Riforma pensioni 2021, ultime al Governo: la proposta in 14 punti di Marino

L’anno 2021 sarà l’anno della nuova legge previdenziale. Intervistiamo pertanto Mauro Marino nostro esperto di economia e pensioni che collabora con diverse testate on line su temi economici e previdenziali e che gestisce il suo sito mauromarinoeconomiaepensioni.com/  che parla di questi argomenti.

Riforma Pensioni 2021 ultime notizie: interista a Marino

PENSIONI PER TUTTI: Caro Mauro, come dicevamo sopra l’anno 2021 sarà l’anno della nuova legge previdenziale. Come vedi la prossima legge sulle pensioni anche alla luce di questa terribile pandemia che ha sconvolto il nostro Paese?

MAURO MARINO: Purtroppo, come ho avuto modo di scrivere in diverse occasioni anche su “pensioni per tutti” vedo una situazione non rosea. Perché con la scadenza di quota 100 alla fine dell’anno 2021, con il Covid-19 che assorbirà gran parte dei fondi è molto difficile che si realizzi una legge che tenga conto degli ultimi esodati, di chi ha cominciato a lavorare giovanissimo, delle generazioni future, che sia flessibile e soprattutto che sia una legge duratura e con la certezza del diritto. Temo cioè una legge un po’ raffazzonata, fatta in fretta, con pochi soldi e non duratura.

PENSIONI PER TUTTI: Ma tu hai pensato ad una legge che sia perlomeno equilibrata e sostenibile dal punto di vista economico?

MAURO MARINO: Certamente io una proposta ce l’ho in mente e sarebbe una legge che, a mio parere, starebbe perfettamente in piedi dal punto di vista dei conti pubblici e che passerebbe anche il vaglio dell’Europa.

PENSIONI PER TUTTI: Beh, allora spiegacela per grandi linee. Quali sono le tue proposte. Come intenderesti sviluppare un tema così complesso.

MAURO MARINO: Io ti premetto che, per essere efficiente, questo impianto dovrebbe essere attuato nella sua completezza ma in questo sono pessimista. Temo cioè che per mancanza di fondi (causa Covid-19) e tempo e con la crisi di governo che si potrebbe prospettare nell’anno 2021 non sarà completamente realizzabile.

PENSIONI PER TUTTI: Bene, ce la spieghi almeno a grandi linee?

MAURO MARINO: Per prima cosa bisogna assolutamente separare assistenza e previdenza. Abbiamo detto decine di volte che in un paese civile l’assistenza deve essere assolutamente garantita a chi per varie ragioni non è in grado di provvedere alle proprie necessità, ma il costo non può in nessun modo gravare sul capitolo previdenziale.

Bisogna poi mantenere il sistema misto nel calcolo dell’assegno previdenziale. Sui giornali da un po’ di tempo a questa parte si sente troppo parlare di calcolare tutto l’assegno pensionistico con il sistema contributivo. Bisogna poi definitivamente chiudere la partita con tutti gli esodati che restano. La parola “esodato” deve essere bandita dal vocabolario italiano.

Abolire per sempre l’aspettativa di vita per poter andare in pensione sia per quella di anzianità che per quella di vecchiaia. Abolire per sempre quell’assurdo sistema delle finestre. Quando hai raggiunto i requisiti devi poter andare in pensione il giorno dopo. Attuare una parità contributiva per uomini e donne, riportando l’anzianità per tutti a 41 anni e 6 mesi.

Portare la pensione di vecchiaia a 66 anni. E per eliminare lo scalone di 4 anni che si verrebbe a creare (da 62 a 66 anni) introdurre la flessibilità a 63 anni. Questa flessibilità è attuabile con una penalizzazione del 2% per ogni anno di anticipo rispetto ai 66 anni. Per intenderci a 65 anni riduzione del 2% a 64 anni riduzione del 4% a 63 anni riduzione dl 6%. Rendere definitive per sempre (e non finanziabili di anno in anno) l’Opzione donna e l’Ape social.

Dare un fortissimo impulso alla pensione integrativa con il raddoppio dei benefici fiscali, con possibilità più estese di poter accedere a questi fondi in caso di necessità. Inoltre tutto questo Istituto deve essere sotto la sorveglianza continua di un istituto pubblico a garanzia di correttezza.

Dare ai dipendenti pubblici lo stesso trattamento in merito al TRF/TFS rispetto ai lavoratori privati. Possibilità quindi di chiedere l’anticipo per qualche necessità ed avere l’erogazione del TFS/TFR entro sei mesi dalla cessazione del rapporto del lavoro. Porre particolare attenzione ad uscite anticipate per casi particolari di malattia e invalidità. Abolizione per sempre dei coefficienti di trasformazione.

Estensione per i pensionati della no tax area elevandola ad almeno 12.000 €, eliminazione per i pensionati delle addizionali regionali e comunali ed indicizzazione delle pensioni all100% per effetto dell’inflazione reale. Secondo me è una legge equilibrata che rispetta il bilancio dello Stato e può soddisfare i lavoratori.

PENSIONI PER TUTTI: Mauro vedo che hai messo molta carne al fuoco.

MAURO MARINO: E’ vero gli argomenti sono tanti e anche complessi. Ma preparare una legge previdenziale necessita del suo tempo e della necessaria consultazione. Non può essere realizzata come la legge Fornero in venti giorni con le storture che tutti conosciamo. Questo sarebbe l’impianto della legge poi, ovviamente, bisognerebbe discutere punto per punto per far sì che il tutto fosse realizzabile. Quello che ci tengo precisare è che bisogna assolutamente che la legge sia duratura e con la certezza del diritto. I cittadini hanno diritto ad avere una legge chiara, semplice e duratura per poter organizzare la propria vita.

Quello che mi farebbe piacere e che grazie e voi questa mia proposta, ovviamente perfettibile, possa essere portata all’attenzione anche delle Organizzazioni Sindacali e perché no anche degli organi istituzionali per essere discussa e migliorata.

Ringraziamo moltissimo Mauro Marino per la sua disponibilità e per la chiarezza delle sue esposizioni e speriamo di averlo ancora con noi in un futuro prossimo.

Stefano Rodinò

Stefano Rodinò

Classe 1981, ho studiato scienze politiche ad indirizzo Comunicazione Pubblica. Scopri di più

8 pensieri riguardo “Riforma pensioni 2021, ultime al Governo: la proposta in 14 punti di Marino

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    2 Gennaio 2021 in 16:42
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    Carissimo MARINO, sono concorde con i tuoi argomenti, purtroppo l’ultimo argomento che hai toccato è lo scoglio più duro da oltrepassare: …… TUTTI gli enti previdenziali che non stanno più dalla parte deli
    operai…….e quindi è detto tutto.

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    2 Gennaio 2021 in 10:56
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    Il sig. Mauro Marino afferma un principio assolutamente fondamentale e condivisibile quando dice “Quello che ci tengo precisare è che bisogna assolutamente che la legge sia duratura e con la certezza del diritto. I cittadini hanno diritto ad avere una legge chiara, semplice e duratura per poter organizzare la propria vita.” E aggiunge un’altra considerazione condivisibile “Questo sarebbe l’impianto della legge poi, ovviamente, bisognerebbe discutere punto per punto per far sì che il tutto fosse realizzabile.”
    Tralascio quindi tutti i punti con cui concordo al 100%, e concentro le mie considerazioni su alcuni aspetti del suo ragionamento.
    1) “Bisogna poi mantenere il sistema misto nel calcolo dell’assegno previdenziale.”
    Purtroppo è già deciso per i lavoratori che hanno iniziato dopo il 31/12/95 che il loro assegno sarà calcolato con il sistema totalmente contributivo, e nel 2038 ciò sarà a pieno regime, e se siamo d’accordo che la legge sia duratura non si può prescindere da questo fatto. Da un punto strettamente “previdenziale” il sistema contributivo è corretto poiché tot hai versato e tot riceverai di pensione. Sappiamo però che un sistema previdenziale ingloba in sé anche componenti assistenziali, che come è stato detto anche dal sig. Mauro e sulla qual cosa concordo al 100% devono essere separate.
    Quindi per me “l’impianto di una buona legge” previdenziale “duratura” dovrebbe basarsi necessariamente sul sistema contributivo perché si autosostiene economicamente, mitigata con componenti assistenziali da “discutere” tenendo conto dei dati di bilancio pro tempore. Ad esempio posto un limite minimo di 30 anni di contribuzione per ogni anno in più che ti fermi al lavoro ti corrispondo un 1% in più di pensione rispetto a quanto il calcolo contributivo ti darebbe. Essendo questa quota aggiuntiva “assistenza” e non “previdenza”, quindi a carico della fiscalità generale, ad esempio l’1% può diventare un 1,5% se il bilancio è buono e i conti vanno bene altrimenti potrebbe diventare anche uno 0,5%, fermo restando il diritto certo di potersi pensionare sempre e comunque col calcolo contributivo che è un diritto che ho poiché ho contribuito a pagarlo fino all’ultimo centesimo di €.
    In questo periodo di transazione (fino al 2038) io propenderei per una libera scelta all’adesione a questo sistema di calcolo, un po’ come avviene ora per “opzione donna”, se sei donna ti fai 41 anni e 10 mesi più una finestra di 3 per andare in pensione però se liberamente scegli il contributivo a 58 anni puoi lasciare (sempre che hai almeno 35 anni di contributi, anche se secondo me questo paletto andrebbe assolutamente abolito e poi spiegherò il perché)
    2) “Attuare una parità contributiva per uomini e donne, riportando l’anzianità per tutti a 41 anni e 6 mesi.”
    41 anni e 6 mesi sono inaccettabili, troppi. Se fino al 2019 la speranza di vita rispetto al 1992 è cresciuta di meno di 6 anni adesso è ipotizzabile che sia si e no attorno ai 5 (vedi pandemia), quindi 40 sarebbe più corretto, so anche che la giustizia e la correttezza non sono di questo mondo, e considerato che ormai è accettato da tutti la quota 41, facciamo 41 ma non un solo minuto in più. In virtù del fatto che tutta la vita media in più guadagnata in questo periodo, attuando quota 41, non sarebbe goduta perché versata sul fronte del lavoro e non del tempo libero, non è pensabile nemmeno dover lasciare dell’altro sul tappeto per ottenerlo, quindi in questo caso avanti tutta col calcolo “misto”. Trovo inaccettabile la doppia penalizzazione, ti tolgo tempo libero aumentando i requisiti per accedere alla pensione (da 35 anni a 43) e in più ti tolgo anche soldi (dal retributivo al contributivo passando per il misto), o l’una o l’altra cosa. Per tale ragione prima dicevo che in opzione donna va tolto il paletto dei 35 anni di contribuzione, perché le signore sono già penalizzate dal calcolo quindi il legislatore non può pretendere di aggiungere ulteriori restrizioni.
    3) “Portare la pensione di vecchiaia a 66 anni. E per eliminare lo scalone di 4 anni che si verrebbe a creare (da 62 a 66 anni) introdurre la flessibilità a 63 anni. Questa flessibilità è attuabile con una penalizzazione del 2% per ogni anno di anticipo rispetto ai 66 anni. Per intenderci a 65 anni riduzione del 2% a 64 anni riduzione del 4% a 63 anni riduzione dl 6%. Rendere definitive per sempre (e non finanziabili di anno in anno) l’Opzione donna”
    Questo punto non mi piace affatto, non risolve un problema di fondo che è anche la critica principale alla cosiddetta quota 100, a 63 anni posso lasciare il lavoro magari con 34 anni di contributi e una penalizzazione del 6% ma a 62 ad esempio lavoro ancora se ho 38, 39 o 40 anni sul groppone. Poi per quale ragione se a 63 anni con un 6% di penalizzazione posso lasciare e invece non posso farlo a 62 con l’8% o a 61 col 10%? Se io liberamente accetto questo taglio non vedo perché non posso concedermi la libertà di avere 2 anni in più di vita da godere magari con i miei nipotini.
    L’ho detto più volte per me la soluzione è la libertà di scelta del lavoratore che se liberamente accetta il ricalcolo contributivo può pensionarsi tra i 58 anni (limite minimo di opzione donna e tra le altre cose renderebbe strutturale la misura, ed inoltre è l’età indicata dall’istat come aspettativa in vita in buona salute) e ad esempio i 66 proposti dal sig. Mauro, sono sempre favorevole ad aggiungere dei correttivi “assistenziali” a questa formula, su questo si può aprire una lunghissima discussione su quali siano i migliori e possibili con le risorse disponibili. Infatti penso sia migliore la via di dare delle agevolazioni a chi si vuole fermare più a lungo che introdurre un sistema di disincentivi per non andarsene.

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      10 Gennaio 2021 in 12:28
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      Concordo con il pensiero del Sig. Emilio, aggiungo al suo il mio.
      La possibilità di riscattare i buchi contributivi per i lavoratori assunti prima del 1/1/1996, oggi concessa solo con la legge “”Pace contributiva” ai lavoratori assunti dal 1/1/1996.
      Se volontariamente il lavoratore decidesse di trasformare i versamenti retributivi in contributivi, anche se potrebbe sembrare onerosa e penalizzante, perché non può riscattarsi i periodi ante 1/1/1996?
      Chiaramente dipende da quanti periodi non lavorativi si riscattano, perché esistono lavoratori, con pochi anni versati prima del 1/1/1996.
      Comunque, c’è stato un boom di domande per il riscatto delle lauree e dei buchi contributivi con la legge “Pace contributiva”.
      Se i lavoratori hanno risposto bene a questa legge, anche in periodi lavorativi non eccezionali, perché non dovrebbe essere estesa anche a periodi ante 1/1/ 1996?
      Ripeto i versamenti sono VOLONTARI e
      per i lavoratori che vogliono aumentare il loro montante contributivo, potrebbe essere una opportunità e una libertà di decidere cosa fare per la propria situazione futura pensionistica.
      Ci vuole più flessibilità, senza grossi vincoli o paletti di sorta.
      Nessuna costrizione, ma deve essere il lavoratore a decidere quando e con quale legge può andarsene in pensione

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    1 Gennaio 2021 in 18:57
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    Accettabili anche queste proposte, piuttosto che strane formule penalizzanti, vanno bene anche queste…

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    1 Gennaio 2021 in 18:34
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    Ma per la separazione tra previdenza e assistenza non c’è già l’articolo 37 della legge 9 marzo 1989 n. 88?

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    1 Gennaio 2021 in 12:05
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    avete rovinato l’italia voi e queste riforme pensionistiche che cambiano in continuazione

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