Come anticipato nell’articolo pubblicato ieri, relativamente ai pro e contro di uno dei temi su cui spesso si discute sia tra i cittadini quanto tra gli esperti previdenziali, ossia la separazione tra assistenza e previdenza, quest’oggi pubblicgiamo la seconda parte dell’elaborato prodotto da Maurizio Gibbin, uno dei firmatari della riforma Perfetto-Armiliato-Gibbin, in cui l’autore cercherà di rispondere a due quesiti. Come influirebbe questa separazione sulle tasse dei cittadini? Quali rischi comporterebbe per l’Italia mostrare il vero costo dell’assistenza? Di seguito le sue approfondite considerazioni. Per chi fosse interessato alle fonti utilizzate per produrre l’elaborato non esiti a chiederle all’email della redazione o sul portale, nella sezione commenti, e verranno fornite. Vi auguriamo una buona lettura.
Pensioni 2026: Come influirebbe questa separazione sulle tasse dei cittadini?
Così Gibbin: “La separazione tra previdenza e assistenza avrebbe un impatto significativo e diretto sulla gestione delle tasse dei cittadini, portando a una maggiore trasparenza ma esponendo anche la fragilità del sistema fiscale attuale.
Attualmente, lo Stato utilizza la fiscalità generale per coprire i “buchi” lasciati dagli esoneri contributivi (come quelli per le mamme lavoratrici o per le assunzioni a tempo indeterminato). Questo processo, noto come fiscalizzazione degli oneri sociali, trasforma i contributi mancanti in imposte a carico di tutti i contribuenti. Separare i conti renderebbe evidente che una parte delle tasse pagate dai cittadini non finisce in servizi generali, ma serve a finanziare sconti contributivi che dovrebbero invece essere coperti dai versamenti previdenziali.
Con la separazione, il cittadino acquisirebbe una percezione più chiara della destinazione dei propri soldi tra Tasse e Contributi:
• I contributi verrebbero visti come una forma di risparmio assicurativo per la propria pensione futura (“quanto versi, ricevi”).
• Le tasse verrebbero identificate esclusivamente come lo strumento per il “dovere di solidarietà” (assistenza a chi è indigente). Questo ridurrebbe la sensazione che i contributi versati siano semplicemente “tasse perse nel nulla”, migliorando l’equità percepita del sistema.
Analizzando i dati di bilancio si percepisce che la gestione della spesa assistenziale è fuori controllo.
Le fonti evidenziano che l’assistenza cresce molto più rapidamente del PIL, essendo passata dai 75 miliardi del 2008 ai 180 miliardi complessivi nel 2024. Senza la separazione, questa spesa continua a gravare sulla previdenza; con la separazione, essa diventerebbe una voce di spesa pubblica esplicita che lo Stato dovrebbe finanziare esclusivamente con le tasse.
Questo obbligherebbe i governi a una programmazione politica più lucida, decidendo quanto welfare il Paese può permettersi senza intaccare la stabilità delle pensioni.
In sintesi, mentre la previdenza pura risulta quasi in equilibrio (con un disavanzo ‘gestibile’ di soli 10 miliardi), l’assistenza rappresenta il vero fattore di squilibrio che preme sulla fiscalità generale, rendendo la gestione delle tasse una sfida politica costante per la sostenibilità del debito pubblico.
Ritengo che prendere atto dell’attuale situazione in modo realistico, sia il primo passo per individuare soluzioni che consentano di uscire da questo perenne equivoco politico e contabile per il Bilancio Generale dello Stato“
Ed allora Gibbin si interroga sul secondo aspetto non meno importante del suo ragionamento:
Pensioni 2026: Quali rischi comporterebbe per l’Italia mostrare il vero costo dell’assistenza?
“Mostrare il vero costo dell’assistenza in Italia, separandolo nettamente dalla previdenza, comporterebbe diversi rischi significativi, principalmente di natura politica, sociale e fiscale. .
Ecco quali sarebbero i principali rischi connessi:
• Necessità di scelte politiche impopolari: Una separazione netta obbligherebbe il governo ad ammettere che l’assistenza costa molto e che le entrate fiscali attuali (IRPEF, IVA, ecc.) potrebbero non essere sufficienti a coprirla. Questo esporrebbe la politica al rischio di dover intraprendere azioni sgradite all’elettorato, come l’aumento delle tasse o il taglio delle prestazioni assistenziali.
• Perdita di protezione per le fasce deboli: Molti temono che, una volta isolate nel bilancio, le prestazioni assistenziali perdano la “protezione” di cui godono attualmente essendo immerse nel grande calderone previdenziale dell’INPS. Questo scorporo potrebbe essere visto come il preludio a tagli mirati ai sussidi per chi si trova in stato di bisogno.
• Esposizione dei problemi strutturali del mercato del lavoro: L‘assistenza viene spesso utilizzata dalla politica come un “ammortizzatore” per non affrontare nodi critici come la bassa produttività e i salari bassi. Mostrare il vero costo significherebbe rivelare quanto lo Stato debba intervenire per “tenere buoni” i lavoratori poveri, a basso stipendio o sostenere piccole imprese che non riescono a pagare stipendi dignitosi.
• Rischio di smentire la narrazione dei “conti in ordine“: Sebbene esperti come il Prof. Brambilla ritengano che la separazione dimostrerebbe la sostenibilità delle pensioni, il Prof. Cazzola avverte che l’idea di conti previdenziali sani senza l’onere dell’assistenza potrebbe essere un “escamotage contabile”. Il rischio è che, una volta effettuata la separazione, si scopra che l’intero sistema è ancora più fragile di quanto dichiarato, distorcendo ulteriormente il dibattito.
• Instabilità sociale: Poiché la spesa assistenziale cresce molto più rapidamente del PIL (passata da 75 a 180 miliardi tra il 2008 e il 2024), renderlo esplicito potrebbe generare allarme sulla tenuta futura del welfare. La consapevolezza che il sistema di solidarietà dipende da una fiscalità generale già sotto pressione potrebbe alimentare tensioni sociali tra le generazioni e tra diverse categorie di contribuenti.
• Complicazioni nel reporting internazionale: Sebbene la separazione possa teoricamente migliorare il rating dell’Italia mostrando una spesa pensionistica “pura” in linea con l’Europa, a livello UE la valutazione avviene sulla spesa aggregata (circa il 16-17% del PIL). Il rischio politico sarebbe quello che, avviare una riforma contabile complessa non otterrebbe un ‘immediato riconoscimento dei mercati economici e delle istituzioni europee, le quali continuerebbero a guardare al debito totale.
Dal punto di vista della sostenibilità, isolare le pensioni aiuterebbe a dimostrare che la spesa pensionistica “pura” (basata solo sui contributi) è in realtà sotto controllo e in linea con la media europea. Tuttavia, ciò costringerebbe il Governo a dichiarare apertamente che il sistema assistenziale è il vero fattore di squilibrio, crescendo più rapidamente del PIL.
In sintesi, mostrare il “vero volto” della spesa sociale comporterebbe il rischio di rompere un equilibrio precario basato sulla confusione contabile, costringendo l’Italia a un confronto diretto con l’insostenibilità di alcune dinamiche di spesa pubblica.
Tuttavia, come già espresso in precedenza, prendere atto dell’attuale situazione in modo realistico e assumersi le responsabilità di individuare, con l’aiuto di tecnici esperti, soluzioni alternative (es. applicazione dell’IRAUT), sia il primo passo per uscire da questo perenne equivoco politico e contabile per il Bilancio Generale dello Stato”
Non possiamo far altro che ringraziare il Dott. Gibbin per questo chiara spiegazione sui potenziali rischi e benefici della divisione tra assistenza e previdenza, e come sempre il Dott. Perfetto e la Dott.ssa Armiliato per aver almeno provato, insieme allo stesso Gibbin, a rendersi parte di una proposta di riforma pensioni, Perfetto-Armiliato-Gibbin, che avrebbe potuto essere il ‘là’ per un cambiamento significativo, ma che come spesso accade viene vista con preoccupazione e reticenza da chi mal tollera i cambiamenti e le visioni lungimiranti.
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Maurizio Gibbin nell’articolo fa riferimento alla “fiscalizzazione degli oneri sociali”, che è il meccanismo tramite il quale si coprono i contributi previdenziali non versati dal lavoratore o dal datore di lavoro, perché si attinge alla fiscalità generale, ovvero alle imposte versate da tutti i lavoratori, pensionati e aziende tramite IRPEF, IRES, IVA.
Si tratta di un intervento di Politica Economica, che è prerogativa del Governo, dello Stato: tramite la decontribuzione si aumenta il salario netto per far fronte all’inflazione.
A mio avviso, sarebbe meglio che i salari venissero aumentati tramite accordi stipulati tra Sindacati e Aziende.
Ad ogni modo, ci può anche stare che sia il Governo a salvaguardare il potere di acquisto dei salari.
Affermo ciò con cognizione di causa, in quanto l’ho letto sui libri universitari di Economia, ma anche perché io stesso nel mio lavoro di informatico per 40 anni ho esercitato la stessa “Politica Economica” (che si chiama nel mio lavoro “Performance Management” più “Capacity Planning”) al fine di garantire agli utenti un tempo di risposta stabilito da determinati livelli di servizio.
Se, per esempio, l’azienda indica di garantire ad una determinata tipologia di utenti il tempo di risposta a terminale pari a 2 secondi, vuol dire che occorre dare all’utente un “service rate” (una velocità di servizio, che in informatica secondo i principi della Economia Informatica da me fondata corrisponde al salario) in modo che l’utente possa consumare (“acquistare”) la transazione entro 2 secondi.
Orbene, se il costo (il peso, il “prezzo”) della transazione elettronica in termini di unità di servizio aumenta, occorre aumentare il service rate (salario) dell’utente, per garantire il tempo di risposta (che in Economia Informatica equivale al reciproco del potere di acquisto del salario) pari a 2 secondi.
Ma, attenzione! Una misura simile va ad impattare sui costi in euro dell’Azienda, costi che aumentano in quanto si consuma una quantità di risorse elaborative maggiore (una quantità maggiore di service unit che in Economia Informatica corrisponde alla moneta, al denaro).
Quindi, la misura adottata (l’aumentare il service rate, il salario dell’utente) DEVE avere natura temporanea.
Come intervenivo io?
Intervenivo sul “prezzo” della transazione. Individuavo il modo per rendere i programmi applicati più efficienti e lo comunicavo ai programmatori applicativi, in modo che rendessero i programmi scritti da loro più efficienti al fine di ridurre il peso/prezzo della transazione. Riducendo il peso/prezzo della transazione, si poteva ridurre il service rate/salario dell’utente, in quanto veniva salvaguardato il tempo di risposta, ovvero il potere di acquisto del salario.
Insomma, per farla breve, io svolgevo la funzione del Governo applicando le metodologie di Performance Management e di Capacity Planning (rispettivamente, gli equivalenti informatici della Politica Fiscale e della Politica Monetaria che insieme costituiscono la Politica Economica) per salvaguardare il tempo di risposta del sistema di produzione (ovvero il potere di acquisto dei salari) e, ALLO STESSO TEMPO SVOLGEVO IL RUOLO DI “MISTER PREZZI” (che monitorava quotidianamente l’aumento del peso delle transazioni).
C’è qualcuno che si ricorda che un tempo anche in Italia esisteva “Mister Prezzi” che sorvegliava l’andamento dei prezzi?
CONCLUSIONE
Ho voluto cogliere l’occasione offerta da Maurizio Gibbin sull’argomento “fiscalizzazione degli oneri sociali” per potere aprire una finestra sul lavoro che svolgevo da informatico nei Centri di Elaborazione Dati di grandi dimensioni (che sono simili a nazioni digitali e ad economie digitali).
Ho voluto esporre un po’ più in dettaglio il mio lavoro citando anche l’Economia Informatica da me sviluppata in collaborazione con una Ricercatrice di Economia, per poter giungere al seguente consiglio che vorrei dare al Governo italiano:
Il ricorso alla decontribuzione per salvaguardare il potere di acquisto dei salari attingendo alla fiscalità generale (togliendo quindi risorse a Sanità, Istruzione e Welfare) sia di natura temporanea (e non permanente).
Allo stesso tempo, il Governo inviti le Parti Sociali (Sindacati, Confindustria e Rappresentanti di Piccole e Medie Imprese) a stringere accordi su aumenti salari, prendendo in considerazione l’efficientamento introdotto dall’automazione (robot e AI) nei processi di produzione, e quindi anche la possibilità di redistribuire la ricchezza generata dall’automazione (robot e AI) tra profitti e costi (ovvero, salari).
MEGLIO PARLARE DI SEPARAZIONE DELLE CARRIERE ALLORA, CHE DI SEPARAZIONE DELL’ASSISTENZA DALLA PREVIDENZA, NONVI PARE???
A me pare ovvio che la separazione dell’assistenza dalla previdenza avrebbe un impatto notevole che di sicuro porterebbe bene alle pensioni sudate e strasudate, un impatto benevolo non solo in relativamente all’equilibrio finanziario. Tuttavia la mia domanda è chi lo farà mai se a partire da chi ha delle cariche istituzionali parla, ai cittadini, delle tasse da pagare come pizzo di stato?? (vedasi il comizio di qualche anno addietro della Meloni a Catania), l’altra domanda è, come si potrà fare mai la separazione se i cittadini vengono “invitati” ad evadere il fisco poichè tanto poi ci sarà il famoso “condono di turno” che appianerà tutto con i soldi dei poveri disgraziati pensionati, lavoratori dipendenti??….riflettiamoci!
È necessario separare le due voci di spesa per un motivo fondamentale: la trasparenza. Oggi l’assistenza (che pesa per 180 miliardi e cresce più del PIL) viene nascosta dentro il bilancio previdenziale, creando confusione e alimentando la falsa narrazione di un sistema pensionistico insostenibile.
Separare significa restituire onestà ai conti: da un lato dimostrare che la previdenza pubblica, basata sui contributi, regge; dall’altro obbligare la politica a confrontarsi con il vero costo del welfare e a finanziarlo con le tasse in modo esplicito, senza nascondersi dietro equivoci contabili. Solo così si può governare la spesa sociale con responsabilità, evitando che siano sempre le pensioni a fare da parafulmine per problemi che appartengono ad altre aree del bilancio pubblico.
verissimo Don quello che dici; perchè poi alla fine, con questo schema attuale, chi ci rimette sono quelli che devono andare in pensione; ma la politica adesso si preoccupa delle prossime elezioni tra 1 mese circa; poveri noi, in che mani siamo; saluti a te e ai gestori del sito