Prof va in pensione, alunni lo salutano con ‘Capitano, mio Capitano! L’intervista a Capriati

Quest’oggi vi riportiamo una storia bella di quelle che finalmente fa parlare di scuola in veste positiva, non alunni contro docenti, come gli ultimi fatti di cronaca hanno portato alla luce, ma un bell’esempio di un professore che ha fatto centro nel cuore dei suoi allievi, al punto di aver trasmesso talmente tanta passione ed empatia da aver ricevuto un omaggio commovente pochi giorni prima del suo pensionamento. I ragazzi prendendo esempio dal film “L’attimo fuggente” sono saliti sui banchi ed hanno gridato ‘Capitano O mio capitano’. Il professore visibilmente commosso non poteva essere salutato meglio dai suoi allievi che hanno voluto ringraziarlo per il suo servizio al Liceo Salvemini di Bari ove insegna matematica e fisica, per giunta due materie molto ostiche. Abbiamo decido di contattarlo per chiedere il ‘segreto’ di tale successo tra i suoi ragazzi. Lo ringraziamo di cuore perché poco amante del ‘caos’ mediatico che si é generato a seguito di questo meraviglioso gesto, ha riflettuto sul rilasciarci o meno l’intervista. Eccovi le sue parole

Pensione, L’intervista esclusiva al Prof Capriati, osannato dai suoi alunni ‘Capitano, o Mio Capitano’

Pensionipertutti: Gentilissimo Professor Gennaro Capriati, mi ha colpito moltissimo il video divenuto virale in poche ore sui social, in cui i suoi studenti si sono messi d’accordo per renderle onore in vista del suo pensionamento, la scena che è stata immortalata dai cellulari, è di quelle ‘strappalacrime’, in cui i ragazzi, del Liceo Salvemini di Bari in cui insegna, hanno deciso di farsi trovare in piedi sui banchi, al suo ingresso in aula, urlando ‘O capitano. Mio capitano!”, come nell’Attimo Fuggente. Mi ha colpito moltissimo questa scena sia per la valenza del gesto sia perché finalmente si parla della scuola in termini positivi, emerge chiaramente dal gesto dei suoi allievi, quanto dai commenti meravigliosi sotto al video, quanto lei abbia lasciato il segno e quanto sia riuscito a trasmettere la passione per l’insegnamento. Come ha vissuto questo momento e cosa ha rappresentato per lei un gesto così plateale?

Prof Capriati: In genere, in una scuola, vi è la consuetudine, da parte di chi ci lavora, di offrire un rinfresco alla comunità scolastica quando sta per andare in pensione, prima degli esami di maturità, o all’inizio del nuovo anno scolastico (gli insegnanti vanno in pensione dal primo settembre). Poiché ho sempre avuto un buon rapporto con gli studenti, stavo maturando l’idea di invitarli a questo saluto finale mediante una sorta di tam-tam su fb. L’anticipazione del saluto grazie ad una loro iniziativa, con una sorpresa inattesa, ma graditissima, ha creato in me una sorta di stato emotivo confusionale:

– in primo luogo, una commovente sorpresa che ho dovuto controllare, non senza fatica;

– in secondo luogo, imbarazzo per trovarmi improvvisamente al centro della scena (nell’insegnamento al centro della scena lo si è sempre, ma per altri motivi, non per essere applauditi);

– quindi frustrazione, per non riuscire, in quel momento, a superare la sfida a cui sono stato sottoposto, di ricordare i nomi di tutti gli studenti presenti;

ma, non ultimo, il piacere di concludere i quasi quaranta anni di insegnamento con un tale riconoscimento da parte di coloro per i quali sono state spese non poche energie.

Riconoscimenti nel corso della mia attività di insegnante non sono mancati (da parte di studenti e di genitori), ovviamente non così plateali, ma il gesto di concludere imitando la scena finale del celebre film ancora mi commuove al pensiero e mi certifica definitivamente la promozione come insegnante.

Pensionipertutti: So che è stato titubante nell’accettare questa intervista perché mi ha detto di non amare tutta la ‘bolla’ mediatica che si è generata a seguito di questo video, e di essere poco incline ai social, per questo la ringrazio di cuore per avere alla fine accettato. Il mio scopo è chiederle come ha fatto, in un mondo in cui la scuola sta disaffezionando gli studenti, a riuscire a trasmettere la passione per due materie ostiche come matematica e fisica, lasciando il segno in questa generazione e in molti allievi passati. Ho letto, infatti, in alcuni commenti suoi ex allievi degli anni 90 che hanno speso per lei parole meravigliose. Quale è stato il ‘segreto’, se così possiamo definirlo, per instaurare un rapporto di fiducia, empatia, rispetto con i suoi studenti in tutti questi anni di insegnamento?

Prof. Capriati: Francamente, mi considero un artigiano della didattica, non un teorico; dunque non so descriverle presunti segreti per il successo.

In primo luogo, ritengo che la mia biografia abbia dato un contributo non indifferente al mio destino lavorativo. Nato nella città vecchia di Bari da una delle tante famiglie povere che la abitavano, sono stato salvato dalla frequentazione, iniziata in modo del tutto casuale, di una comunità ecclesiale, quella della parrocchia Cattedrale. Qui un giovane prete intuì che prioritaria nel quartiere doveva essere la promozione umana e persuase molti genitori a far continuare gli studi ai loro figli oltre la licenza elementare, anche aiutandoli finanziariamente. Io fui tra questi ragazzini; a quindici anni mi fu anche affidato il compito di catechista dei bambini, una attività che si svolgeva a favore di ragazzini fisicamente vivaci, e senza strumenti coercitivi come le famigerate note (che, quindi, non ho mai messo da insegnante), né voti (che, da insegnante, ho sempre invitato a guardare non come sentenze sul proprio valore, ma come misure di una presunta preparazione). In conclusione, affermerei che questa attività di catechista di bambini, poi di preadolescenti, di adolescenti e di giovani, avviata più di dieci anni prima che iniziassi ad insegnare, mi abbia forgiato come futuro insegnante.

Consideri, inoltre, che la mia lingua madre è il dialetto barese, lingua madre che, oltre a permanere nelle inflessioni dialettali del mio italiano, emerge ogni volta che la comunicazione è accompagnata da una certa passionalità. E ho sempre constatato che queste espressioni piacciono agli studenti e contribuiscono ad abbattere muri e a creare empatia.

Per quanto riguarda la trasmissione della passione (direi “passione” per alcuni, quelli che si sono iscritti ai corsi di laurea in fisica e in matematica, “non odio” per tutti gli altri) nei confronti di due discipline ritenute ostiche, andrei a cercarne la ragione nella mia visione dell’essere umano e quindi nel mio modo di intendere queste due discipline. A mio parere nessuna disciplina detiene l’esclusiva delle risposte alle istanze di fondo e al bisogno di senso che attraversano l’esistenza di ciascuno: la matematica e la fisica, come la filosofia, la letteratura, eccetera sono modi diversi di dare espressione ai tentativi plurimillenari (che partono dai dipinti rupestri dei neanderthaliani) di rispondere alle suddette questioni. Da questa prospettiva, la scuola può considerarsi il luogo nel quale ciascun adolescente conosce se stesso, nel senso che scopre quale di queste discipline muove le sue corde interiori per dedicarvisi per il resto della vita, in un processo, però, che può anche proseguire oltre il diploma (non nullo è il numero di colori che cambiano tipo di studio in corso d’opera). Per me educare ha sempre avuto questo significato: aiutare il giovane a tirare fuori la sua identità più vera, più profonda, non quella che cerca di cucirgli addosso (con conseguenze nefaste) la moda del momento (come il concetto di competizione, anziché quello di cooperazione).

Pensionamento e successi lavorativi: L’intervista al Professor Capriati

Pensionipertutti: Ai suoi colleghi e a quanti spesso si trovano in difficoltà nel gestire classi di adolescenti addormentanti, svogliati, che sembrano sempre meno rispettosi nei confronti dell’istituzione scolastica, cosa si sentirebbe di consigliare? Perché in fondo i ragazzi sono sempre gli stessi, ma se alcuni docenti riescono nel loro intento: farsi rispettare e lasciare il segno, allora tanto dipende anche da chi entra in aula, è forse non tutto è ancora perduto.

Prof. Capriati: I termini “docente” e “discente” a me pare si collochino in un quadro di riferimento in cui la comunicazione procede a senso unico, da chi sa tutto a chi non sa nulla. Io ho provato a considerare sempre gli studenti non dei vuoti da riempire con nozioni e con consigli simili ad omelie moralistiche, ma come esseri umani, ciascuno con la sua ricchezza, le cui osservazioni o domande non erano banalità degne di derisione, ma stimoli per aggiustare le mie conoscenze e quindi essere più chiaro nella esposizione. E il metodo maieutico, quando il tempo (non quello atmosferico) lo consentiva, è sempre stato quello da me preferito (invitando gli studenti a “fare i matematici”, a “fare i fisici” per l’autonoma deduzione di leggi dal semplice ragionamento). Ovviamente questo significa non essere seduti in cattedra, muoversi tra gli studenti, non bocciare alcun intervento, ma mostrarne sempre il contributo positivo nella discussione che si sta svolgendo, eccetera; una modalità didattica che stanca non poco e fa uscire dall’aula sfiniti. Tuttavia, la lezione è risultata quasi sempre un processo di doppio scambio, di arricchimento reciproco. “Quasi sempre” perché, quando si entra in aula con un umore non adeguato, la lezione procede pesantemente; non sempre si riesce a lasciare fuori dall’aula i propri stati d’animo.

Pensionipertutti: Gli ultimi fatti di cronaca, l’accoltellamento di una professoressa di francese poi ripreso col cellulare da parte di un ragazzino delle medie, la spedizione ‘punitiva’ ai danni di due docenti nei pressi del parco della scuola, e il tentato ferimento con un coltello da parte di un ragazzino di soli 11 anni sono tutti episodi di estrema gravità che dimostrano un crescente disagio da parte dei giovani, un aumento della poca consapevolezza delle proprie azioni e fanno riflettere su pene troppo poco severe nei confronti di minorenni, ma ci dicono anche altro quei gesti, chiaramente ingiustificabili? Che idea si è fatto di questi casi di cronaca ai danni dei suoi colleghi?

Prof Capriati: Non voglio improvvisarmi sociologo, ma ritengo che questi fatti di cronaca, pur verificandosi nella scuola, non abbiano la loro origine nella scuola.

Se la cifra della società è la competizione e i modelli offerti dai mezzi di comunicazione di massa sono all’insegna del successo a tutti i costi e della ricchezza sfrenata, la scuola diventa il luogo in cui scaricare la frustrazione derivante dalla impossibilità di raggiungere elevate prestazioni (specie nei quartieri più disagiati), e l’insegnante, simbolo di questa frustrazione (se non altro, per lo strumento “voto”), l’obiettivo di tale sfogo. A me pare che la natura ci insegni che sia la cooperazione la carta vincente per la sopravvivenza. Durante un compito in classe mi sono sempre comportato da cane da guardia per garantire un minimo di obiettività nelle valutazioni, ma mi sono sempre sforzato di vivere le lezioni all’insegna della cooperazione (per esempio, se un alunno aveva bisogno di tempo per rispondere ad una domanda ho sempre invitato gli altri a non aumentargli l’ansia vedendo mani alzate di chi, invece, aveva già la risposta pronta).

Ho anche l’impressione che la competizione implichi un forte clima identitario che nel peggiore dei casi può produrre comportamenti violenti, stavolta non tra giovani ed insegnanti, ma tra gli stessi giovani (o tra gli stessi adulti).

Se a questo si aggiunge lo strano periodo geopolitico in cui stiamo vivendo, in cui l’unica regola di convivenza pare sia quella della forza (non mi piace dire “la legge della giungla” perché la giungla è un ecosistema, un sistema di cooperazione totale), o quanto meno dell’innalzamento di muri, la violenza diventa banale.

Pensionamento Prof Capriani, Conclusioni ed osservazioni personali

Io ho trovato questa intervista molto profonda, e ringrazio di cuore il Professore per averci reso parte anche di alcuni suoi aneddoti dell’adolescenza che probabilmente, come dice egli stesso, lo hanno plasmato a divenire il docente che é stato; l’arte maieutica é quella che sposo da tempo, quando si parla di educazione e di scolarizzazione, sono quindi molto contenta che sia emerso questo aspetto come punto vincente del lavoro svolto dal docente.

Resto sempre più convinta da madre e da professionista che solo quando valori forti come cooperazione, lealtà, empatia fanno capolino in aula, si possa allora arrivare ad un arrichimento complessivo senza distinzioni di ruoli, ma con un solo desiderio ‘trasmettere sapere’ e formare al meglio la generazione di domani.

Sotto il video del bellissimo omaggio per il pensionamento fatto dai suoi allievi.

1 commento su “Prof va in pensione, alunni lo salutano con ‘Capitano, mio Capitano! L’intervista a Capriati”

  1. Complimenti prof per la competenza dimostrata , passione indubbia che I suoi alunni le hanno dimostrato; faccio I complimenti e penso ai prof precari, ai prof di sostegno, ai prof delle materie tipo ed. Fisica, ed. Tecnica, abbigliamento e moda, che hAnno subito mazzate potentissime in questi 40 anni dalla politica; (se ne ho dimenticato alcune mi dispiace) complimenti ancora a lei e saluti ai gestori del sito

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