Riforma pensioni 2020, ultimissime al 16 settembre: l’appello dei lavoratori ai sindacati

Le ultime novità sulla riforma delle pensioni al 16 settembre 2020 riguardano la riapertura del cantiere previdenziale, oggi pomeriggio é infatti fissato l’incontro tra Governo e sindacati; i temi che verranno portati al tavolo di confronto e saranno oggetto di discussione ci sono già stati anticipati dal segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli nell’intervista in esclusiva che ci ha rilasciato ieri e di cui le siamo grati. Dopo la pubblicazione dell’articolo moltissimi lavoratori ci hanno scritto commentando sul sito ed in privato pregandoci di dar voce alle loro rimostranze, nella speranza che all’incontro col Governo qualcuno tenga in conto anche delle loro richieste. Riportiamo alcuni commenti giacché ben riassumono i desiderata maggiormente comuni. Le richieste predominanti restano: una flessibilità in uscita a partire dai 60/62 anni che lasci libera scelta al lavoratore se ritirarsi o meno, la quota 41 indipendentemente dall’età anagrafica, una distinzione tra lavori più o meno gavosi che tenga in conto anche chi purtroppo ha già perso il lavoro e versa in condizioni di difficoltà non avendo sufficienti anni di contribuzione alle spalle. Di seguito voce ai lavoratori dunque e il loro appello ai sindacati affinché non accettino la proposta relativa alla Quota 102.

Riforma pensioni 2020, l’appello a Ghiselli: non accettate quota 102!

Carlo: “Per ora ho soprattutto una cosa da chiedere a Ghiselli: comunque sia, NON accettate “proposte indecenti” come Quota 102 con 38 anni di CONTRIBUTI MINIMI e analoghe “soluzioni” RIGIDE, molto “sponsorizzate” da alcune parti nelle ultime settimane. Perchè NON c’è bisogno di una “Quota 100 PEGGIORATA” e i 38 anni minimi sarebbero una presa in giro dato che già con Quota 100 quei 38 anni sono proprio ciò che ha impedito ai più di usufruirne.

NON abbiamo davvero bisogno di un’altra “riforma” RIGIDA che SULLA CARTA consenta di anticipare il pensionamento rispetto alla legge Fornero ma che NEI FATTI NON LO CONSENTE ad un numero enorme di pensionandi.

NON abbiamo bisogno di “finte vittorie” sul presunto “superamento della Fornero”, se no si fa come Salvini con la propaganda trionfalistica su Quota 100. Quota 100 che non è stata tutta sbagliata ma che è stata una via di uscita per troppo pochi pensionandi e non per quelli che ne avevano più bisogno, ovvero non per quelli arrivati a 62 anni con buchi contributivi e perciò con l’agghiacciante prospettiva forneriana di dover restare al lavoro fino a 67 anni (anche perchè a loro non interessa neppure una Quota 41, perchè non ci arriverebbero comunque o ci arriverebbero quasi ai 67!).

C’è invece bisogno di VERA FLESSIBILITA’, dove il lavoratore può SCEGLIERE se anticipare accettando di prendere un assegno un pò minore (tutto da discutere su quanto, come e perchè), e di forme di ACCOMPAGNAMENTO ALLA PENSIONE per i lavoratori più fragili, sia per motivi di usura fisica, di malattia ma anche di disoccupazione in tarda età, tipo l’estensione e la resa permanente dell’Ape Sociale. Ma queste cose penso che Ghiselli le sappia molto meglio di me. Molto bene la notazione di Ghiselli sull’oggettiva disparità di trattamento tra i lavoratori delle grandi aziende, che possono usufruire di prepensionamenti concordati, e quelli delle piccole aziende che non lo possono fare. E’ una delle tante disuguaglianze che andrebbero eliminate (a maggior ragione in un sistema produttivo come il nostro, fatto per lo più da aziende medio-piccole)”

Emilio concordando in toto con Carlo scrive: “Carlo, che dire… novanta minuti di applausi. Mi ha tolto le parole dalla tastiera. Senza dubbio c’è necessità di un tetto massimo di anni di contribuzione e quota 41 è il minimo negoziabile, ovviamente senza penalizzazione alcuna. Per le donne si tratta di uno sconto irrisorio di 10 mesi rispetto alla fornero, per gli uomini è poco di più, mettere anche la più piccola penalizzazione vorrebbe dire nei fatti lasciare la fornero e sarebbe l’ennesima presa in giro ai lavoratori e lavoratrici. Oltre a quota 41, c’è bisogno di vera flessibilità, ma la ventilata quota 102 non deve nemmeno essere presa in considerazione, se già adesso 62+38 sono difficilmente raggiungibili perché troppo stringenti come requisiti, solo un provocatore potrebbe fare una proposta ancora più stringente. Basta leggere le decine di commenti che raccoglie questo sito per capire che a 60 anni una persona deve poter andare in pensione se lo desidera, per liberare il posto ai giovani che possono portare energia fresca per la crescita dell’economia di questo paese”.

Riforma pensioni 2020: Ok quota 41 e flessibilità dai 62 anni

Paolo dalla sua scrive: “Speriamo sempre in 41 per tutti per un equilibrio di ricambio Generazionale ed il superamento della Fornero i giovani dovranno essere loro i protagonisti per il Paese”

Uberto: “Bisogna dare la possibilità ai lavoratori di scegliere se andare o meno in pensione dopo una età certa stabilita al di là dei contributi versati. I 62 anni sono una età giusta per avere il tempo di godersi la vita dopo tanti sacrifici. Abbiamo già subito molte ingiustizie nel corso di questi ultimi anni, quando ho iniziato si andava in pensione con molti meno anni di contributi rispetto ad oggi, la gente andava in pensione a 50 anni e anche meno…bisogna che i sindacati facciano di tutto per tutelare i lavoratori di qualsiasi tipo, ogni lavoro ha i suoi disagi…non esistono lavori più duri di altri è un disagio anche fare i pendolari giornalmente o vivere lontano da casa per lavoro rientrando due volte al mese, è un altro tipo di fatica che alla lunga ti distrugge. Una ulteriore ingiustizia è aver dato la possibilità di lasciare il lavoro con quota 100 solo ad alcuni che la maturavano nel periodo sperimentale e poi decurtare gli importi o allungare l’età a chi purtroppo non è rientrato nel periodo”

Enzo: “Faccio un appello ai sindacati: nell’incontro di domani, per favore prendere in considerazione gli invalidi come me (e ce ne sono tanti) che con una invalidità superiore a 2/3 (nel mio caso 70%, ma inferiore al 74% che secondo l’INPS è il minimo per avere qualche agevolazione previdenziale), ora rimasto disoccupato per fallimento dell’azienda a 58 anni, 37 anni di contributi da lavoro con una salute precaria con anni di dialisi, trapiantato con terapia immunosoppressiva a vita, con altre patologie correlate e soprattutto in questo periodo di covid-19 in caso di contagio una maggiore probabilità di complicanze, anche fatali. Grazie e buon lavoro”.

Ci sembrava in un momento così delicato doveroso dal voce ai nostri lettori, che sono davvero molti e che ringraziamo per i preziosi spunti di riflessione. Confidiamo alcune proposte, talune per giunta in linea con le richieste dei sindacati, possano davvero avere un seguito nella prossima riforma delle pensioni.

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Erica Venditti

Erica Venditti

Mi chiamo Erica Venditti, classe 1981. Da aprile 2014 sono giornalista pubblicista Scopri di più

29 thoughts on “Riforma pensioni 2020, ultimissime al 16 settembre: l’appello dei lavoratori ai sindacati

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    17 Settembre 2020 in 15:54
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    Ma l’opzione donna verrà prorogata sino al 2023 ? Io non ho capito, qualcuno me lo può confermare e/o spiegare….Grazie

    Rispondi
    • Erica Venditti
      17 Settembre 2020 in 22:28
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      Nessuno a legiferato nulla…è stato un primo incontro

      Rispondi
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    17 Settembre 2020 in 14:02
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    Salve sono invalido al 100 per cento legge 104 comma 3 inabile lavorativo 30 anni di contributi come operaio e 53 anni di età ho fatto domanda di pensione di inabilità e mi sono licenziato per fine mese di settembre. Da giugno prendo un assegno ordinario di invalidita allegato chiedo quanto sono le trattenute IRPEF e il netto del assegno senza le tasse considerando che non lavoro quindi un netto del assegno e un possibile importo di pensione di inabilità grazie(ho un lordo del assegno ordinario di 1500)

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    17 Settembre 2020 in 11:59
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    Ci stanno ancora una volta prendendo per i fondelli.. Vedrete sarà l’ennesima “fregatura”.

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    17 Settembre 2020 in 11:36
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    Finalmente un articolo intelligente.
    Ma cosa pensate ? che tutti quelli che hanno fatto l’università l’hanno poi potuto riscattarla a peso d’oro ??
    Pensate che tutti quelli che hanno fatto l’università hanno poi trovato lavoro il giorno dopo la laurea ?
    In questo paese abbiamo la Casta degli intoccabili con i “diritti acquisiti” e gli altri da spennare e schiavizzare. Se vogliamo essere “pignoli”, i diritti si acquisiscono nel momento in cui ci si iscrive all’ INPS, non nel momento in cui si va a richiedere indietro quanto versato. Immaginate di andare in banca a chiedere di prelevare i vostri soldi e vi dicono che sono cambiate le carte in tavola e ora i soldi sono vincolati ….. è la stessa cosa …
    Per non parlare del fatto che chi ha versato 1 settimana di contributi a dicembre 1995 va in pensione a quasi 68 anni, mentre chi ha iniziato a lavorare la prima settimana del 1996 va in pensione a 64 anni. Quindi chi ha iniziato a versare contributi DOPO, va in pensione PRIMA !!! Alla faccia dell’equità della Legge.

    Rispondi
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    17 Settembre 2020 in 11:33
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    Finalmente un articolo intelligente.
    Ma cosa pensate ? che tutti quelli che hanno fatto l’università l’hanno poi potuto riscattarla a peso d’oro ??
    Pensate che tutti quelli che hanno fatto l’università hanno poi trovato lavoro il giorno dopo la laurea ?
    In questo paese abbiamo la Casta degli intoccabili con i “diritti acquisiti” e gli altri da spennare e schiavizzare. Se vogliamo essere “pignoli”, i diritti si acquisiscono nel momento in cui ci si iscrive all’ INPS, non nel momento in cui si va a richiedere indietro quanto versato. O forse pensate di andare in banca a chiedere di prelevare e vi dicono che sono cambiate le carte in tavola e ora i soldi sono vincolati ….. è la stessa cosa …
    Per non parlare del fatto che chi ha versato 1 settimana di contributi a dicembre 1995 va in pensione a quasi 68 anni, mentre chi ha iniziato a lavorare la settimana dopo va in pensione a 64. QUindi chi ha iniziato a versare contributi DOPO, va in pensione PRIMA !!! Alla faccia dell’equità della Legge.

    Rispondi
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    17 Settembre 2020 in 10:39
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    UNA CONSIDERAZIONE SULL’APE SOCIALE ( rimasta irrisolta ormai da oltre 3 anni)

    1. Sentenza “Martinez” C-449/16 della Corte Europea del 21 giugno 2017, per violazione del Reg. (CE) n. 883/2004 e della Direttiva 2011/98/UE, perché l’ANF (Assegno per il Nucleo Familiare) viene considerato dall’INPS una prestazione di “assistenza sociale”, invece che di “sicurezza sociale”.
    2. Ordinanza n. 182 della Corte Costituzionale del 30/07/2020, con cui si chiede alla Corte Europea di certificare che il cosiddetto “Bonus Bebè” ha le stesse caratteristiche della “sicurezza sociale” e non dell’assistenza sociale, come sostenuto dall’INPS.

    3. APE SOCIALE definita dall’INPS una prestazione di “assistenza sociale” e come tale sottratta all’applicazione del Reg. (CE) n. 883/2004, per quanto riguarda la totalizzazione dei contributi esteri e la compatibilità con una pensione estera.

    Ci sarà, prima o poi, qualcuno capace di far capire alle “menti illuminate” del’INPS la differenza tra “assistenza sociale” e “sicurezza sociale”?

    Grazie e saluti a chi vorrà inoltrare queste considerazioni alle aurorità competenti.

    Rispondi
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      17 Settembre 2020 in 11:40
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      Scrivo per mia madre , alla quale l’INPS ha revocato l’APE SOCIALE il giorno dopo che è diventata titolare di un pro-rata estero di 56,73 Euro mensili, così è rimasta senza pensione e senza lavoro (infatti per poter accedere all’Ape Sociale come “caregiver”, quale lei è per dover assistere il coniuge disabile, bisogna dimettersi da ogni attività lavorativa).
      Sembra di vivere in un Paese governato dall’INPS, visto che l’Istituto previdenziale è libero di scrivere le sue circolari interpretative come se fossero leggi dello Stato, senza che il Ministero del Lavoro faccia niente per correggerle.

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    17 Settembre 2020 in 10:02
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    UNA CONSIDERAZIONE SULL’APE SOCIALE (rimasta irrisolta ormai da oltre 3 anni):

    1. Sentenza “Martinez” C-449/16 della Corte Europea del 21 giugno 2017, per violazione del Reg. (CE) n. 883/2004 e della Direttiva 2011/98/UE, perché l’ANF (Assegno per il Nucleo Familiare) viene considerato dall’INPS una prestazione di “assistenza sociale”, invece che di “sicurezza sociale”.

    2. Ordinanza n. 182 della Corte Costituzionale del 30/07/2020, con cui si chiede alla Corte Europea di certificare che il cosiddetto “Bonus Bebè” ha le stesse caratteristiche della “sicurezza sociale” e non dell’assistenza sociale, come sostenuto dall’INPS.

    3. APE SOCIALE, definita dall’INPS una prestazione di “assistenza sociale” e come tale sottratta all’applicazione del Reg. (CE) n. 883/2004, per quanto riguarda la totalizzazione dei contributi esteri e la compatibilità con una pensione estera.

    Ci sarà, prima o poi, qualcuno capace di far capire alle “menti illuminate” del’INPS la differenza tra “assistenza sociale” e “sicurezza sociale”?

    Grazie e saluti a chi vorrà rivolgere queste considerazioni alle autorità competenti.

    Rispondi
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      17 Settembre 2020 in 10:34
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      Grazie Lidia per aver sollevato il problema, di cui sono una vittima diretta.
      APE SOCIALE incompatibile con una pensione estera di 40 Euro/mese e quindi APE SOCIALE immediatamente revocata dall’INPS.
      Tutti si dicono indignati per questa ingiustizia, ma nessuno fa niente per risolverla.
      Nemmeno la ex-On. Maria Luisa Gnecchi, oggi Vice-presidente dell’INPS, la quale si atteggiava a paladina dei diritti dei lavoratori contro gli abusi dell’INPS, quando era un a deputata PD.
      Gli stessi Sindacati se ne fregano, perché stanno caldeggiando un’Ape Sociale “strutturale” nella quale forse sarà finalmente eliminata l’incompatibilità con una pensione estera.
      Ma cosa sarà allora delle migliaia di pensionati/e che nel frattempo sono stati discriminati/e?
      Dovranno organizzarsi in una Class Action legale contro l’INPS?

      Rispondi
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    16 Settembre 2020 in 19:34
    Permalink

    60 anni senza penalizzazioni!
    Quota 100 non si tocca!

    Rispondi
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    16 Settembre 2020 in 14:28
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    Dottoressa Venditti, innanzitutto grazie davvero per il servizio che ci rende sul tema in questione.
    Vorrei porLe un quesito, anzi una richiesta se possibile da inoltrare a tutti gli interlocutori con cui riesce a interloquire e che nelle varie interviste si lasciano andare ad ipotesi di riforma senza mai spiegare una cosa a mio avviso fondamentale.
    So benissimo che sono idee/proposte che lasciano il tempo che trovano fin quando non si traducono in legge dello Stato, per cui le prendo per quelle che sono al momento…..parole in libertà.
    Però, c’è un però!
    Prendo ad esempio quanto affermato dal Presidente Damiano.
    Flessibilità in uscita dai 63 anni (e già non più dai 62 come ipotizzava anni fa) ma con penalizzazione del 2,8/3% per ogni anno che manca ai 67 di età.
    Ora, visto che il riferimento base sono i 67 di età, vorrei capire il discorso della penalizzazione, cioè se è singola o doppia.
    Andando in pensione con 63 (62 vecchia proposta già rimangiata) anni a prescindere dagli anni di anzianità di servizio che uno può avere, la pensione è già penalizzata: ho meno anni e interrompo la mia contribuzione.
    Mettendo come riferimento i 67 anni di età, oltre alla penalizzazione appena descritta, se mi si tolgono pure il 2,8/3% per gli anni mancanti ai 67 ponendo come base di calcolo quanto maturo a 63 anni e xx anni di anzianità la penalizzazione diventa doppia.
    Non so se sono riuscito a rendere l’idea, ma correttezza vorrebbe che il calcolo della penalizzazione del 2,8/3% venisse fatto sul presupposto che rimanessi al lavoro fino ai 67 anni e con relativi anni di contribuzione che (lavorando per chi lo ha il lavoro) continuerei a versare. Cioè: per chi lavora simulare l’importo derivante dal combinato età (67) + anni di contribuzione maturati sempre a quell’età; per chi non ha lavoro comunque considerare l’età di 67 anni e gli anni purtroppo immobili di contribuzione. Se così non fosse, la penalizzazione è doppia e questa supposta flessibilità sarebbe soltanto un invito a rimanere al lavoro o disoccupato (ancora più grave) fino allo sfinimento. Ora mi scuso per essere stato prolisso, ma onestamente non capisco (e non vale solo per Damiano, proposte simili o peggiori le ha ospitate su questo sito anche da altri personaggi) ma mai nessuno ha specificato la questione di cui sopra. RingraziandoLa ancora, Le sarei grato se potesse inoltrare questa richiesta di chiarimento
    Cordiali saluti

    Rispondi
    • Erica Venditti
      16 Settembre 2020 in 14:33
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      Proverò ad inoltrare Antonio la sua richiesta di specifica, anche s enon mi é chiarissimo in cosa consterebbe la doppia penalizzazione.

      Rispondi
      • Avatar
        16 Settembre 2020 in 14:45
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        Se il riferimento sono i 67 anni di età si dovrebbe calcolare come base sulla quale inserire l’ulteriore penalizzazione quanto si percepirebbe di pensione una volta raggiunti i 67 anni e xx anni di contribuzione. Se così non fosse la penalizzazione è doppia. Uscendo prima già prenderei di meno a prescindere da ulteriori penalizzazioni
        Un caro saluto

        Rispondi
        • Avatar
          16 Settembre 2020 in 16:50
          Permalink

          Ho capito cosa teme Antonio: Che una volta calcolato il suo assegno con una uscita anticipata la penalizzazione venga calcolata in seguito su quell’importo. In quel caso la penalizzazione sarebbe si doppia. No, Antonio. La penalizzazione è unica. Si calcola quando saresti dovuto andare in pensione con la Legge Fornero ( vecchiaia o anticipata ), quanto avresti preso in quel caso e su quella somma si effettuerà la penalizzazione dell 3% per ogni anno di anticipo.

          Rispondi
        • Avatar
          16 Settembre 2020 in 20:00
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          In effetti se vai in pensione prima comunque prendi meno soldi di contribuzione! Già lo stato risparmierebbe. Se poi ti riduce ancora di più la quota del 2.8 oppure 3 %. Fa cassa con i pensionati. Trovo corretto il suo ragionamento.

          Rispondi
          • Avatar
            16 Settembre 2020 in 20:03
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            Comunque sia il riferimento è sempre 67 anni per cui sempre di Fornero si tratta.

    • Avatar
      16 Settembre 2020 in 19:13
      Permalink

      Gentile sig. Antonio, temo che il suo timore sia fondato. Il calcolo della pensione è piuttosto complicato però cercherò di banalizzarlo un po per renderlo comprensivo. Per prima cosa se si andrà in pensione dal 2022 con la possibilità di lasciare il lavoro a 63 anni e ipotizziamo un taglio del 3% e diciamo con almeno 36 anni di contributi, stiamo parlando di un lavoratore che ricade nel calcolo cosiddetto “misto” in quanto al 31/12/95 non poteva avere certamente più di 18 anni di contributi versati se no ovviamente a quest’ora sarebbe già in pensione con la legge attuale. Quindi diciamo che nell’esempio usiamo un lavoratore, il sig. Mario Rossi, che ha iniziato a lavorare il 1° gennaio 1987 e che quindi al 31/12/2022 avrà accumulato i minimi 36 anni di contributi e entro tale data compirà pure i 63 anni richiesti.
      Supponiamo anche che il suo stipendio attuale sia di 24.000€ e sia rimasto costante durante tutto l’arco dei 36 anni (ovviamente nel 1987 quando ha iniziato a lavorare la cifra in valore assoluto era minore ma una volta rivalutata con gli opportuni coefficienti è diciamo di 24000€ costante per tutto il periodo).
      La pensione nel sistema misto si ottiene con una quota A calcolata come la media della retribuzione settimanale degli ultimi 5 anni (nell’esempio quindi (24.000*5/260)=461,54€ che poi va moltiplicata per un coefficiente e per il numero di settimane dall’inizio della carriera lavorativa fino al 31/12/92, quindi (461,54*312*0,00153)=221,54€ e questo è il primo pezzo della pensione.
      Poi c’è la quota B, che per semplicità diciamo che è sempre uguale a 461,54€ che bisogna moltiplicarla per le settimane lavorate tra il 1/1/93 e il 31/12/1995 e per un coefficiente quindi otteniamo (461,54*156*0,00153)=110,19€ e questo è il secondo pezzo della pensione e poi va aggiunta la quota contributiva dal 1996 al 2022. In questo caso avremmo un montante di 213840€ che per il coefficiente dei 63 anni (4,910% uso quello in vigore dal 2021) da un importo di 807,66€.
      Sommando i tre pezzettini si ottiene la pensione cioè 1139€ circa al mese.
      La penalizzazione del 3% per 4 anni ovviamente si applica alla parte retributiva quindi alla quota A e B che diventano rispettivamente 194,95 e 96,97 euro la parte contributiva rimane inalterata a 807,66€, quindi dopo il taglio l’assegno scende da 1139 a 1099€.
      Se lo stesso lavoratore avesse scelto di continuare fino ai 67 anni la parte A e B rimarrebbero praticamente identiche mentre la parte contributiva sarebbe più cospicua poiché il montante in virtù dei 4 anni di contributi in più sarebbe non di 213840€ bensì di 245520 ed inoltre il coefficiente di trasformazione dei 67 anni sarebbe del 5,575% contro il 4,910, quindi genererebbe una parte contributiva di 1052,90€ e tutto assieme assommerebbe a 1384€ circa.
      Quindi le cifre da confrontare sono 1099 vs 1384.
      Spero di essere stato chiaro nell’esposizione e utile.

      Rispondi
      • Avatar
        17 Settembre 2020 in 14:59
        Permalink

        La ringrazio molto per la delucidazione. Penso che i vari esponenti di ipotesi varie dovrebbero avere la buona creanza di illustrare in toto le loro proposte.
        Ancora grazie

        Rispondi
  • Avatar
    16 Settembre 2020 in 14:14
    Permalink

    Sono cieco parziale e solo per invalidita civile il 75% Ho dovuto dare dimissioni perché non ero in grado di svolgere più la mia mansione di pulitore, con 34 anni di contributi la pensione di vecchiaia a 67 anni ma scherziamo? Ho 56 anni.

    Rispondi
  • Avatar
    16 Settembre 2020 in 12:58
    Permalink

    Complimenti per il vostro sito ma vorrei che chiedete per me come mai un ex artigiano che ha dovuto chiudere nel 2014 con 39 anni versati ridotti a 35,5 da agenzia entrate disoccupato con 62 anni non può richiedere ne quota 100 ne il prossimo anno ape sociale con diabete mellito tipo 2 e c infartuato per ostruzione coronarica oltre ad altri problemi di salute . Grazie

    Rispondi
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    16 Settembre 2020 in 12:04
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    SOLO COSÌ I SINDACATI POSSONO RIACQUISTARE LA LORO CREDIBILITÀ!!!

    Rispondi
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    16 Settembre 2020 in 12:03
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    SOLO COSÌ I SINDACATI POSSONO RIACQUISTARE LA CREDIBILITÀ!!!

    Rispondi
    • Avatar
      16 Settembre 2020 in 16:06
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      Giusto!
      40 anni di lavoro bastano (in realtà sono già più di 40). È ora di fare uscire dal mondo del lavoro gli anziani e far posto ai giovani.
      GRAZIE ANTICIPATAMENTE.

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    16 Settembre 2020 in 12:01
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    In questo contesto riorganizzativo bisogna avere un occhio di riguardo per le donne che durante la carriera lavorativa hanno comunque partorito e cresciuto i figli, badato anziani, ecc. quindi sono sempre state gravate di due ruoli in contemporanea, a 60 anni una donna è arrivata, ha dato il meglio è ora che si riposi, che si goda i figli, ormai grandi , i nipoti , che stia con i propri anziani se ci sono ancora, che si dedichi ai propri interessi…non credo sia chiedere troppo dopo una vita di lavoro fuori e in casa!!!

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    16 Settembre 2020 in 9:52
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    Grazie tante Erica, e un grazie particolare a tutti i commentatori che su queste pagine, si fanno portavoce dei pressanti bisogni di una moltitudine di italiani, che in un momento delicato come questo, non possono rimanere inascoltati.

    Rispondi
    • Erica Venditti
      16 Settembre 2020 in 14:14
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      Grazie a voi Angela

      Rispondi
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    16 Settembre 2020 in 9:28
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    bisogna alleggerire i 38 anni contributivi soglia x cui a molti non ha dato la possibilità di accedere a quota cento x cui proporre quota 102 non cambierebbe gran che.ogni lavoratore superata la ragionevole età di 65 anni indipendentemente dai contributi maturati gli si dovrebbe dare la possibilità di uscire dal mondo lavorativo….speriamo che qualche soluzione simile possa venire fuori

    Rispondi

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