Riforma Pensioni 2020, novità Baretta: libertà di scelta da 62/63 +35 di contributi

Le ultime novità sulla manovra 2020 giungono da Cesare Damiano che ha ospitato in studio nella puntata l’Approfondimento, andata in onda il 13 dicembre scorso su Rete Sole, il sottosegretario all’Economia e Finanze Pier Paolo Baretta.

Con lui in una discussione interessante ed approfondita il dirigente del Partito Democratico ha toccato quelli che sono i pilastri insiti nella legge di bilancio 2020. Tra questi l’abbattimento dell’Iva, il discorso sul cuneo fiscale che purtroppo, fa notare Damiano, per l’ennesima volta taglia fuori gli incapienti, coloro che guadagnano fino a 8.200 euro lordi l’anno,  che già erano rimasti ‘a secco’ dal Bonus degli 80 euro di Renzi e che continueranno a non avere modo di usufruire, non avendo busta paga, degli sgravi fiscali per i dipendenti. Altro punto interessante è quello che porterà nel tempo verso la gratuità degli asili nido, il plafond di 400 milioni stanziati sarà probabilmente, ha spiegato Baretta, poi messo nelle mani dei singoli comuni che conoscono le realtà in cui vivono e potranno dunque usufruirne al meglio. Non poteva mancare il focus sull’aspetto previdenziale, che al nostro sito è quello che più interessa e sul quale vogliamo riportavi le parole di Baretta.

Riforma pensioni 2020, post quota 100, fattibile il Ddl 857?

Cesare Damiano parlando del post quota 100, che andrà a scadenza nel 2021, senza essere prorogata ha parlato di buchi contributivi e scaloni, chiedendo al sottosegretario all’Economia e Finanze se la proposta di cui erano stati firmatari nel 2013, oggi potrebbe essere ancora valida, stiamo parlando del Ddl 857 a firma Damiano, Baretta, Gnecchi. Eccovi le parole di Baretta pro flessibilità e pro impianto uscita anticipata insito nel Ddl 857, ma a patto si vada incontro, giacché ormai si andrà verso il contributivo per tutti, ad una sorta di restyling della misura nella parte relativa alla penalità annua del 2%, che poco avrebbe senso oggi.

Per Baretta bisognerebbe puntare ad una flessibilità in uscita fissando una soglia minima d’età e contributi, tipo 62/63 anni e 35 di versamenti, dopo i quali dovrebbe essere lasciata libera scelta al lavoratore se, effettuati gli opportuni calcoli in famiglia, convenga o meno che uno dei due coniugi lasci il lavoro anzitempo. Conscio del fatto che deve divenire una scelta responsabile, giacché il contributivo, per le carriere continue, offre massima equità e funziona un po’ come un conto corrente: tanto verso, tanto prendo.  Dunque il Ddl 857 andava bene nella misura della flessibilità in uscita dai 62 anni, l’idea dell’uscita anticipata rimane una buona strada da percorrere, la questione del ‘lasciare sul campo ’ il 2% l’anno potrebbe non avere più senso ora che si andrà verso il contributivo, la misura era pensata all’epoca in cui si era in retributivo/misto. Oggi col contributivo il lavoratore che decide di andare via prima, prende già di default meno, quindi inutile porre paletti, la libertà dovrebbe essere massima. Così come dovrebbe rimanere il diritto a poter restare al lavoro per esigenze personali, la libertà massima dovrebbe essere fissata in un range 60-70 anni. Eccovi le sue parole, raccolte nell’intervista di Cesare Damiano

Pensioni, col contributivo prendi quanto versi: 62/63 anni + 35 di contributi

Baretta fa notare che da gennaio riprenderà il confronto con sindacati non solo su autosufficienza ma anche su previdenza: “quota 100 va a finire nessuna intenzione di riconfermarla, Quando finisce quota 100 avremo uno scalone ed un buco non vogliamo tornare alla Fornero, dobbiamo dunque porci il problema di come si esce da quota 100

Su Ddl857 : “Io penso che il principio è valido, forte fautore della flessibilità in uscita massima possibile, gli anni cambiano e cambia anche il sistema, andiamo verso il contributivo, l’idea di allora che prevedeva quel cip (ossia il 2% in meno per ogni anno di anticipo) era legata ad un sistema misto, dove il retributivo era vigente, più si va verso contributivo non è più nemmeno necessario quel cip. Nel senso stabilito un punto di partenza che garantista la sostenibilità del sistema 35 anni minimi di lavoro sarebbe un modo, oppure un’età minimo 62/63 anni, che non è la quota. Detto questo, il contributivo è come il conto corrente tanto verso, tanto ho a disposizione e poi ad un certo punto riscuoto.  Vado a casa faccio i conti, discuto con i miei figli, con mia moglie, quest’anno vado io, il prossimo tu, sulla base di questo scelgo. Perché il mio sistema contributivo mi dà il calcolo di quando posso andare. Per correttezza è equo, a occupazione costante, nel mercato attuale ci sono dei buchi contributivi, dunque per alcune figure, come per le donne, le più svantaggiate,  servirebbero dei correttivi. In sintesi L’impiantodel ddl 857 lo condivido ancora, ma le modalità rispetto alle scelte di allora si sono evolute andando verso il contributivo.

Riforma pensioni 2020, via paletti massima libertà di scelta

Damiano fa notare come: “la Legge già prevede che a 63 col contributivo, si possa andare in pensione, ma ci vai solo con un parametro prestabilito, ossia se hai almeno una pensione corrispondente a  2.8 volte la minima ossia 1.400 lordi mensili, non sarebbe corretto un’intervento del Governo per ridurre o togliere questo parametro, giacché si va verso contributivo? e al più pensare ad una pensione di garanzia per i giovani che avendo un lavoro discontinuo a quel minimo non arriveranno?

Così Baretta: “Per chi arriva alla pensione, la valutazione è famigliare, tendenzialmente io vado via anche se la pensione è più bassa, perché la tua pensione, marito/moglie, mi compensa. Perché imporre che posso andare solo se ho raggiunto una certa soglia, libertà deve essere completa, ognuno si assume la propria responsabilità. Così come dovrebbe permanere il diritto a restare a lavorare se si ha la necessità di restarci, almeno fino a 70. La vera flessibilità, conclude, dovrebbe essere in un arco di tempo  da 60-70 anni, il lavoratore all’interno della famiglia può fare dei calcoli previsionali propri, figli studiano, genitori a carico, mutuo, favorevole alla libertà e responsabilità ed implica un atteggiamento culturale dei cittadini “.

Cosa ne pensate delle parole di Baretta, sarebbe corretto concedere la massima libertà di scelta nell’anticipo pensionistico, fissando un minimo 62/63 anni +35 di contributi, lasciando ai cittadini massima responsabilità delle proprie decisioni?

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Erica Venditti

Erica Venditti

Mi chiamo Erica Venditti, classe 1981. Da aprile 2014 sono giornalista pubblicista Scopri di più

8 thoughts on “Riforma Pensioni 2020, novità Baretta: libertà di scelta da 62/63 +35 di contributi

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    17 Dicembre 2019 in 11:36
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    Ma che avete al posto del cervello , mxxxa..
    Avete mandato in pensione con 38 anni di contributi e ora parlate di 35…ma porca e poi ………… ma quelli che hanno già superato 41 / 42 che devono fare?

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    17 Dicembre 2019 in 10:48
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    Le solite proposte fatte da gente che di lavoro ne capisce poco.. Ma per chi ha 59/60 anni e di contributi ne ha 41/42 cosa fa aspetta 63 anni per andare In pensione con 44/45 anni di contribuzione.. Ma per piacere finitela di dire stupidate e fate andare in pensione chi ha già lavorato abbastanza 41 anni il tetto massimo poi fate pure questa riforma ma deve andare prima in pensione chi di anni lavorati ne ha 40/41/42 e basta sparare stupidate…

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    17 Dicembre 2019 in 10:07
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    Mi sembra una buona idea lasciare libertà di scelta. Vedo comunque che non si accenna minimamente al problema di chi ha perso il lavoro a 60 anni senza avere quindi la possibilità di arrivare al versamento dei 41 e più anni di contributi richiesti e di dover aspettare e sperare di raggiungere l’età richiesta per il pensionamento. In questo caso non si tratterebbe di scelta familiare bensì di unica soluzione per sopravvivere.

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    17 Dicembre 2019 in 9:15
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    Credo che Baretta abbia un po’ di confusione in mente, prima afferma “bisognerebbe puntare ad una flessibilità in uscita fissando una soglia minima d’età e contributi, tipo 62/63 anni e 35 di versamenti, dopo i quali dovrebbe essere lasciata libera scelta al lavoratore” e poi nel proseguo dell’articolo dice “La vera flessibilità, conclude, dovrebbe essere in un arco di tempo da 60-70 anni,”, e mi pare che le due proposte siano un po’ differenti e contradditorie tra di loro.
    La prima è rigida con paletti e contropaletti e molto simile a quello che già esiste oggi, solo un po’ più edulcorato, 62+35 in luogo di 62+38, in pratica un nuovo rattoppo nel consunto vestito pensionistico. Non vale nemmeno la pena perdere tempo a commentarla.
    La seconda invece, ancorché perfettibile, presenta effettivamente un grado di novità rispetto a tutto quanto si è letto fino ad ora.
    E’ ormai chiaro che si debba passare al contributivo per tutti nel più breve tempo possibile, mantenere il sistema misto vuol dire produrre debito a carico delle generazioni future ed è discriminante per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1996 e che non potrà usufruire di questo sistema di calcolo più generoso, è altresì chiaro che in cambio di un assegno meno generoso sia richiesta una maggiore flessibilità di accesso alla pensione e l’idea di creare una finestra ampia 10 anni in cui ognuno può decidere responsabilmente quando pensionarsi sia il minimo da farsi per poter avviare questa riforma. Dieci anni sono corretti se si pensa che l’età d’accesso al mondo del lavoro non è uguale per tutti e varia da un minimo di 14 anni (16 solo dal 2007) per chi ha lasciato gli studi dopo le scuole dell’obbligo fin verso i 24 per chi si è laureato, 10 anni appunto.
    Il problema grave sorge invece quando si parla di limiti, dai 60 ai 70. Questo è fortemente ingiusto, si continua ad affermare che già 67 (pare inoltre che in europa sia tra i più alti) sono troppi e bisogna trovare forme di flessibilità e hop, come per incanto spunta un 70, in men che non si dica un salto di 3 anni in avanti, suvvia dai non scherziamo. Per tale ragione ritengo che la finestra nella peggiore delle ipotesi (ovvero non si trovano risorse) debba essere fissata tra i 57 e i 67, ma un 55/65 sia più corretto.
    Infine nel sistema contributivo, esiste un limite d’importo dell’assegno pari a 2,8 volte il minimo per potervi accedere, e alla domanda “non sarebbe corretto un intervento del Governo per ridurre o togliere questo parametro”, ritengo che no, non sarebbe corretto toglierlo perché sotto una certa soglia non potresti vivere quindi, capisco la voglia di pensionarsi, ma questo non può andare a discapito della collettività, perché poi quando i soldi non sono sufficienti bisognerebbe mette in piedi sistemi di sostegno del reddito di tipo assistenziale che paghiamo tutti. Invece su una sua riduzione sono d’accordo, magari ci si può limitare a 1100/1200€ in luogo dei 1400 attuali.

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    17 Dicembre 2019 in 7:44
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    In qualità di un comune mortale.non ho capito un cazzo.

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    • Erica Venditti
      18 Dicembre 2019 in 0:03
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      Cosa non le è chiaro? Il mio elaborato o le proposte fatte?

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    16 Dicembre 2019 in 21:17
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    ma chi ha cominciato a 15 16 anni e già ne ha 37 38 39 40 3ecc,…. quanto caxxo deve lavorare per mantenere politici e chi va con 35 ???? con 40 uno9 deve poter smettere punto e basta

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    16 Dicembre 2019 in 18:09
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    L’avesse detto uno delle Sardine, ci poteva anche stare.
    A volte, quando si sta in cinque in una macchina con cinque posti, tutti infagottati in sciarpe e cappotti, si sta stretti stretti come le sardine. Può capitare, per esempio, in una macchina che sia condivisa (car sharing).
    Mi domando, ma il sottosegretario all’Economia e Finanze Pier Paolo Baretta assimila forse la conduzione famigliare alla conduzione di un’automobile?
    “Per chi arriva alla pensione, la valutazione è famigliare, tendenzialmente io vado via anche se la pensione è più bassa, perché la tua pensione, marito/moglie, mi compensa”, dice Baretta. Forse Baretta ha in mente qualcosa del tipo “pension sharing”? Ovvero: condividiamo le nostre pensioni famigliari e così tiriamo a campare.
    Mi pare una soluzione “sciué sciué” (nota del traduttore: “alla buona”, “superficiale”).
    È vero, è difficile parlare di pensioni in maniera precisa e al tempo stesso comprensibile a tutti. Sembra essere valido anche in questo caso una sorta di principio di incertezza di Heisenberg: o sei preciso ma ti fai capire poco, o ti fai capire di più ma sei meno preciso.
    Va bene, Baretta, ho capito la sua lezione: per far capire occorre capire come far capire.

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