Riforma pensioni 2020, ultime: lavoro e ricambio generazionale tra vincoli e prospettive

Riforma pensioni: opzione donna al 2023, lavori gravosi

Ospitiamo oggi sul nostro sito un elaborato a cura di Claudio Maria Perfetto, un utente che spesso commenta i nostri articoli creando dibattito costruttivo, e che abbiamo scoperto essere un Informatico esperto di processi e di organizzazione di Centri di Elaborazione Dati di grandi dimensioni e di elaboratori IBM della classe mainframe, autore di un libro pubblicato da Aracne nel febbraio 2019, dal titolo: L’Economista in Camice’.  Il Signor Perfetto  vuole mostrare nel suo testo come il centro di elaborazione Dati, l’insieme di persone e tecnologie informatiche su cui si basano i servizi informatici, sia un modello in scala ridotta della nazione e possa quindi essere utilizzato come laboratorio reale per trovare soluzioni ai problemi economici, specie a quello della disoccupazione determinata da elevata automazione e disintermediazione.

L’articolo che qui vi proponiamo dal titolo ‘Pensioni, lavoro e ricambio generazionale: vincoli e prospettive’ intende proprio, alla luce di quanto emerso anche dalla Manovra 2020, fare un excursus sui problemi dell’Italia e sui limiti che ne impediscono, a suo dire, la crescita. Nell’articolo emergono altresì spunti interessanti e moniti al Governo affinché si appresti a lavorare quanto prima in modo preciso al fine di poter arrivare nel tempo all’obiettivo che includa non solo  “pensioni per tutti” ma anche e soprattutto “lavoro per ognuno”.  Eccovi le sue argomentazioni.

Pensioni e vincoli: la disamina di Perfetto sui limiti alla crescita dell’Italia

“ Il vincolo maggiore che impedisce all’Italia di crescere è proprio ciò che dovrebbe consentirle di crescere: il Patto di Stabilità e di Crescita. In un periodo come quello che viviamo, caratterizzato da bassa inflazione e da un livello di disoccupazione relativamente alto (ma assolutamente alto per quella giovanile), in assenza di investimenti da parte delle imprese private (a causa del ristagno dei consumi), vanno applicate le ricette economiche keynesiane: soltanto gli interventi dello Stato potrebbero sostituire la mancanza di investimenti da parte dei privati e risolvere così il problema principale che ha l’Italia, la disoccupazione generazionale, la mancanza di lavoro di un’intera generazione, quella dei nativi digitali (dei nati dopo il 1985). Il Patto di Stabilità e di Crescita obbliga i Paesi dell’eurozona a disciplinare la spesa pubblica e il debito pubblico, per cui l’Italia, avendo un debito pubblico alto, non può godere di quei più ampi margini di spesa pubblica di cui necessiterebbe per risolvere il problema della disoccupazione generazionale.

La disoccupazione generazionale è non solo una “emergenza”, ma anche un “problema emergente”, nel senso che la sua causa, il “blocco del ricambio generazionale”, è la punta emergente dell’iceberg sociale le cui parti sommerse sono il “blocco del lavoro” e il “blocco delle pensioni”. Disciogliendo il blocco delle pensioni si discioglierà pure il blocco del lavoro, e ciò determinerà lo scioglimento del blocco del ricambio generazionale e la disoccupazione generazionale in Italia cesserà di essere il problema principale.

Pensioni 2020, la ricetta per poter accedere alla quiescenza prima

Così prosegue Claudio Maria Perfetto, facendo notare come esista un fil rouge sottile che lega pensioni , lavoro e la spesa pubblica e come questi ambiti possano aiutarsi l’un l’altro o ostacolarsi l’un l’altro: Per sciogliere il blocco delle pensioni, permettendo di andare in pensione senza vincoli di età e senza vincoli di contribuzione, e senza pesare sulla spesa pubblica, è necessario recuperare risorse dall’evasione fiscale, rendendo impossibile evadere. Ciò potrà essere fatto mantenendo a livello centrale la registrazione di tutte le transazioni finanziarie e utilizzando la moneta digitale di Stato gestita da strutture partecipate dallo Stato quali la Cassa Depositi e Prestiti e le Poste Italiane (controllate entrambe dal Ministero dell’Economia e delle Finanze rispettivamente per l’83% e il 60%). Tecnologie, strutture, competenze e organizzazione per gestire la moneta digitale di Stato sono già a portata di mano dello Stato, che le utilizza per l’erogazione del Reddito di Cittadinanza tramite uffici postali e INPS caricando il contributo economico su un’apposita carta elettronica.

Per sciogliere il blocco del lavoro, permettendo a chiunque che cerchi un lavoro di trovarlo, è necessario che le imprese recuperino redditività e intravedano la possibilità di vendere i loro prodotti. Per recuperare in redditività le imprese necessitano innanzitutto di ridurre i costi, principalmente quelli relativi al personale (soprattutto i dipendenti in esubero), e a tal fine i pensionamenti risulteranno di grande efficacia. Per far fronte alla trasformazione digitale le imprese necessiteranno di personale che abbiano in primo luogo una spiccata propensione all’uso delle tecnologie digitali: i nativi digitali sono i più indicati. I nuovi lavoratori, disponendo di un reddito da lavoro, potranno comprare una casa, arredarla con nuovi mobili, con nuovi elettrodomestici, insomma stimolare nuovi consumi i quali alimente­ranno le pro­spettive da parte delle im­prese di vendere i loro prodotti, con ricadute positive sugli investimenti, sull’occu­pazione e, ancora, sui consumi.

Per sciogliere il blocco del ricambio generazionale, permettendo ai nativi digitali di subentrare ai lavoratori di lungo corso andati in pensione, sarà sufficiente sciogliere i blocchi delle pensioni e del lavoro. Occorrerà tenere in debita considerazione l’azione frenante che l’uso spinto dell’automazione e della disintermediazione eserciterà sia sull’occupazione che sui consumi. Mentre da un lato le imprese potranno vedere nell’automazione un vantaggio (grazie alla maggiore produttività che le macchine offrono rispetto all’uomo), dall’altro potranno vedersi ridurre le vendite dei propri prodotti: a parte l’energia, i robot non consumano (né case, né vestiti, né cibo, né elettrodomestici) e né passano parola agli amici che potrebbero consumare; inoltre, un lavoratore in meno può consumare ancora di meno. Sarà anche necessario applicare una Imposta sul Reddito da lavoro prodotto dagli Automi (IRAUT) per compensare le mancate entrare in termini di contributi da parte dei lavoratori sostituiti dagli automi (sia hardware come i robot, sia sofware come i softbot)”.

Poi il Signor Perfetto passa ad analizzare quanto lo Stato italiano abbia fatto fino ad oggi, nei limiti delle proprie possibilità, per poter stimolare i consumi e incentivare il ricambio generazionale, quel che ne emerge è un quadro ottimistico, ma senza dubbio migliorabile con l’utilizzo di alcune ricette o visioni del mondo differenti  da cui si potrebbe partire.

Ultime Pensioni, pregi e difetti della quota 100 e del reddito di cittadinanza

Perfetto spiega: “Lo Stato italiano, sotto il vincolo del Patto di Stabilità e nei limiti delle proprie possibilità, ha fatto molto negli ultimi tempi per frenare la discesa dei consumi e per stimolare il ricambio generazionale: ha introdotto il Reddito di Cittadinanza (RdC), che ha contribuito a stimolare i consumi agendo sulla componente esogena dei consumi (quella non dipendente dal reddito da lavoro) ed ha introdotto la pensione anticipata Quota 100, che ha contribuito ad avviare quel ricambio generazionale che da tempo si attende, agendo soprattutto sulla Pubblica Amministrazione.

RdC e Quota 100 sono misure che sono state elaborate nello spirito del “si fa ciò che si può con le risorse che si hanno”, piuttosto che (proprio a causa dell’insufficienza di risorse) nello spirito di equità, di pari opportunità tra uomini e donne e di pari opportunità tra chi ha lavorato meno ed ha più età e chi ha lavorato di più ed ha meno età. C’è disparità in tali misure attuate: quel “molto” che dallo Stato è stato fatto non è ancora “abbastanza”.

Lo Stato dovrà assumersi la responsabilità collegiale di varare una Riforma Pensioni e una Riforma Lavoro che vadano di pari passo, per realizzare quello Stato Sociale equo e solidale invocato da tempo da chi ha speso una vita al lavoro e non ha più vita per lavorare, e da chi attende il lavoro da una vita e non ha ancora un lavoro per vivere. Lo Stato dovrà far sì che “pensioni” e “lavoro” siano più che parole: siano delle “prospettive” di vita.

Prospettive di vita che si possono sintetizzare con due frasi semplici, quasi degli slogan: “pensioni per tutti” e “lavoro per ognuno”.

Queste due frasi mi sento di sposarle, slogan o meno, perché credo in fondo rispecchino il desiderio di ogni cittadino; molto interessanti, a mio avviso, le considerazioni che l’elaborato esplicita e sui cui potremmo confrontarci. Se vi va di cimentarvi in questa discussione, vi aspettiamo nella sezione commenti.

10 commenti su “Riforma pensioni 2020, ultime: lavoro e ricambio generazionale tra vincoli e prospettive

  1. Articolo interessante che contiene tesi convincenti. Non si capisce perché allora la classe politica e in particolare coloro che si professano “economisti” non perseguitino questa ricetta o almeno parlino chiaramente dei danni che il patto di stabilità europea provoca all’Italia.
    Peraltro se da una parte si cerca di “fare quello che si può” e dall’altra si cerca di distruggere il poco che è stato fatto (parlo di questo governo e della conseguente legge finanziaria) accampando scuse come quella dell’esistenza dei vincoli citati e sventolando non già le speranze di ripresa future ma lo spauracchio del default, dall’altra si buttano soldi dalla finestra salvando banche che non meritano di essere salvate (quantomeno i manager che le hanno mal dirette) e dall’altra si sprecano risorse con salvataggi fallimentari di aziende alla canna del gas come l’Alitalia.
    Se non c’è un cambio di visione da parte politica e non torna a prevalere un orgoglio nazionale superiore alla fumosa partecipazione dell’Europa, temo non si andrà da nessuna parte, anzi: si andrà sempre più indietro!

  2. Condivido l’esame del Sig. Perfetto specialmente su due punti che considero fondamentali per la realizzabilità e per l’equita’ della riforma: lotta all’evasione fiscale e mi permetto di aggiungere anche all’elusione fiscale, e parità di quota per tutti data dalla somma di lavoro + anni di età senza vincoli minimi di età o di lavoro es. se quota 100: 41 di lavoro + 59 di età oppure 35 di lavoro + 65 di età con un tetto massimo di vecchiaia di 67 anni.
    Magari qualche forma di flessibilità negli ultimi anni di lavoro con la possibilità di part-time facoltativo da compensare con una nuova assunzione per un giovane da affiancare e formare.

    1. Gent.le sig.ra Carla, la sua Quota 100 è molto sensata, riflette il vero significato di “Quota 100” e contiene anche la Quota 41. Molto sensata anche l’osservazione della flessibilità negli ultimi anni di lavoro con possibilità di part-time. E’ un buon punto di partenza sul quale costruire la Riforma pensioni nel 2020.
      L’allora Presidente dell’INPS Tito Boeri aveva calcolato che a regime Quota 100 avrebbe assorbito 8 miliardi mentre Quota 41 ne avrebbe assorbiti 10. La Quota 100 da lei proposta comprende anche Quota 41, e allora prendiamo il massimo: 10 miliardi (per la precisione sarebbe qualcosa in più, ma poco importa).
      Per il prossimo anno occorrerà disattivare ancora le calusole di salvaguardia, evitando quindi di far aumentare l’IVA per cui serviranno all’incirca 23 miliardi (come quest’anno). Se quest’anno non si sono trovati 10 miliardi per attuare Quota 41, anche il prossimo anno si avrà difficoltà a trovarli. Si dovrebbe derogare dal Patto di Stabilità e di Crescita e per almeno un anno o due poter sforare il budget di spesa pubblica. Si sta già parlando della possibilità di godere di più ampi margini di flessibilità, ma è irrealistico pensare che nel 2020 i Paesi della Unione Europea possano raggiungere l’accordo su nuovi parametri più flessibili.
      La soluzione alla Quota 100 da lei proposta è quindi una sola: recuperare risorse dall’evasione fiscale.

  3. Dobbiamo continuare a chiedere il rinnovo di OPZIONE DONNA al 2023.
    E’ importante per le donne ed è doveroso non dimenticarlo.

  4. Gentile Sig. Perfetti, conversare con lei è piacevole, tanto da indurmi a risponderle a costo di divagare ancora un momento dal tema dell’articolo.
    Non era mia intenzione estremizzare all’eccesso i concetti inerenti l’alfabetizzazione informatica del nostro Paese tant’è che ho parlato di “indirizzare” piuttosto che di “imporre”. È innegabile che ogni cambiamento debba comportare una forzatura, più o meno significativa sulle abitudini dei cittadini ma è mia convinzione, maturata osservando, ormai da anni, gli svedesi nella loro quotidianità che, più dell’avvicendarsi delle generazioni, possa valere lo stato di necessità. È umano che un anziano preferisca dialogare col cassiere anzichè col bancomat; lo stesso anziano peró, se vive in un deserto verde, dove la banca dista 30 Km e non molto più vicini sono situati gli altri servizi, s’ingegna, perchè l’ingegno è talvolta la più efficace risorsa della quale disponiamo. In determinate condizioni, se non possiedi mezzi di trasporto e di interazione col mondo circostante, sei di fatto emarginato.
    Se consideriamo che il primo sito web vide la luce solo a metà del 1991, che il primo smartphone risale agli ultimissimi anni del XX secolo, dobbiamo concludere che, in Svezia, il cambio di mentalità non è stato regolato dal succedetsi delle generazioni bensì dalla necessità endemica del Paese.
    Questo ovviamente non puó avvenire in Italia dove la banca, con tutta una serie di altri servizi, se non è proprio sotto casa, poco ci manca. In questo caso tendono a prevalere l’abitudine e l’inerzia.
    Questo non significa che il contante debba essere ritirato dal mercato (non lo è stato neanche in Svezia) ne che, nel passaggio, non si debba tener conto degli effetti traumatici che questo puó comportare nei confronti dei soggetti tipicamente più esposti. Esiste peró un comclamato gap evolutivo nei confronti di buona parte del resto del mondo che va colmato e questo implica necessariamente un’accelerazione da parte delle istituzioni e un quid di intraprendenza da parte dei cittadini, anche se anziani e tendenzialmente abitudinari.
    Ah… Non vorrei che mi fraintendesse: di anni io ne ho quasi 68, non sono laureato e non sono un informatico. Sono semplicemente un cittadino qualunque che ha compreso gli enormi vantaggi insiti nel web e cerca di approfittarne, talvolta anche con diletto; di sicuro con soddisfacenti vantaggi. Non si sottovaluti il fatto che la tecnologia, in particolare la branca della connettività, puó avere effetti liberatori avverso le degenderazioni della burocrazia e gli atteggiamenti, talvolta supponenti e arroganti, dei front-end di enti e servizi. Questa, per chi vive già una situazione di potenziale emarginazione sociale, io la considero una opportunità piuttosto che un handicap.

    1. Sig. Luigi Metassi, devo ringraziarla non una ma due volte.
      Un primo grazie è per aver presentato a me e a chi ci legge un quadro molto chiaro di come persone e nazioni evolvono sotto la spinta motrice della “necessità” (che lei richiama ben due volte nel suo commento) che “indirizza” e quindi comporta una forzatura “più o meno significativa sulle abitudini dei cittadini” come pure sul comportamento della nazione (es. la Svezia). Descrivendo ciò le assicuro che lei non ha affatto divagato dal tema dell’articolo. Al contrario. In maniera implicita l’ha azzeccato in pieno.
      E qui il mio secondo grazie, perchè mi dà la possibilità di toccare il tema dell’articolo in modo esplicito, richiamando la introduzione della nostra giornalista Erica Venditti: ‘Il Signor Perfetto vuole mostrare nel suo testo come il centro di elaborazione Dati, l’insieme di persone e tecnologie informatiche su cui si basano i servizi informatici, sia un modello in scala ridotta della nazione’.
      Vede, Sig. Luigi, si potrebbe prendere il suo commento così com’è, cambiando due sole parole (forse qualcuna in più, ma non importa) e applicarlo al Centro di Elaborazione Dati (Ced). Basterebbe cambiare “Svezia” con “Ced1” e “Italia” con Ced2” e la sostanza del suo discorso non cambierebbe per nulla.
      Nei Ced di piccole dimensioni, per esempio, diciamo di 50 persone, capita spesso che l’utente che ha un problema alla sua stampantina si rechi dal tecnico competente per descrivergli il suo problema. Magari quel tecnico che l’utente conosce non c’è e quindi un collega gli dice di scrivere una mail alla casella del gruppo dei tecnici in modo che se non c’è uno c’è un altro che prende in carico il suo problema. Ma l’utente risponde “non fa niente, tornerò quando lui rientrerà in ufficio. Il mio problema l’ha sempre risolto lui”. L’utente, essendo abituato ad interfacciarsi direttamente con la persona che conosce, non ha familiarità nell’impostare una mail (per quanto semplice possa essere) per esporre il suo problema. Ecco: questo è l’analogo dell’“anziano che preferisce dialogare col cassiere anziché col bancomat”.
      Il Ced aumenta di dimensioni, le persona diventano 100, trasloca dall’azienda di cui fa parte per trasferirsi a 30 km di distanza. L’organizzazione del Ced muta: tecnologicamente, organizzativamente, e culturalmente; i processi da manuali diventano automatizzati e guidati da un workflow. L’utente non potrà più andare di persona dal tecnico, ma dovrà interfacciarsi tramite una procedura, viene indirizzato, forzato a utilizzare un software, dovrà aprire un problema, un “ticket”. Tutti questi cambiamenti che investono i singoli e il Ced nel suo insieme comporta un cambio di mentalità: il “cambio di mentalità non è stato regolato dal succedersi delle generazioni bensì dalla necessità endemica del Ced” (ho solo sostituito, Sig. Luigi, la sua parola Paese con la mia parola Ced).
      Vede, Sig. luigi, ho solo presentato una piccolissima parte di analogia tra il Ced e la nazione. Ma le assicuro che i comportamenti degli utenti, dei computer e del management (di chi vive e lavora in un Ced) sono esattamente gli stessi comportamenti che hanno le famiglie, le imprese e il Governo (di chi vive e lavora in una nazione). le assicuro anche che il sistema di elaborazione dei dati è identico al sistema di produzione dei beni.
      Cosa vuol dire questo? Vuol dire che:
      1) i Ced evolvono in maniera più rapida di una nazione, e quindi è più facile studiare l’evoluzione di una nazione digitale analizzando come si è evoluto un Ced (ma anche vedendo dal vivo come si sono evolute le nazioni a più elevata densità digitale come la Estonia);
      2) si possono fare esperimenti di economia in condizioni vicine a quelle del mondo reale coinvolgendo 100, 1000, 10000 persone invece di 50 milioni.

  5. La tesi del Sig. Perfetto, da buon informatico, ha purtroppo dello scolastico e lo dico senza alcun intento denigratorio, sia chiaro. Sono concorde con lui che, come già in passato, la soluzione passo attraverso un approccio keynesiano del problema; una soluzione che possiamo sontetizzare nel perseguimento di un lavoro (stabile) e una pensione (certa e dignitosa) per tutti. A tale scopo è innegabile che, con gli opportuni accorgimenti già menzionati dal Sig. Perfetto, possa contribuire ampiamente la diffusione della tecnologia informatica e, per inciso, non darei memmeno eccessiva rilevanza al fatto che la popolazione anziana si dica scarsamente provetta nell’uso delle tecnologie. Popoli nordici, di radicata estrazione contadina e boscaiola, da decenni non mostrano alcuna difficoltà in tal senso e qui, da noi, sovente si lamentano difficoltà nell’uso delle carte di credito, salvo poi usare con estrema disinvoltura la social card. Il problema mi pare quindi essenzialmente di costume e i costumi si possono, anzi si devono, indirizzare.
    Nella disamona del Sig. Perfetto manca peró una variabile importante che, se omessa, finisce per inficiare il risultato.
    Le regole pensionistiche si inaspriscono ormai da un quarto di secolo almeno; per contro, in nome del ricambio generazionale, lo Stato non ha mai fatto mancare alle aziende (se mai ne avessero avuto bisogno) gli strumenti atti a liberarsi del personale in eccesso o semplicemente anziano o incompatibile col progresso tecnologico. Ricambio generazionale? Se si esclude il precariato (sovente anche estremo) in una percentuale che non supera mai quella di un assunto contro tre licenziati, se si escludono i lavoratori a 2 euro/ora e altre forme di sfruttamento, non credo di sbagliare nel sostenere che siamo a zero.
    D’alto canto, la ragione è molto semplice: la globalizzazione ha portato aziende e produzione la dove la manodopera costa appunto 2 euro/ora e anche meno, dove non esistono diritti e non è disdicevole sfruttare il lavoro minorile.
    L’Italia è ormai un paese deindustrializzato e prossimo alla balcanizzazione del lavoro. Ben venga quindi l’informatizzazione del Paese ma se pensiamo che il problema consista solo nell’effecientare lavoro e controllo dello Stato senza pensare a far rientrare le opportunità di lavoro prettamente di manovalanza, il rimedio rischia di rivelarsi peggiore della malattia. Non dimentichiamo mai che, per uscire dalla Grande Crisi, Roosewelt non disdegnó di far scavare buche al mattino per riempirle la sera e che, interrotto il programma anzitempo, la crisi si ripresentó più virulenta che mai e fu poi l’industria bellica a risolvere il problema.
    In sintesi e con una venatura ironica, direi: scaviamo buche sotto l’egida dello Stato finchè siamo in tempo perchè, l’alternativa poi saranno le armi e le armi, come tutti i prodotti manufatturieri, sono soggette ad obsolescenza, usura e comunque impegnano aziende alle quali poi va garantita la continuità. Se a questo si affianca un sociale tecnologicamente avanzato, sarà il benvenuto e personalmente lo auspico.

    1. Get.le Sig. Luigi Metassi, il suo commento è talmente ben articolato che mi ha incuriosito.
      Il panorama che lei osserva volando con la sua Fenice è lo stesso che osservo anch’io viaggiando in metro: non è detto che la popolazione anziana sia scarsamente provetta nell’uso delle tecnologie (carte elettroniche, smartphone, ticket fai date, e quant’altro).
      C’è, però, una parte della popolazione anziana (e credo che sia la maggior parte) in cui è presente un’accentuata esitazione all’uso delle tecnologie.
      Mio fratello cassiere di banca, per esempio, mi faceva osservare che è impossibile eliminare il contante, perché c’è ancora tantissima gente per la quale i soldi sono quelli di carta, e inoltre preferiscono rivolgersi al cassiere piuttosto che al bancomat. E qui mi sento di condividere la sua osservazione che si tratta “essenzialmente di costume e i costumi si possono, anzi si devono, indirizzare”. Ci vuole un “cambio di costume”, un “cambio culturale”. Ma la cultura cambia quando a una generazione ne subentra un’altra.
      Tempi lunghi.
      Lei osserva: “popoli nordici, di radicata estrazione contadina e boscaiola, da decenni non mostrano alcuna difficoltà” nell’uso delle tecnologie. I popoli nordici forse no; ma l’Italia forse sì.
      Non saprei dirle se anche l’Estonia abbia una radicata estrazione contadina e boscaiola, ma posso dirle per certo che l’Estonia è il Paese più avanzato al mondo in tema digitale, e aveva persino in progetto il varo di una propria moneta digitale (la criptovaluta Estcoin – più che altro un “token”, un “gettone”), progetto, però, drasticamente bocciato della Bce. (https://it.euronews.com/2017/09/07/estonia-draghi-nessun-paese-ue-puo-varare-moneta-propria).
      “Nessun commento, invece, riguardo le ipotesi Italiane sul possibile varo di una seconda valuta destinata alla circolazione interna.” (vorrei aggiungere, come semplice nota, che anche nel mio libro, citato nell’articolo pubblicato su questo sito, viene proposta l’adozione di una moneta digitale di Stato destinata alla circolazione interna).
      Quindi, Sig. Luigi, è vero che alcuni popoli nordici non hanno alcuna difficoltà a utilizzare le tecnologie (e in particolare quelle digitali), ma l’Italia non rientra nel perimetro dei Paesi “nordici” cui sia lei che io forse ci riferiamo. Si può dire che in Italia la “trasformazione digitale” (intesa in termini tecnologici, organizzativi, culturali, sociali) sono ancora in una fase iniziale, per cui è difficile poter dire se gli italiani stanno incontrando difficoltà che i popoli nordici invece mostrano di non avere. Io penso, invece, che non si potrà parlare di una vera difficoltà, dal momento che la trasformazione non avverrà in maniera veloce ma progressiva, come è avvenuta con l’utilizzo diffuso dello smartphone.
      Nella sua affermazione “Nella disamina del Sig. Perfetto manca però una variabile importante che, se omessa, finisce per inficiare il risultato” presumo che tale “variabile importante” possa essere la “globalizzazione” di cui lei parla poco dopo. Se è così, le dico che la globalizzazione da “soluzione” per le imprese è diventata “problema” per i lavoratori. Automazione e disintermediazione sono opportunità per la produzione e minacce per l’occupazione. Questo vale anche per la globalizzazione, come lei giustamente ha messo in evidenza in modo chiaro.

  6. Ma per favore fate andare in pensione la gente anche con 35 anni di contributi e con qualsiasi età possibilmente partendo da 60 anni. D’altra parte sono contributi versati dai lavoratori mica lo Stato ti regala niente. Non capisco quanto tutti questi scienziati e solini della sinistra dicono che non ci sono i soldi. Ma i soldi versati ogni mese che tutti i lavoratori hanno messo da parte dove sono andati a fine con il ragionamento che fanno questi signori tipo la Prof.ssa Fornero che ha rovinato la vita a migliaia di lavoratori costringendoli senza pensione per diversi anni e facendo almeno 6-7-8 salvaguardie?
    La gente deve potere avere il DIRITTO ad andare in PENSIONE già con almeno 35 anni di contributi e 60 anni di età. Solo così i giovani possono sostituire che va in Pensione dato che la disoccupazione specie al SUD è da cifre raccapriccianti. Ci hanno portato alla povertà con le ruberie e con leggi imbroglia Poppolo e adesso cercano le briciole da togliere ai lavoratori onesti che hanno lavorato da una vita. Queste cose devono dire e scrivere specialmente nei programmi TV e nei salotti Sindacali.
    P.S. I Sindacati soprattutto CGIL CISL E UIL hanno rovinato i lavoratori Italiani dal dopoguerra ad oggi!!!!!

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