Pensioni e Opzione Donna: serve di più, la storia di Cristina

Oggi vogliamo pubblicare la storia di Cristina, che Paola Repetto della SPI CGIL Genova e Liguria ci ha fornito per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle carriere lavorative delle donne. Cristina può utilizzare l’opzione donna per accedere alla pensione in anticipo, ma come leggerete di seguito, sono stati tanti i problemi che ha incontrato durante la sua carriera lavorativa. Pubblichiamo questo racconto con l’auspicio che il Governo possa fare di più per le donne di oggi e di domani, sapendo che in Italia sono tante, troppe, le donne come Cristina.

Pensioni anticipate e Opzione donna, il racconto di Cristina

Mi presento. Mi chiamo Cristina, ho 62 anni e ieri sono andata al Patronato a farmi fare i conti per vedere se posso andare in pensione con “Opzione donna”. E in effetti, sì. Posso.

Anche se per il rotto della cuffia ce la faccio, a mettere insieme 35 anni di contributi, esclusi quelli figurativi per disoccupazione e malattia. Ma quello che mi ha lasciato di stucco è quanto andrò a prendere. In fondo, ho lavorato tutta la vita e pensavo di aver messo insieme una pensione decente, e invece no. 753 euro netti, non un centesimo di più.

Mi sento…non so, umiliata. Come se il mio lavoro non valesse niente. Come se la mia vita non valesse niente. Mi sento un groppo in gola, come se mi avessero dato uno schiaffo. Eppure…

Eppure il lavoro è sempre stato importante, nella mia vita. Ho sempre pensato che avrei lavorato. Non mi è mai venuto in mente di fare la casalinga, come mia madre. Mi è sempre pesato dover chiedere ai miei genitori i soldi per un vestito, per un libro, per un disco… Figuriamoci chiederli a mio marito!

Per noi ragazze degli anni Settanta l’indipendenza economica equivaleva all’indipendenza personale.

Lavorare voleva dire essere libere, poter scegliere, non dover chinare la testa.

Io ho cominciato a lavorare subito dopo la maturità. Avevo studiato ragioneria, ero brava, avevo fatto anche un corso di stenodattilografia per avere più possibilità.

I miei genitori avevano un negozio e uno dei loro clienti, un avvocato, mi aveva offerto di assumermi come segretaria.

In nero, ovviamente!

Io non ci avevo pensato un attimo e avevo accettato.

Ero giovane e dei contributi non me ne fregava niente.

La pensione? Roba da vecchi. Quello che mi interessava era avere il mio stipendio, la mia indipendenza, l’orgoglio di non essere più una “figlia di famiglia”.

E poi, quello era solo l’inizio, no?

E in effetti, circa due anni dopo, un cliente dello studio mi suggerì di presentare un curriculum in una grande azienda metalmeccanica della mia città, dove lavorava anche lui.

Quando mi chiamarono, non ci potevo credere.

Mi inserirono nell’ufficio contabilità, con un buon livello e uno stipendio che mi sembrava altissimo.

Il lavoro mi piaceva, con i colleghi andavo d’accordo e, anche se i tempi erano turbolenti, con attentati e sparatorie e terroristi, io mi sentivo al sicuro, parte di una realtà più grande di me, parte di un organismo fatto di persone, di intelligenze, di organizzazione. Non solo un posto di lavoro: una comunità.

Mi iscrissi al sindacato, incominciai a partecipare alle riunioni del coordinamento donne dell’FLM, mi avvicinai alla politica ed al femminismo.

Conobbi Marco per caso: lui faceva il vigile del fuoco ed era venuto a controllare i dispositivi anti incendio.

Incominciammo a uscire insieme, ci innamorammo e ci sposammo un paio d’anni dopo.

Rimasi incinta quasi subito e, dopo il congedo obbligatorio e quello facoltativo, decidemmo insieme che avrei chiesto il part-time: volevo un po’ di tempo per stare con mia figlia e, sinceramente, non mi andava di lasciarla all’asilo nido tutto il giorno, così piccina.

Più tardi, quando fosse andata alla scuola d’infanzia, allora avrei ripreso a lavorare a tempo pieno.

Purtroppo le cose non andarono come avevo progettato.

Era incominciata la grande crisi industriale e le principali imprese si ridimensionavano, chiudevano interi reparti, centinaia di lavoratori andavano in mobilità e la mia azienda non fece eccezione.

Chissà perché, pensavo che a me non sarebbe toccata.

Ero brava, me lo dicevano tutti, una lavoratrice seria ed affidabile, che non aveva problemi a imparare nuove procedure e che era passata senza difficoltà dalla calcolatrice elettrica al computer.

Così, quando mi informarono che facevo parte del gruppo che sarebbe andato in cassa integrazione straordinaria e quindi in mobilità, non mi sembrava possibile che fosse successo anche a me quello che avevo visto succedere a tanti miei colleghi.

I primi tempi furono durissimi.

Ero abituata a lavorare, a uscire ogni mattina truccata e ben vestita, ero abituata ai piccoli rituali, al caffè con i colleghi, alla responsabilità di gestire la contabilità di commessa e mi ritrovavo improvvisamente senza quel ruolo così importante per me.

E quello che mi faceva più rabbia era che non lo capiva nessuno.

Tutti a dirmi: “Ma di cosa ti lamenti, sei pagata per stare a casa, ti puoi dedicare a tua figlia, a tuo marito senza dover più fare i salti mortali…”

E io, invece, che mi sentivo inutile, piena di tempo che non sapevo come usare, senza più una identità…

Così, quando una piccola impresa edile mi propose l’assunzione, approfittando degli incentivi per la ricollocazione dei lavoratori in mobilità, accettai senza farmi tanti problemi.

Ormai Fabrizia andava alle elementari e io non avevo più bisogno del part-time: potevo tranquillamente riprendere a lavorare a tempo pieno.

La prima brutta sorpresa fu lo stipendio: a parità di orario la retribuzione era molto inferiore a quello che prendevo prima.

Il fatto era che, mentre prima ero inquadrata come impiegata di concetto, adesso, invece, ero diventata un’impiegata d’ordine e avevo anche perso tutta la mia anzianità.

Ma pazienza: mi sarei fatta conoscere e, nel tempo, avrei dimostrato di meritare di più.

Fu proprio allora che rimasi incinta per la seconda volta.

Intendiamoci, io lo volevo, quel bambino.

Ma… insomma, non era proprio il momento più favorevole.

E va bene, pensai. Vorrà dire che lo metterò al nido.

Sì, aspetta e spera.

La lista d’attesa non finiva mai.

Signora, mi disse la direttrice, mi dispiace, ma diamo la priorità alle famiglie in difficoltà economica.

Pensai: E le mamme lavoratrici, allora?

Però, insomma, ci poteva anche stare.

Quello che davvero mi faceva venire delle botte di acidità di stomaco da urlare era vedere la moglie del macellaio che portava il pupo al nido con il SUV e poi se ne andava in palestra o a fare shopping alla faccia mia.

Dio, che nervi.

Per un po’ provai a giostrarmi tra lavoro, figli, casa eccetera eccetera.

A complicare le cose c’era anche il fatto che la ditta era dall’altro capo della città e ci mettevo un’ora ad arrivare.

Anche il part-time non era una soluzione, perché comunque avrei dovuto pagare una babysitter per Alberto e mi ci sarebbe ballato quasi tutto lo stipendio.

Così, a malincuore, decisi di licenziarmi e di lavorare almeno per un periodo nel negozio dei miei genitori, come collaboratore familiare.

Intanto, però, dato che il titolare dell’impresa mi stimava molto, avevo anche accettato di continuare a lavorare per lui con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa.

Così potevo portarmi il lavoro a casa, non ero vincolata da orari e mi potevo organizzare la vita come meglio credevo.

Andò avanti così per un anno, un anno e mezzo, ma non ero contenta.

Col fatto che lavoravo in casa tutto il lavoro domestico che ero riuscita, negli anni, a delegare o a condividere con Marco, era ripiombato interamente sulle mie spalle.

Ero sempre stanca, nervosa e insofferente.

Fu allora che ricomparve l’avvocato.

Ve lo ricordate, l’avvocato?

Era stato il mio primo datore di lavoro.

Mi disse che una importante azienda con sede a Pavia cercava una contabile esperta e che era disponibile a negoziare un part-time verticale, se l’avesse trovata.

Soluzione a tutti i miei problemi!

Potevo lavorare due giorni e mezzo alla settimana e due giorni e mezzo starmene a casa.

Inoltre Pavia era meno scomoda da raggiungere, in treno, rispetto alla ditta edile dall’altro capo della città.

Lo stipendio era buono e, nel frattempo, Alberto aveva compiuto tre anni e l’avevamo iscritto alla scuola d’infanzia.

L’azienda di Pavia operava nel settore informatico e ben presto divenni esperta nel gestire pacchetti di contabilità e nel formare i clienti dell’azienda al loro utilizzo.

Mi ero scoperta una certa vocazione all’insegnamento e il mio nuovo lavoro mi appassionava.

Continuò così per qualche anno e poi un evento inaspettato mandò tutto all’aria.

Un giorno il capo del personale mi chiamò e mi fece una proposta entusiasmante: si trattava di seguire un corso intensivo di francese e poi avviare una filiale dell’azienda a Tolone.

Sarei stata una dirigente, con un ottimo stipendio, alloggio pagato, trattamento di trasferta.

Una volta avviata la filiale (questione di un anno, due al massimo), sarei potuta tornare in Italia e avrei continuato a seguire il lavoro con trasferte mensili.

Finalmente!

Finalmente il mio lavoro e il mio impegno venivano premiati!

Finalmente la mia professionalità veniva riconosciuta! Dopo vent’anni di alti e bassi, di instabilità, di ansia, finalmente potevo di nuovo guardare al futuro con serenità.

I miei figli andavano a scuola tutti e due, Alberto alle medie e Fabrizia al liceo; i miei genitori si erano ritirati e avevano lasciato il negozio a mio fratello e a sua moglie e sarebbero stati felicissimi di occuparsi dei ragazzi durante la settimana.

Ero anche riuscita a concordare di avere il venerdì libero, in modo da potermi concedere un fine settimana lungo con la mia famiglia.

Che meraviglia!

Quando tornai a casa e, emozionatissima, raccontai tutto a Marco, scoppiò un pandemonio.

Mio marito mi accusò di trascurarlo, di non tenerlo in minimo conto, di dare più importanza al lavoro che alla mia famiglia.

Mi disse che almeno – ALMENO! – avrei dovuto consultarlo prima di accettare e che lui non ce la faceva più a sopportare le mie arie da donna in carriera.

Insinuò perfino che il capo del personale avesse un interesse per me e che io lo avessi assecondato.

A questo punto persi il lume della ragione e lo presi a schiaffi.

E lui me li rese, con gli interessi.

Poi facemmo la pace, ma qualcosa si era rotto dentro di me, anche se decisi, dopo tutto, che non potevo mandare all’aria il mio matrimonio per la mia carriera.

Fu umiliante dover spiegare al capo del personale che rinunciavo a un’occasione irripetibile per motivi familiari…

Continuai così con il mio lavoro a Pavia, ma, alla prima occasione, prendendo a pretesto un calo delle commesse, fui licenziata.

Per motivi economici, mi dissero, ma sapevo bene che le ragioni erano altre.

Da allora, non sono più riuscita a trovare un lavoro stabile.

Contratti a tempo determinato, quello sì.

Contratti di collaborazione, anche.

Lavoro nero, anche quello, qualche volta.

Perfino con i voucher, sono stata pagata.

Ho fatto di tutto: commessa, addetta mensa, magazziniera, donna delle pulizie.

Adesso, sono precaria nella scuola, come applicata di segreteria.

Ogni anno mi rinnovano il contratto, ma ogni anno finisco di lavorare a giugno e riprendo a settembre, e per tre mesi vado avanti con la disoccupazione.

Nel frattempo mia madre si è ammalata e me ne devo prendere cura.

Già adesso non si ricorda più chi sono e nemmeno chi è lei e mi tratta con il cortese distacco che si dedica a una conoscenza occasionale.

Con Marco, le cose non vanno né bene, né male.

A volte mi sembra che siamo due estranei che vivono sotto lo stesso tetto e condividono sempre di meno.

I miei figli, quelli sì, mi riempiono il cuore, ma non basta.

Avrei voluto di più, molto di più.

Lo so, sono stata più fortunata di tante altre, di tutte le donne con storie di lavoro anche più discontinue della mia o che hanno incominciato a lavorare più tardi di me oppure che hanno avuto la disgrazia di ammalarsi gravemente (lo sapevate? Per raggiungere 38 anni di contributi per “quota cento” la malattia non conta…) e non riescono a raggiungere i requisiti richiesti.

Ma quegli 753 euro bruciano, sono il simbolo di un mondo dove il lavoro delle donne è ancora considerato un lavoro accessorio, una integrazione al reddito familiare ed al lavoro “vero”, che è quello dell’uomo.

E il lavoro di cura, questo collante indispensabile che tiene insieme la società e che vale, ogni anno, quanto il PIL della Cina?

Questo lavoro continuo, non riconosciuto, invisibile, il lavoro di tutte le donne del mondo?

Niente, non esiste.

Non conta.

Non fa parte del PIL, non entra nelle statistiche, se non quasi clandestinamente, in quelle che trattano di “uso del tempo”

Ecco, questa è la mia storia, ma è anche la storia di tante altre donne che chiedono, oggi, dignità, visibilità, rappresentanza, diritti.

Quei diritti che oggi sono messi in discussione e che noi, le ragazze degli anni ’70, abbiamo lottato per conquistare. Sono contenta di averla potuta raccontare qui, a voi, oggi.

Grazie. Vi voglio bene.

Cristina.

14 commenti su “Pensioni e Opzione Donna: serve di più, la storia di Cristina”

  1. Su per giú é la storia di tante. Vai a lavorare dopo la maturitá, ti sposi e diventi mamma.
    Per non lasciare tuo figlio in altre mani, chiedi un part time che poi pagherai quando vorrai andare in pensione. Nel frattempo il tuo matrimonio é affondato, per cui sei sola.
    Anche io mi sono fatta fare un conteggio per Opzione donna: 830 euro.
    36 anni di lavoro di cui 9 part time al 75% e il resto a tempo pieno, tra corse per i figli, la casa, la spesa ecc ecc.
    Una enorme delusione!
    Ogni volta che si parla di pensione si sente “gridare” da tutte le parti sociali che le donne non devono essere penalizzate, che bisogna fare di piú, visto quello che fanno durante la loro vita lavorativa. Poi, quando arriva il momento, si dimenticano…
    Sonia

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  2. mi è venuto in mente un’ altra cosa Cristina e adesso te la spiego: riguardo la supplenza fino al 30 giugno quest’anno è così; in prospettiva è da capire in quale graduatoria sei per l’anno dopo , quanti posti eventualmente per l’immissione in ruolo o almeno la supplenza fino al 31 agosto; l’orizzonte temporale potrebbe essere di 2-3 anni e magari ti capita di entrare in ruolo, fare l’anno di prova e andare in pensione; informati bene la situazione del personale di segreteria nella tua provincia; sul fronte pensioni dubito nel 2023 con la situazione ordinaria, escluso chiaramente opzione donna, ma nel 2024 speriamo; forza e coraggio e tieni duro; saluti a te e ai gestori del sito

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  3. Cristina, tutta la mia solidarietà; 62 anni? guarda caso anch’io ho 62 anni e adesso ormai ho superato i 6 mesi; si certo, puoi andare con opzione donna però è una salassata potente; fatalità quando nel 1995 hanno fatto quella legge tra retributivo e contributivo chi non aveva 18 anni di contributi l’hanno buttato come si dice a mare, me compreso; figuriamoci perdendo gli anni di retributivo che cifra ti trovi e l’hai potuto vedere; a questo punto le alternative sono poche e le analizziamo: opzione donna? deve essere proprio l’ultima; hai detto che fai l’applicata di segreteria a scuola ma da precaria con contratti a tempo determinato tipo supplenza annuale fino al 30 giugno? non è una cosa malvagia e nel frattempo vedi di capire su opzione donna come funziona perchè parlano della finestra dell’anno successivo ma per la scuola c’è una situazione diversa; secondo me tenere duro quest’anno, aspettare cosa verrà fuori per il 2023 per vedere se riesci a salvare gli anni di retributivo che hai accumulato; forza e coraggio e saluti e forza a noi del 1960

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  4. Condivido, opzione donna è troppo penalizzante e le carriere discontinue sono un problema per tante persone e soprattutto per le donne che difficilmente potranno raggiungere i 41 anni di contributi prima del limite Fornero.
    Il patronato mi ha abbozzato un conteggio per 35 anni di contributi e 60 anni di età: pensione in
    OPZIONE DONNA a 62 anni con una trattenuta di almeno 400 euro mensili rispetto al misto (se questo fosse possibile ora).
    La mia carriera, per fortuna, non è stata assolutamente discontinua, ma ho deciso di laurearmi e iniziato a lavorare “solo” a 25 anni.
    E con quota 41 come sarebbe?
    25 anni + 41=66 quindi pensione a 67
    Per quale motivo con “opzione uomo” si è gridato allo scandalo e alla proposta improponibile, mentre con “opzione donna” molti ritengono di aver fatto una grande regalia alle donne?
    Opzione donna crea solo nuovi poveri ed è accessibile solo a persone/famiglie abbienti e a quelle che possono permettersi di andare a vivere almeno 6 mesi l’anno in Portogallo o altri paesi con una quasi totale detassazione della pensione.
    Noi non ci siamo fatti negli anni una pensione integrativa, non c’era la necessità, ci hanno cambiato le regole continuamente e non ci hanno permesso di programmare correttamente il nostro futuro.

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  5. Cara Cristina, che carezza al cuore leggere la tua lettera.

    Io non ho avuto il tuo identico percorso lavorativo, la tua stessa vita, ma oggi provo la tua stessa amarezza, la tua identica delusione dopo tanti anni pregni di sacrificio, fatica, rinunce, lavoro, tanti anni di lavoro, fuori e dentro casa e tanti bocconi amari mandati giù nella speranza almeno di un po’ di meritato riscatto un giorno, di una dignitosa pensione ora che non sono più giovane e sono tanto stanca, e invece…
    Se me lo permetti, anch’io ti accarezzo il cuore, sappi che, ti capisco e ti sono vicina.
    Lucia

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  6. Coraggio Cristina,
    mi pare dalla tua storia che sei una che non si arrende e certamente troverai il modo per avere qualche soldo in più di quegli umilianti 753 Euro che certo non ripagano una vita di lavoro.
    Purtroppo l’opzione donna è uno strumento per pochi, proprio coloro che non possono fare altro e come tale è utile ma certo non è una pensione anticipata!
    Il futuro comunque è questo per tutti e bisogna insistere con i nostri ragazzi che sacrifichino il più possibile del loro stipendio per la pensione integrativa, altrimenti avranno poco o nulla.
    In bocca al lupo.

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  7. 753 euro sara’ tra poco quello che prenderanno quelli che hanno versato per 43 anni… e via via destinati ulteriolmente a ridursi…
    e cercheranno di camuffare il tutto con le chiacchere e statistiche…

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  8. Non entro nel merito della lettera della signora Cristina in quanto non è mia abitudine giudicare comportamenti altrui un conto è vivere determinate situazioni l’altro è sentirle raccontare nonostante ciò la vita mi ha insegnato che in un rapporto di coppia le cause di rotture sono nella maggior parte dei casi (non sempre ovvio) divise equamente. Detto ciò siamo figli di una generazione che ha lottato per ottenere determinati diritti mentre noi sessantenni siamo rimasti intrappolati tra valori importanti e un vuoto generazionale attuale devastante tradotto siamo un popolo da tastiera da ristoranti apericena colazioni quotidiane al bar da settimane bianche manifestiamo per il calcio per gli animali per la pace per il green pass cose che non portano a niente ma per cose importanti come il lavoro la pensione la sanità i disabili questo no quindi dovremo tacere tutti in quanto popolo di smidollati capaci solo a protestare davanti a un pc ma poco disposti a manifestare civilmente in piazza numerosi per dimostrare a chi ci governa il nostro dissenso. Parole al vento….

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  9. Una storia esemplare e drammatica della situazione di tantissime lavoratrici e anche di una parte di lavoratori di sesso maschile, che hanno il problema delle carriere discontinue e che, pur avendo lavorato tantissimi anni, non riescono a centrare i meccanismi delle quote e quindi sono destinati ad attendere i 67 anni della pensione di vecchiaia oppure optare per soluzioni oscene!
    Per questa ragione la riforma pensionistica dovrebbe definire una soglia di età ragionevole, diciamo intorno ai 62 anni, e prevedere i giusti meccanismi di penalizzazione/incentivazione, ma senza formulare l’assegno con il ricalcolo esclusivamente in modalità “contributiva” come accede per opzione donna.
    In definitiva il governo dovrebbe considerare la proposta Marino!

    Un abbraccio a Cristina.
    Giuseppe

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  10. Buongiorno Cristina, non farei tanto distinzione tra uomini e donne, la realtà è che il mondo del lavoro si è si trasformato da integrazione sociale ad una nuova forma di schiavitù più o meno accentuata. Siamo tornati al medioevo!

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  11. Sembra una storia inventata, dal momento che che abbraccia quasi tutte le problematiche che incontra una donna nel mondo del lavoro (e non solo una donna). Comunque che sia inventata o meno è reale, perché effettivamente molti sono i casi simili a questo. Su Opzione Donna e sull’importo che vengono a prendere le donne accettando completamente il metodo contributivo ho avuto modo negli anni di dire quanto sia insufficiente e vessatorio nei confronti di chi, per necessità, è costretta ad accettarlo. E pensare che ci sono tanti uomini che lo ritengono un privilegio ed addirittura non costituzionale. E’ necessario stabilizzare Opzione Donna con un importo minimo di 1.000 euro al mese perché dopo 35 anni di lavoro non si può prendere come il reddito di cittadinanza.

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  12. La storia di Cristina è la storia di tante donne. Purtroppo! Con una variante, a Cristina è concessa Opzione Donna. Ci sono donne con situazioni e età molto simili alla sua ma a loro OD non è concessa. Vogliamo parlare anche di questa inammissibile stortura? Di come non sia concesso il ricongiungimento gratuito dei contributi come invece è concesso per Quota 100? Di quante donne ultra 60enni si dividono tra genitori e famiglia e non hanno alternative? Anche noi abbiamo lavorato e stiamo ancora lavorando. Forse il nostro lavoro vale meno? Troppe volte (quasi sempre) questo aspetto viene ignorato ma anche noi siamo donne e lavoratrici. Vediamo di non dimenticarlo

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