Riforma Pensioni 2020 ultime oggi 19 gennaio, parla ministro Catalfo

Pensioni ministro nunzia catalfo

Il prossimo 27 gennaio il Ministro del Lavoro Nunzia Catalfo incontrerà i sindacati per un tavolo di confronto su come superare la legge Fornero e portare avanti la riforma delle Pensioni, pensando anche a cosa fare quando la misura di quota 100 andrà in scadenza. Vediamo le sue parole e quelle del leader della CGIL Maurizio Landini.

Ultime novità Pensioni 2020: Catalfo sul percorso di riforma della Fornero

COme riporta la nota stampa di Teresa Ciliberto per Alanews ecco le parole del Ministro del Lavoro e la sua apertura per una riforma delle Pensioni, dopo un confronto con gli esperti in materia previdenziale e i sindacati: “Il 27 gennaio ci sarà il tavolo con i sindacati per riavviare il confronto sulle pensioni,. Oltre al tavolo ci sarà una commissione di esperti, che sto nominando, proprio per accompagnare il percorso di riforma della Fornero.

È chiaro che non ci possono essere soluzioni a scatola chiusa ma in base alle proposte che ci saranno al tavolo ed allo studio che questa commissione di esperti porterà avanti”. Lo ha affermato la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali a margine dell’iniziativa organizzata dalle Acli e dedicata al progetto ‘WelfareLab’ sul contrasto alla povertà, sottolineando l’azione positiva svolta dal terzo settore. 

Riforma Pensioni 2020, le parole di Landini a RadioArticolo1

Intanto, dopo il primo confronto sulla riduzione del cuneo fiscale avvenuto con il Governo il diciassette gennaio scorso ha parlato a RadioArticolo1 (la radio ufficiale del sindacato) dicendo che Dopo tanti anni c’è un provvedimento che vede l’aumento del netto in busta paga e la riduzione delle tasse sui lavoratori dipendenti: chi aveva il bonus ne vedrà aumentata la cifra da 80 a 100  euro mensili, poi ci sono 4 milioni e mezzo di lavoratori con un reddito da 25 mila fino a 39 mila euro che vedranno crescere le detrazioni e quindi il netto in busta paga. È un inizio, non abbiamo risolto tutti i problemi, ma sicuramente la strada è quella giusta”. Poi sul confronto che inizierà la settimana prossima dice: “Bisogna cambiare la Fornero; dare una prospettiva ai giovani; riconoscere il lavoro delle donne e quello gravoso. E poi occorre discutere di Mezzogiorno, rinnovare i contratti nazionali di lavoro e aumentare i salari. Per queste ragioni, abbiamo chiesto all’Esecutivo di detassare gli aumenti contrattuali e un impegno sulle assunzioni. Andiamo avanti. Come abbiamo visto la lotta paga, stiamo uniti, è il momento di portare a casa dei risultati per cambiare questo Paese” .

Contento anche il leader Carmelo Barbagallo che ha dichiarato: “Siamo partiti con il piede giusto: si allarga la platea, si mantiene il bonus, si introduce il ragionamento sulle detrazioni. Quest’incontro – ha aggiunto – per noi rappresenta il primo step di una riforma fiscale complessiva. Serve ora ridurre le tasse anche ai pensionati e rendere il prelievo fiscale coerente con il principio costituzionale della progressività”. Inoltre, ha concluso, “vanno attivati tutti gli altri tavoli sugli altri capitoli della piattaforma”.

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7 commenti su “Riforma Pensioni 2020 ultime oggi 19 gennaio, parla ministro Catalfo

  1. Il Ministro Catalfo deve inserire nei tavoli delle trattative anche capillari controllo sulle frodi dei pensionati che risiedono all estero in maniera fittizia di cui mai si parla che frodano lo Stato non risiedendo i canonici 181 giorni nel paese estero esempio il Portogallo dove non ci sono controlli e dove con la connivenza del console locale basta recarsi un giorno al consolato e firmare la presenza e poi ripartire il giorno dopo. L INPS controlla tutto questo? Si occupa solo delle pensioni in Italia ma di questa frode chi se ne occupa? Vecchi di 80 anni che partono dall Italia e si recano a Porto firmano e poi ripartono…controllate le presenze e le firme, quanto ci stanno e quando ripartono…controllate i primi di febbraio di quest anno ad esempio, le vedrete le sorprese.
    Frodano lo stato usufruendo della Sanitá italiana nonostante risiedono all estero sulla carta perchè in realtà vivono in Italia vanno solo a firmare la presenza come se avessero risiediuto davvero 181 giorni. Le voci corrono…gli amici degli amici degli amici riferiscono questo malcostume e nessuno controlla. Invece chi vuol diventare pensionato in Italia con 42 43 44 anni si vede costretto a patire angherie, i 41 anni non li concede nessuno ancora e ci minacciano col contributivo e i diritto acquisiti non si rispettano mai. Ricordatevi che esistono le pensione baby. Non si puo tollerare che esistono persone che prendono 1000 euro al mese con 15 anni di contributi da piu di 30 anni mentre chi ha 41 e più di lavoro riceve minacce di contributivo o altro e le donne devono accettare l iniqua opzione donna dopo aver servito lo stato lavorando e sostenendo il welfare.

  2. Signor Claudio Maria Perfetto,
    tutti i ragionamenti (i suoi e ancora di più quelli dei politici) sono viziati da un errore di fondo: cosa c’entra l’INPS (o meglio la parte pensionistica dell’INPS) con il debito pubblico?
    Il debito pubblico nasce e si incrementa principalmente per la mala gestione dei fondi pubblici, per gli sprechi, per le emergenze e per il mantenimento di un apparato pubblico inefficiente allo stremo. E non parlo del Parlamento, che sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, ma sulla giustizia in primis e poi sulla scuola, la sanità, l’esercito…
    Che lo Stato debba erogare annualmente all’INPS una bella fetta di miliardi (mi sembra circa 120 all’anno) non deriva dal fatto che i contributi non siano sufficienti o che non si possa trovare un equilibrio per renderli tali, ma dall’onere accessorio di mille e mille capitoli di spesa che nulla o quasi hanno a che fare con i contributi dei lavoratori.

    Detto questo io mi rifiuto di considerare come positivo qualsiasi compromesso che veda i lavoratori come bancomat dell’inefficienza statale.
    Si stabilisca il principio generale che riguarda il solo comparto pensioni, il resto va stralciato perché non c’entra nulla di nulla!
    Si pagano i contributi per avere una entrata nel momento in cui si decide di ritirarsi. Va bene mettere dei paletti minimi, ma in ogni caso il principio dovrebbe essere: tanto hai versaato = tanto ti sarà dato di pensione.
    Basta vincoli di età, di contribuzione, di coefficienti, di… quello che si vuole!

    1. Sig Salvatore (Primo), il debito pubblico con le pensioni invece c’entra.
      Non c’entrerebbe se l’Italia avesse la propria moneta, perché potrebbe fare tutto il debito che vorrebbe e stampare tutta la moneta che vorrebbe per finanziare quel debito.
      Ma l’Italia non ha la propria moneta, ha stretto un Patto con altri Paesi dell’Eurozona e deve rispettare il rapporto debito/Pil. In altre parole, il debito può crescere solo se il Pil cresce e, comunque quel rapporto dovrà scendere al 60% (il nostro rapporto è al 134%).
      Se per finanziare le pensioni la spesa pubblica sale e il debito pubblico sale, questo diventa un problema per l’Italia in quanto gli investitori istituzionali stranieri non comprerebbero più il debito italiano (loro comprano i BTP che rendono, e non i BOT che non rendono niente e che nemmeno gli italiani comrano più) e l’Italia si troverebbe in difficoltà. Rischierebbe il default e sarebbe costretta a ricorrere al salva-Stati (Meccanismo Europeo di Stabilità- MES), che impone requisiti strettissimi per ricevere aiuti (lo Stato potrebbe trovarsi persino nella necessità di arrivare a mettere sul tavolo i risparmi degli italiani per ripagare il proprio debito).
      Il vero problema del debito pubblico è che l’Italia ha bisogno degli investitori stranieri. Se gli italiani avessero fiducia nello Stato, e se lo Stato avesse la forza di emettere i BOT ad un tasso interessante per gli italiani (diciamo al +1,5% anziché a -0,2%), allora lo Stato potrebbe cercare di dipendere sempre meno dagli investitori esteri e quindi concentrarsi di più su quanto veramente ci sarebbe da fare in Italia, a cominciare dalle pensioni.
      Come può intuire, sig. Salvatore (Primo), la questione del debito pubblico è molto più complicata di quella delle pensioni. Se avrà voglia di cercare con google la parola “salva-Stati” potrà rendersi meglio conto di persona sotto quali tenaglie il Governo italiano si trova ad operare. Ecco perché gli è difficile intervenire sulle pensioni con il macigno del debito pubblico che ha (anche se vogliamo attribuire questo enorme debito alle inefficienze pregresse e correnti dello Stato, sta di fatto che c’è, e quindi l’Italia si trova in una posizione di estrema debolezza che non le consente nessun margine di manovra).
      Il Governo italiano dovrà trovare un’alternativa “internamente all’Italia” in modo da non dover dipendere in maniera così determinate dagli investitori stranieri. In fondo, sono questi investitori stranieri che oggi dettano la politica economia dell’Italia.

    2. Il vostro dialogo è viziato, in parte, da una conoscenza incompleta dei dati.
      1. SPESA PENSIONISTICA Per colpa dei criteri di classificazione, si ragiona sul dato lordo (290 mld circa) che – ha ragione Salvatore – include ben 90 mld di voci spurie: (i) in primo luogo, 58 mld di imposte, che è una partita di giro e perciò non ha alcun impatto sulla spesa; (ii) 20-25 mld di spesa assistenziale, che è a carico della fiscalità generale ed è quella che viene “rimborsata” dallo Stato all’INPS; e (iii) 10-15 mld di TFR. Al netto, il rapporto spesa pensionistica /Pil scende di 5 punti percentuali. Come conferma l’ultimo Osservatorio dell’INPS sulle pensioni, che attesta le seguenti cifre nette: 204 mld di spesa complessiva, di cui 183 delle gestioni previdenziali:
      «Le pensioni vigenti al 1° gennaio 2019 sono 17.827.676, di cui 13.867.818 di natura previdenziale (vecchiaia, invalidità e superstiti) e le restanti 3.959.858 di natura assistenziale (invalidità civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali). Nel 2018 la spesa complessiva per le pensioni è stata di 204,3 miliardi di euro, di cui 183 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali. È quanto emerge dall’Osservatorio sulle pensioni erogate dall’INPS che analizza i dati del 2018.»
      Il Pil 2018 è pari a 1.753 mld; 204,3 su 1.753 fa dunque l’11,6% e, soprattutto, 183 (cioè l’importo netto effettivo pagato dalle gestioni previdenziali dell’INPS) su 1.753 è pari al 10,4%, ben lontano dalla percentuale sbandierata ufficialmente.
      2. DEBITO PUBBLICO Essendoci da 28 anni (tranne il 2009) un avanzo primario, il debito è cresciuto e cresce esclusivamente per colpa della spesa di interessi passivi, alta anche per colpa di tassi d’interesse doppio o triplo di quello francese e tedesco e ingiustificati in base ai fondamentali. E’ vero che in passato è cresciuto per colpa delle pensioni, ma ora non è più così; il sistema pensionistico, al netto delle voci spurie, è in equilibrio da un paio di decenni. Ci sono gli squilibri ma non nelle pensioni. Il prof. Pizzuti sostiene:
      «L’analisi storica dei bilanci del sistema pensionistico mostra che le consistenti riforme della prima metà degli anni ’90 furono più che sufficienti a recuperare gli squilibri finanziari accumulati negli anni precedenti. Già dal 1996, il saldo annuale tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali è tornato ininterrottamente in attivo e nel 2016 è stato di circa 39 miliardi, pari al 2,3% del Pil (Tab. 1).»
      3. DEBITO IMPLICITO Il sistema pensionistico determina, invece, un debito implicito, legato alle pensioni e all’equilibrio futuri. E ciò è legato alla sostenibilità del sistema previdenziale. A normativa vigente, dopo le 7 riforme dal 1992, il sistema pensionistico italiano è considerato a livello interno e internazionale tra i più sostenibili nel lungo periodo. E’ giusto eliminare le esagerazioni, stabilite dalla Riforma SACCONI (che quasi nessuno conosce), in primo luogo, e dalla Riforma Fornero, ma non bisogna pregiudicare l’equilibrio nel lungo periodo.
      4. AIUTI L’Italia finora non ha preso 1€ e ha dato 60 mld in “sostegno ai paesi UEM” (a titolo oneroso, ma con la Grecia ci perdiamo) e dà come contributo 4 mld netti l’anno all’UE. Se si fa il minimo sindacale, l’Italia non ha bisogno di nessun aiuto.

  3. Timeo Danaos et dona ferentes (temo i greci, e ancor di più quando portano doni).
    Il Governo avrà bisogno nel 2020 di trovare 20 miliardi per sterilizzare le clausole di salvaguardia Iva nel 2021, e al tempo stesso rinuncia alle entrate fiscali nel 2020 “facendo dono” del taglio del cuneo fiscale a 16 milioni di lavoratori dipendenti. Come conciliare queste due posizioni opposte tra loro?
    Caro Landini, non vorrei essere il Lacoonte della situazione, ma io andrei cauto nell’esternare soddisfazione per avere ottenuto “dopo tanti anni… l’aumento del netto in busta paga e la riduzione delle tasse sui lavoratori dipendenti” (parole di Landini).
    Cosa c’è dietro questa riduzione delle tasse per 16 milioni di lavoratori dipendenti?
    Le clausole di salvaguardia furono introdotte dal Governo Berlusconi IV (2008-2011) per avere dall’Unione Europea l’approvazione alle misure previste dalla sua Manovra.
    Da allora a oggi le clausole di salvaguardia sono diventate un grosso onere che grava sulle spalle delle varie generazioni governative: Monti, Letta, Renzi, Conte.
    Fu il Governo Monti nel 2011, con il decreto Salva Italia, a trasformare le clausole di salvaguardia in aumento delle aliquote Iva per far fronte a una crisi finanziaria che si era notevolmente aggravata e che vedeva il debito pubblico a 1851 miliardi di euro nel 2010.
    Il Governo Letta non ce la fece a disinnescare le clausole di salvaguardia e ci fu un ulteriore aumento dell’aliquota ordinaria dell’Iva.
    Il Governo Renzi ha introdotto un aumento progressivo delle aliquote Iva e delle accise sui carburanti.
    Il Governo Conte si trova oggi con il problema di trovare il modo per sterilizzare le clausole di salvaguardia Iva per gli anni 2021 e 2022 (eredità dei governi precedenti).
    Il Governo che sarà in carica nel 2021 si troverà ancora una volta a dover chiedere fiducia all’Unione Europea e, per risultare credibile con un debito pubblico a 2445 miliardi di euro, dovrà fare come ha fatto il Governo Monti: con un decreto Salva Italia 2 trasformare le clausole di salvaguardia in aumento delle aliquote Iva.
    Quindi, caro Landini, il “dono” del governo Conte servirà per compensare l’aumento dei prezzi al consumo derivante dall’aumento delle aliquote Iva che ci sarà nel 2021 (mia riflessione: il Governo Conte, introducendo il taglio del cuneo fiscale nel 2020, ha già maturato l’intenzione di fare aumentare l’Iva nel 2021 al Governo che ci sarà).
    Landini si propone ora: “Bisogna cambiare la Fornero; dare una prospettiva ai giovani; riconoscere il lavoro delle donne e quello gravoso”.
    Caro Landini, questo sarò possibile farlo, ma a una condizione: portando come proposta quella di lasciare aumentare l’Iva nel 2021 e destinare quei 20 miliardi che sarebbero serviti per la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva al finanziamento di Quota 41, Quota 100 e Opzione donna. In altre parole al finanziamento di “Quota 100 libera senza vincolo di età”.
    Con i soldi per sterilizzare l’Iva nel 2021 si finanzierebbero le pensioni, mentre i soldi che sarebbe serviti per sterilizzare l’Iva deriverebbero dalle imposte che verranno versate dai giovani nuovi occupati e dal maggiore gettito derivante dalla maggiore quantità di produzione.
    Questa sarebbe una proposta che io credo risulterebbe credibile sia per il Governo che per l’Unione Europea.

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