione “da fame”.
    L’onorevole Damiano spieghi come fa un lavoratore a costruirsi una pensione che non sia “da fame” se percepisce un salario che è “da fame”.
    Occorre quindi parlare anche di lavoro, oltre che di pensione.
    L’onorevole Damiano spieghi allora come dare lavoro ai giovani in modo che possano costruirsi con un salario che non sia “da fame” una pensione complementare obbligatoria che consenta di avere una pensione che non sia “da fame”.
    È proprio vero che il lavoro manca. Manca anche al tavolo dove siede l’onorevole Damiano (se escludiamo il termine “gruppo tecnico di lavoro” di cui Damiano è membro).

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      4 Febbraio 2020 in 6:32
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      A mio avviso l’on. Damiano dice cose pragmatiche; magari non belle da ascoltare ma almeno sono cose concrete, a differenza di certi esponenti del suo partito (Renzi, ma anche Zingaretti e compagnia; lascio perdere la ex ministra Fornero perché non ci sta con la testa) che hanno un approccio demagogico e poco realistico.
      La costruzione di una pensione integrativa è una strada che va perseguita, come sostenevo in un post di qualche giorno fa. Certo se lo stipendio è “da fame” la cosa diventa difficile ma appunto per questo io proponevo l’aiuto concreto da parte dello Stato, cioè incentivi su tasse e rivalutazione del capitale investito.
      Inoltre sono d’accordo con chi, anche in questa discussione, auspica una finestra fra gli 800 e i 3.000 Euro per una pensione INPS. Chi vuole/può potrà costruire una integrazione adeguata alle proprie aspettative.
      Io ho un amico che ha ora 58 anni ma si è costruito nel tempo ben quattro assicurazioni di questo tipo (certo è un dirigente e ha investito accuratamente i propri soldi). Il suo progetto è arrivare a 62 lavorando e poi avvalersi della RITA fino a raggiungere i 67+x della famigerata Fornero. Questa è una strada possibile, che richiede sacrifici ma è possibile.
      Purtroppo dobbiamo essere pragmatici: lo Stato non ci sente dall’orecchio dell’equità e sfrutterà sempre di più il capitale accumulato dai lavoratori nell’INPS, soprattutto se i governi, come quello attuale, fanno della demagogia il loro punto di riferimento.

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        4 Febbraio 2020 in 13:11
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        Concordo con lei, sig Salvatore (Primo), Damiano dice cose pragmatiche.
        Damiano vede la realtà pensionistica con un occhio di riguardo: quello rivolto alle pensioni. Ma, come noi abbiamo bisogno di entrambi gli occhi per sapere a che distanza è l’oggetto che guardiamo, così, per sapere a che distanza è la nostra pensione, abbiamo bisogno di vedere la realtà pensionistica con un altro occhio di riguardo: quello rivolto al lavoro.
        In altre parole: più tempo lavoro e più vicina è la pensione, meno tempo lavoro e meno vicina è la pensione (idem: più contributi verso con il lavoro, più alta è la pensione, meno contributi verso, meno alta è la pensione). Semplice.
        Lavoro e pensione non possono essere disaccoppiati.
        I nostri politici dicono: “non c’è pensione se non ci sono soldi”.
        Io dico: “non c’è pensione se non c’è lavoro”.
        Tutte e due le proposizioni sono vere. Ma quale delle due proposizioni è “più vera”?

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      4 Febbraio 2020 in 9:33
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      Secondo me sig. Perfetto, lei ha centrato il problema quando dice che la pensione sarà da “fame”, se il salario che una persona percepisce è da “fame”. E’ sul salario infatti che bisogna intervenire, se vogliamo pensare ai lavoratori e in prospettiva ai giovani. Mi pare che fino ad oggi la nostra classe dirigente abbia cercato di nascondere in tutti i modi il problema dei salari eccessivamente bassi che ci sono qui in Italia e continui a farlo nascondendosi dietro un dito. Logicamente il metodo che può dare flessibilità e mantenere in equilibrio il sistema pensionistico è quello contributivo. Tanti contributi versano i lavoratori durante la loro carriera lavorativa e tanti ne percepiranno quando andranno in quiescenza e il totale è perfettamente in pareggio. Non si è fatto ciò, e si cerca di studiare soluzioni sempre più raffazzonate per inchiodare la gente al lavoro, perché se si concedesse la possibilità di andare in pensione ad esempio a 55 anni dopo 41 di versamenti, con il montante contributivo accumulato si otterrebbe una pensione non molto alta e quindi per mascherare il problema ti obbligo a restare fino ad oltre 60 anni così versi più a lungo e prenderai per meno tempo così “sembra” che l’importo sia più dignitoso. Ma il problema di fondo, resta, ovvero gli stipendi sono troppo bassi. Leggendo in rete ho visto che in media un metalmeccanico italiano percepisce una retribuzione lorda di 27000€ che in 41 anni genera un montante contributivo di (27000*33%*41)=365310€, poniamo ora che questo lavoratore che ha iniziato a lavorare a 14 anni abbia la possibilità di pensionarsi a 55 anni, vorrebbe dire che percepirebbe la pensione per circa 28 anni (vita media 83 anni) cioè circa 365310/28=~13000€ annui pari a 1000€ lordi al mese. Se lo stesso lavoratore rimanesse al lavoro diciamo 2 anni in più il calcolo diventerebbe (27000*33%*43)=383130/26 anni = 14735/13=1133€ al mese, il 13% in più. Questo è quello che sta succedendo oggi, visto che la pensione sarà bassa cerco di alzarla obbligandoti quasi a morire sul lavoro rimanendovi un numero sproporzionato di anni, tutte le proposte continuano a puntare ad età di uscita eccessive o obbligandoti a fare una pensione integrativa, di fatto quindi ad impoverirti ulteriormente avendo un salario già basso e così riducendo ulteriormente la propensioni al consumo e di conseguenza facendo crollare il pil e peggiorando ulteriormente il problema, vero caro Damiano?
      Invece se si fosse cercato di europeizzare i salari, quindi cercando di portare il lavoratore italiano al pari del collega tedesco ad esempio, forse oggi saremmo tutti più liberi e felici. Facile? No di certo, ma cari politici e sindacalisti con lo stipendio che prendete spremetevi i neuroni e trovate la soluzione.
      Sempre cercando in rete ho visto che un metalmeccanico tedesco guadagna circa 36500€ lordi all’anno, quindi se anche un italiano avesse avuto quello stipendio a 55 anni dopo 41 di lavoro il suo montante contributivo sarebbe stato (36500*33%*41)=493845 che ripartiti sempre in 28 anni farebbero ~17600 euro annui pari a 1356€ mensili, ovvero il 35,6% in più rispetto alla situazione dell’esempio precedente.
      Questo esempio dimostra che indipendentemente dal metodo di calcolo della pensione quello che penalizza è il salario percepito dalle persone durante la loro vita lavorativa e se i salari fossero adeguati tutti potremmo pensionarci ad un’età decente.

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        4 Febbraio 2020 in 13:28
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        Sig. Emilio, la sua intuizione sui salari è corretta.
        Si sta cercando di “europeizzare i salari” come dice lei, ma non nel significato che lei credo voglia attribuire alla parola “europeizzare” e cioè nel senso di uniformare, di “portare il lavoratore italiano al pari del collega tedesco”.
        A Bruxelles stanno studiando di introdurre il salario minimo in tutta la Ue. Per l’Italia la retribuzione d base dovrebbe aggirarsi attorno ai 950 euro lordi mensili (https://europa.today.it/lavoro/salario-minimo-ue.html).

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