Pensioni quota 100 ultime oggi 22 marzo: 25mila assegni ad Aprile, 5mila rifiuti

Pensioni quota 100

Le ultime notizie sulle pensioni anticipate ed in particolare su quota 100 di oggi 22 marzo 2019 riguardano le domande di accesso alla misura di anticipo pensionistico. Vediamo gli ultimi dati dell’INPS, con il numero di domande presentate che ha superato le 90 mila, quando arrivano i primi assegni e le ultime dal Senato dove il decreto arriverà per la firma finale.

Ultime novità Pensioni con quota 100 oggi 22 marzo: più di 90mila richieste

Il numero relativo alle domande di pensione anticipata all’INPS è ancora in crescita, e dagli ultimi dati resi noti oggi sono ben 97.522 le pratiche ricevute per accedere alla quota 100 che prevede il pensionamento a partire da 62 ann idi età e 38 di contributi. Tra le divisioni si può notare che sono 34.192 in arrivo dai lavoratori dipendenti del settore privato, mentre altre 34.639 sono invece riferibili a persone impiegate nella pubblica amministrazione. Da sottolineare però che la maggior parte di questi lavoratori hanno ben più di 62 anni e hanno fatto richiesta a 63, 64 e 65 anni.

Pensioni oggi 22 marzo: ultime su quota 100: in arrivo i primi assegni, ma tanti rifiuti

Entrando poi nel dettaglio si può vedere come le richieste di pensione con quota 100 stiano venendo analizzate dall’INPS e dalle prime verifiche l’INPS ha comunicato di esser pronto ad erogare i primi 25mila assegni pensionistici nel mese di aprile 2019, a partire dal 1 del mese. Segnaliamo anche che dai dati diffusi delle quasi 100mila domande inoltrate nelle scorse settimane alcune saranno rifiutate. In tal senso, le stime iniziali parlano di un minimo di 5mila domande respinte per mancanza dei requisiti. Infine ricordiamo anche che il totale di questi numeri non comprende il comparto della scuola, per cui dovrebbero esserci circa 17mila pratiche.

Pensioni ultime su quota 100: decreto approda in senato

Per quanto riguarda il decreto legge relativo alle pensioni con quota 100, dopo la votazione con fiducia alla Camera di ieri, l’iter prevede che ora il decretone riapprodi al senato per la seconda votazione. Dopo questa votazione sarà trasformato in legge, ma ormai in Senato la votazione sarà solo formale visti i numeri della maggioranza e non ci sarà nessuna ulteriore modifica rispetto a quanto fatto fino ad ora. Restano quindi ancora scontenti i precoci, i quota 41, e gli esodati come vi abbiamo raccontato in quest’ultima settimana.

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Un commento su “Pensioni quota 100 ultime oggi 22 marzo: 25mila assegni ad Aprile, 5mila rifiuti

  1. Buon giorno a tutti i lettori,
    doverosa una mia risposta all’Onorevole Simonetti che dice concludendo: “Quota 100 quindi in onore a tutti i lavoratori che da 38 anni compiono il loro dovere verso lo Stato”, peccato, dicono all ’unisono i precoci che ‘non tuteli affatto chi ha compiuto il proprio dovere nei confronti dello stato per 41/42 anni”. Siamo certi che sia gli esodati, quanto i precoci, concordino pienamente sulla frase ultima dell’articolo di Simonetti che dice: “Ora sia lo Stato a restituire loro quanto ricevuto”, peccato che anche dopo questa riforma, dicono con amarezza, a loro lo Stato non restituirà nulla. “Ora sia lo Stato a restituire loro quanto ricevuto”, peccato che anche dopo questa riforma, dicono con amarezza, a loro lo Stato non restituirà nulla.

    Ciò ovviamente apre la discussione su cosa sia diventato il nostro Parlamento: un orpello simbolico, un ente certificatore di decisioni prese altrove, dove ormai non si discute più di nulla. Il che è persino ironico se si pensa che l’accusa classica al parlamentarismo era quella di perdersi in discussioni lunghe e prolisse. Il problema d’un crescente svuotamento delle assemblee rappresentative beninteso non l’ha creato questo governo, essendo una tendenza vecchia di almeno un decennio.
    Ma un Parlamento inattivo come l’attuale, impegnato solo a ratificare i decreti dell’esecutivo, non si era mai visto. E a chi dice che utilizzando la fiducia e bloccando qualunque discussione in aula almeno si eviterà il classico assalto alla manovra a colpi di emendamenti, spesso frutto delle pressioni delle organizzazioni lobbistiche sui singoli parlamentari, conviene ricordare che queste ultime trovano sempre il modo di farsi sentire. Il maxiemendamento scritto dai tecnici ministeriali sotto dettatura del governo è infatti pieno di misure che sono il frutto di concessioni a realtà associative e produttive d’ogni tipo. Così come è pieno di provvedimenti che hanno un sapore vagamente punitivo verso quelle realtà sociali con cui leghisti e grillini si ritengono, politicamente e culturalmente, in minore sintonia (tipico il caso dei tagli all’ editoria e delle penalizzazioni fiscali per gli enti no profit). Il gioco degli interessi, tipico della democrazia, un tempo coinvolgeva anche il Parlamento, oggi la loro mediazione riguarda solo il governo.

    Ma per venire appunto ai contenuti della manovra, alle sue scelte di fondo, colpisce come questo governo, a dispetto dello sbandierato cambiamento, si sia mosso in paradossale continuità con la vecchia politica tanto vituperata. Comunque la si rigiri questa Legge di Bilancio ha non solo un’impronta elettoralistica, orientata com’ è verso l’assistenzialismo e l’aumento della spesa pubblica non finalizzata allo sviluppo, per non parlare dei condoni fiscali più o meno camuffati da misure a sostegno dei cittadini in mora con l’erario a causa della crisi economica, ma veicola un’idea dell’Italia che sembra certificarne l’immobilismo sociale e la mancanza di dinamismo. Per le imprese, gli investimenti produttivi e l’innovazione tecnologica, per i giovani, la formazione e la ricerca scientifica, quasi non ci sono risorse.
    Il solo fondo per gli investimenti, annunciato di 9 miliardi, è stato drasticamente ridotto a 3,6 nell’ arco di un triennio: davvero poco per rilanciare le opere pubbliche.

    A ben vedere, il cuore di questa manovra sono, nemmeno i pensionati (colpiti a loro volta dal taglio dell’adeguamento all’inflazione), bensì i pensionandi, nonché quei cittadini senza reddito che, in mancanza di una politica attiva del lavoro e di una vera ripresa economica, rischiano tuttavia di trasformarsi, soprattutto al Sud, in un esercito improduttivo di assistiti di Stato.

    Che si debbano mandare segnali inequivocabili ai propri elettori è scontato: tipico il caso dei tagli sulle cosiddette ‘pensioni d’oro’ sul quale ovviamente batterà la gran cassa della propaganda soprattutto grillina.
    Ma oltre a chiedersi quale sia la reale efficacia economica di tali misure, oltre l’impatto simbolico nel segno di un egualitarismo punitivo nei confronti di tutto ciò che suona come élites e privilegio connesso allo status, bisognerebbe anche interrogarsi su come creare nel prossimo futuro, senza devastare le casse dello Stato, quella ricchezza che si vorrebbe generosamente distribuire. Su questo versante sembrano mancare le idee. A meno di non pensare che l’Italia possa ripartire grazie all’ arrivo massiccio dall’ estero dei pensionati ai quali la manovra garantisce aliquote agevolate a condizione che si trasferiscano nei paesi del sud con meno di 20.000 abitanti.
    Si vorrebbe su questo punto imitare la Spagna, il Portogallo o gli altri paradisi fiscali per anziani sparsi per il mondo. Peccato solo che a questi ultimi non bastino il sole e il cibo buono per vivere bene: hanno bisogno di servizi logistici, di infrastrutture, di assistenza sanitaria domiciliare. Esattamente quello che spesso manca nelle zone d’Italia dove dovrebbero stabilirsi in cambio del taglio delle tasse.

    Insomma, da un governo che prometteva tanto è nata una manovra per nulla innovativa e ambiziosa, oltre che scritta male e frettolosamente. E per di più traballante sul lato dei conti: come quei 19 miliardi che si dovrebbero ricavare da privatizzazioni del tutto irrealistiche, se è vero che negli ultimi otto anni le dismissioni del patrimonio pubblico italiano hanno fruttato appena 2 miliardi. Non è un caso che si sia dovuto prevedere, come salvaguardia, un maxi aumento dell’Iva: di 23 miliardi nel 2020 e di quasi 29 miliardi per l’anno successivo. E proprio questo rischia di essere il destino, politicamente letale, del primo governo populista italiano: dover ricorrere – non avendolo fatto nessun esecutivo sino ad oggi – all’ aggravio dell’imposta su beni, consumi e servizi per finanziare le loro improvvide promesse elettorali. Sarebbe davvero un bel cambiamento.

    Nell’attesa, i soli esclusi: Esodati e Precoci restano a guardare i giochi di potere a colpi di maggioranza, ledendo puntualmente il rispetto dei diritti di ogni singolo lavoratore di queste due categorie, persone che hanno donato l’intera propria esistenza, diciamo pure la vita, al lavoro, al paese, all’onestà.
    Mentre l’esecutivo giallo/verde autodefinendosi il “Governo del Cambiamento”, continua inesorabile con le regalie, pagandole con nostro denaro, per avere come ritorno i soliti “Voti” garantendosi le famose poltrone.. magari a vita…

    La solita musica altro che cambiamento!….
    La solita Italia…purtroppo..

    Cordiali Saluti,
    Luigi Napolitano

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