Riforma pensioni 2020, ultime: boom anticipate, il Covid incide su quota 100?

La settimana scorsa il prof. Pasquale Tridico ha presentato il XIX Rapporto dell’Inps (2019). Tale documento, insieme agli altri allegati tra i quali la relazione del Presidente, consente di avere un quadro completo di quello che potremmo chiamare il ciclo previdenziale: dagli andamenti dell’occupazione nelle sue diverse tipologie, ai flussi contributivi e dei trasferimenti, alla spesa complessiva e per ciascuna prestazione erogata con le relative statistiche collocate nella loro serie storica. Si aggiungono i dati riferiti alla struttura, ai costi organizzativi e del personale di un Ente che tra i più grandi ed importanti del mondo sviluppato e che costituisce il centro propulsore del welfare all’italiana. Il Rapporto, pur riferendosi all’anno scorso, si diffonde molto sugli andamenti dell’arco temporale (marzo-giugno 2020) che oggi viene definita la prima fase della pandemia. Un ruolo molto significativo è stato svolto dall’estensione della cig, finalizzata alla tutela del reddito dei lavoratori delle aziende sottoposte alle restrizioni anti-covid.  In particolare, viene calcolata l’ammontare medio delle ore di integrazione.

Nel bimestre marzo-aprile – scrive il Rapporto –  il numero medio di ore di integrazione per i dipendenti in CIG-Covid è stato pari a quasi 160 ore, corrispondenti al 90% dell’orario teorico mensile di un lavoratore a tempo pieno. Nel bimestre successivo, solo poco più di un quinto dei lavoratori ha subito una riduzione dell’orario di lavoro di pari o superiore entità. Le perdite salariali per dipendente ammontano al 22,5% nel primo bimestre e al 17% nel secondo bimestre. Anche le perdite salariali subite dai lavoratori si sono significativamente ridotte e circa la metà dei lavoratori in CIG-Covid ha subito perdite non superiori al 20% della propria retribuzione mensile. Con l’eccezione del Trentino-Alto-Adige, in tutte le regioni il numero di imprese che hanno fatto ricorso alla CIG-Covid nel periodo marzo-giugno è stato prossimo o superiore al 50%; la quota di lavoratori in CIG-Covid mostra invece una maggiore variabilità, essendo più elevata nel mezzogiorno e particolarmente bassa (oltre che in Trentino-Alto Adige) anche nel Lazio e in Lombardia. Quest’ultimo dato riflette verosimilmente  – chiarisce  il Rapporto – una più elevata incidenza in queste regioni di lavoratori essenziali, non sottoposti ai provvedimenti di chiusura. La riduzione dell’orario di lavoro medio sopportato nei quattro mesi dai lavoratori in CIG-Covid è pari mediamente a circa il 30% dell’orario teorico di lavoro per un dipendente a tempo pieno: tale valore è stato più elevato nelle regioni del Mezzogiorno. Nel Sud e nelle Isole pertanto non solo la quota di imprese che hanno fatto ricorso alla CIG-Covid è stata maggiore che nelle altre aree, ma anche la quota di lavoratori in CIG-Covid e le ore integrate per dipendente hanno assunto valori più elevati della media.

Riforma pensioni 2020, boom di uscite anticipate

Un particolare riguardo è dedicato alle pensioni, anche per trarre un bilancio delle novità entrate in vigore nel corso del 2019. Il quadro generale dei pensionati  italiani al 31 dicembre 2019 è rappresentato da un numero totale pari a 16.035.165, di cui 7,7 milioni uomini e 8,3 donne. L’importo lordo complessivamente percepito è di 300,9 miliardi di euro, di cui 168,8 miliardi di euro erogato a lavoratori e 132,0 miliardi di euro a lavoratrici. Il dato che salta subito agli occhi e che rappresenta l’anomalia del nostro sistema pensionistico è la netta prevalenza del numero delle pensioni anticipate/di anzianità rispetto a quelle classiche di vecchiaia. L’anomalia non sta tanto nel fatto che esista un sistema di anticipo che è operante anche in quasi tutti i Paesi europei, ma nel numero di questi trattamenti e nel fatto che siano erogati – diversamente di quanto avviene ovunque – senza alcuna penalizzazione economica.  La categoria più numerosa dei trattamenti erogati dall’Inps – sottolinea il Rapporto – è rappresentata da quella delle pensioni di anzianità/anticipate (6,2 milioni)  pari al 30,1% del totale, seguita da quella delle pensioni di vecchiaia (5,1 milioni)  con il 24,7% e dalle pensioni ai superstiti con il 20,6%; gli invalidi civili sono il15,5% del totale; per ultime le prestazioni di invalidità previdenziale (5,2%) e le pensioni/assegni sociali (3,8%). Con riferimento agli importi medi delle prestazioni previdenziali le pensioni anticipate/anzianità sono quelle con l’importo più elevato (1.833,42 euro mensili lordi), quelle di vecchiaia presentano importi medi di 866,87 euro mensili, quelle di invalidità di 954,46 euro mensili; infine le pensioni ai superstiti hanno importi medi mensili pari a circa il 58% di quello delle precedenti tre categorie di pensione (710,18 euro mensili). Gli importi medi delle prestazioni assistenziali si attestano intorno a valori di poco superiori ai 400 euro mensili. Per quanto riguarda la composizione per sesso delle prestazioni vigenti al 31.12.2019 si osserva che i maschi prevalgono nettamente nelle pensioni anticipate con il 47,4% rispetto al 16,7% delle femmine. Le femmine per contro, hanno una netta prevalenza nelle pensioni ai superstiti con il 31,8%, oltre cinque volte quelle dei maschi (in forza di una attesa di vita più lunga). Le percentuali delle altre categorie sono pressoché equamente distribuite tra i sessi.

Riforma pensioni, focus su quota 100

 Il Rapporto dedica molto spazio alla questione. Politicamente ‘’sfiziosa’’ di quota 100, attraverso uno specifico focus, secondo il quale, al 31 dicembre 2019 sono pervenute all’Istituto circa 229mila domande di pensione quota 100 di cui circa 75mila relative al settore pubblico e 154mila al settore privato. In particolare, i pensionati con domanda accolta al 31 dicembre 2019 sono stati 150.253. Di essi il 72% è stato liquidato nelle gestioni del settore privato e il 28% in quelle del settore pubblico. o “quota 100” con domanda accolta al 31 dicembre 2019 per sesso e p settore di liquidazione della pensione

Pensionati in quota 100 con domanda accolta al 31/12/2019: 150.253 (età media 63,8)

Donne:  36.872   – Uomini: 113.381

Privato(1) – donne 16.246;  uomini  91.812:  totale  108.058

Pubblico- donne 20.626; uomini  21.569;   totale   42.195

Totale – donne 36.872; uomini 113.381;  totale  150.253

  1. Include il FPLD e le altre gestioni dei dipendenti privati, le gestioni speciali dei lavoratori autonomi e la gestione separata

È interessante notare –  come già si era visto nel Rapporto di coordinamento della finanza pubblica 2020 della Corte dei Conti, che l’età media dei soggetti di cui è stata accolta la domanda è nettamente più elevata dei 62 anni richiesti per poter aderire a quota 100. In tutto il 2019 quelli che sono stati in grado di avvalersi dei 62 anni sono stati in totale solo 28mila. Il che si spiega in diversi modi: a) chi acquisisce il diritto entro il 31 dicembre 2021 può avvalersene anche in seguito; b) essendo indispensabili entrambi i requisiti (62 anni di età e 38 di anzianità) può succedere che uno dei due non sia ancora maturato e che pertanto occorra attendere che ciò si determini; c) l’operazione non ha incontrato l’interesse previsto. Tale circostanza sembra confermato nello stesso Rapporto che, spingendosi fino all’agosto di quest’anno sottolinea che la crisi epidemiologica non ha evidenziato una scelta dei lavoratori più anziani ad anticipare l’uscita dal mondo del lavoro. Infatti, in questi mesi di crisi non si registrano variazioni sostanziali del trend delle domande di pensioni “Quota 100”.

Dopo i primi mesi del 2019 in cui si è assistito ad una richiesta più forte di esse, dovuta alla presenza di varie generazioni di soggetti che maturavano i requisiti, le domande si possono considerare stabili e anche per il 2020 si conferma l’utilizzo parziale degli aventi diritto come nel 2019.

Quota 100 ha inciso lo smart working e la cassa integrazione?

Tale scelta, che non rispecchia le aspettative del policy maker, potrebbe essere dettata – ipotizza il Rapporto – dalle condizioni di lavoro in smart working, soprattutto nella pubblica amministrazione (anche se è più elevata la percentuale di aderenti rispetto alle previsioni contenute nella Relazione tecnica) e dall’utilizzo della cassa integrazione nel settore privato. Infatti, in tale situazione i lavoratori sembrano ritenere più opportuna la loro permanenza nel mondo lavorativo, in modo da poter ottenere una futura pensione con un maggior importo.

I dati di adesione di “Quota 100” mostrano che non tutti lavoratori che raggiungono i requisiti per il pensionamento anticipato decidono per un ritiro dal mondo del lavoro, che sarebbe in questo caso anche definitivo (almeno fino all’età di vecchiaia) dal momento che la norma vieta il cumulo con i redditi da lavoro. Un ultimo dato significativo emerge dal XIX Rapporto relativamente alla ultima posizione contributiva dei ‘’quotacentisti’’. I pensionati “Quota 100” provenienti  da una posizione contributiva attiva, nel 2019, sono 65.657 del settore privato e 42.408 del settore pubblico e rappresentavano complessivamente il 71,9% del totale. Il restante 28,1% dei “quotacentisti” è entrato nella condizione di pensionato da non-attivo, di cui l’8,6% (12.875) come beneficiario di prestazione a sostegno del reddito e il 19,5% come silente; di questi ultimi 1.861 hanno versamenti di contributi volontari, figurativi, di riscatto nel 2019.

Giuliano Cazzola

Giuliano Cazzola

Giuslavorista. Ha ricoperto importanti incarichi sindacali nella Cgil e ricoperto ruoli di vertice al ministero del Lavoro e quale presidente dei collegi dei sindaci di Inps e Inpdap. Per quasi un trentennio, fino ai primi anni novanta, ha ricoperto incarichi di rilievo nella Cgil. Negli anni '90 lascia il sindacato per passare alla politica. Eletto deputato nella XVI Legislatura è stato vice presidente della Commissione Lavoro e relatore di importanti provvedimenti legislativi. Ha insegnato diritto del Lavoro all'Università di Bologna e di Uni eCampus. Saggista, commentatore, collabora con varie testate e ha scritto una ventina di libri.

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    4 Novembre 2020 in 13:41
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    La maggiore anomalia credo sia quella si stia ancora “ascoltando” queste persone che in tutti gli anni della loro carriera ci hanno portato ove ci troviamo ora, ovvero nel baratro, facendo ancora i saccenti e dispensando soluzioni ai tanti problemi che loro stessi hanno creato.

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    3 Novembre 2020 in 16:14
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    Continuerò a stufare chi legge che di anomalie ne esistono tante .
    Quella riportata nell’articolo è una:
    ” L’anomalia non sta tanto nel fatto che esista un sistema di anticipo che è operante anche in quasi tutti i Paesi europei, ma nel numero di questi trattamenti e nel fatto che siano erogati – diversamente di quanto avviene ovunque – senza alcuna penalizzazione economica”

    Sarebbe utile indicare anche quanti anomali, in numero, esistono nei vari DIFFERENTI comparti di lavoro.. E quanto è la differenza di anni di anticipo tra i vari comparti di lavoro.
    Ricordo che rispetto ai 67 anni di età c’è chi va con 4 anni di anticipo e chi va con 10 anni di anticipo . E i secondi non prendono certo un assegno minore a parità di anni di lavoro.

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      6 Novembre 2020 in 12:46
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      Chi va con OD, praticamente 10 anni prima, si vede tagliare la pensione sino al 39%, quindi NON è vero che percepisce un assegno pari al normale assegno di vecchiaia. Per quanto riguarda quota 100, l’assegno sarà in proporzione agli anni di contributi. Per me l’anomalia è una sola : lavorare a 66-67 anni di età

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