L’editoriale del Prof Giuliano Cazzola: ” Il prossimo 10 giugno la Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip) presenterà il rapporto sull’attività del 2021. Il settore della previdenza privata a capitalizzazione è un po’ abbandonato a se stesso, dopo le misure adottate nel 2007 circa il conferimento del tfr come principale fonte di finanziamento a disposizione di tutti i lavoratori dipendenti. La normativa in vigore prevede che il lavoratore dipendente del settore privato disponga di diverse opzioni riguardo alla destinazione delle quote maturande di Trattamento di Fine Rapporto (TFR):
− far confluire il TFR a una forma di previdenza complementare con modalità tacita: se entro sei mesi dalla prima assunzione il lavoratore non ha effettuato alcuna scelta con riguardo al proprio TFR, il datore di lavoro fa confluire il TFR maturando alla forma previdenziale collettiva di riferimento per il lavoratore o, in mancanza di questa, al fondo COMETA a seguito del decreto ministeriale di soppressione di FONDINPS entrato in vigore nell’agosto del 2020;
− far confluire il TFR a una forma di previdenza complementare con modalità esplicita: il lavoratore può decidere di versare il proprio TFR alla forma previdenziale da lui stesso designata investendo, oltre al TFR maturando, anche una quota di contribuzione aggiuntiva (propria ed eventualmente del datore di lavoro) che sarà interamente deducibile dal reddito complessivo entro la soglia annua di 5.164,57 euro;
− mantenere il regime del TFR di cui all’art. 2120 c.c. con modalità esplicita: accantonandolo presso l’azienda di appartenenza nel caso quest’ultima abbia meno di 50 dipendenti ovvero, nell’ipotesi di un numero di dipendenti pari o superiore a 50, destinandolo al Fondo di Tesoreria, gestito dall’INPS, il quale – ecco il nuovo criterio di finanziamento a ripartizione – incassa le risorse anno per anno e fa fronte ai relativi pagamenti; l’avanzo è destinato alla spesa corrente dello Stato. Osserviamo allora l’effettiva allocazione nel Fondo Tesoro dell’ammontare di un rateo annuo di TFR.
Il flusso complessivo di TFR che nel 2020 è stato generato nel sistema produttivo fu stimato in circa 27,2 miliardi di euro; di questi, 14,7 miliardi sono rimasti accantonati presso le aziende, 6,5 miliardi versati alle forme di previdenza complementare e 5,9 miliardi destinati al Fondo di Tesoreria . Dall’avvio della riforma, su 348,4 miliardi di TFR, 192,9 miliardi (il 55,4 per cento del totale) sono rimasti in azienda; 80,3 miliardi (il 23 per cento del totale) è confluito nel Fondo di Tesoreria. La parte destinata alla previdenza complementare è stata di 75,2 miliardi di euro, il 21,6 per cento del totale.
Quanto alle performance della previdenza complementare, in attesa di conoscere i dati del 2021, a fine 2020, gli iscritti ai fondi pensione negoziali erano 3,184 milioni, con una crescita pari al 2,9 % rispetto al 2019; tale crescita si riduceva all’1 % al netto della confluenza dei circa 26.000 individui già iscritti a FONDINPS; era stata del 5 % nel 2019. Circa 1,2 milioni del totale degli attuali iscritti era entrato a far parte di tale insieme tramite il meccanismo di adesione contrattuale, introdotto a partire dal 2015 e oggi applicato in 12 fondi. Ecco come funziona questo meccanismo che rappresenta la sola novità apportata nel settore: il datore di lavoro versa il contributo previsto dal contratto di riferimento a favore di tutti i lavoratori ai quali si applica tale contratto; il versamento affluisce al fondo individuato dalla contrattazione collettiva e, laddove il lavoratore non sia già iscritto, lo iscrive in modo automatico a tale fondo.
Nelle forme di mercato, i fondi pensione aperti (promossi da soggetti di mercato) contavano 1,590 milioni di iscritti e i PIP “nuovi” 3,349 milioni; in termini percentuali, la crescita nell’anno, rispettivamente 4,9 e 2,6 %, si raffrontava al 6,1 e al 4,3 % del 2019. Includendo anche i circa 339.000 iscritti dei “vecchi” PIP ed escludendo le doppie iscrizioni tra PIP “nuovi” e “vecchi”, il segmento dei piani individuali di tipo assicurativo contava 3,644 milioni di aderenti. Un aspetto meritava una particolare sottolineatura: 2,1 milioni dei sottoscrittori di PIP (piani individuali di previdenza) erano lavoratori dipendenti a conferma di un’esigenza di previdenza privata non soddisfatta dall’iniziativa contrattuale delle parti sociali attraverso l’istituzione e il reclutamento dei fondi pensione negoziali.
Si aggiungevano 617.000 iscritti ai fondi preesistenti rispetto alle riforme del settore.
Pensioni 2023 e Fondi pensione, quali alternative? Facciamo il punto con Giuliano Cazzola
Il Prof Cazzola prosegue: “Tra i punti all’ordine del giorno del confronto tra governo e sindacati sulle pensioni viene proposto anche quello della previdenza complementare. Riportare il settore al ruolo per cui era stato previsto nel quadro delle grandi riforme pensionistiche degli anni ’90, potrebbe divenire un contributo effettivo per garantire ai giovani di oggi un trattamento pensionistico più affidabile (o comunque aggiuntivo) di quella pensione di garanzia di cui si parla con tanta insistenza. Sarebbe’ una buona politica, infatti, predisporre un sistema fondato sulla c.d. ripartizione del rischio: con una quota, magari prevalente, affidata alla solidarietà pubblica e una parte investita sui mercati; la prima finanziata a ripartizione, la seconda a capitalizzazione. Ecco perché sarebbe importante, come scrivono i sindacati nella loro piattaforma ‘’rilanciare le adesioni alla previdenza complementare negoziale, da anni sostanzialmente stagnanti’’. Le indicazioni che seguono sono più programmatiche che operative allo scopo di garantire una effettiva accessibilità anche a chi lavora nelle piccole imprese e ai giovani. In questa direzione, nella piattaforma sindacale viene proposto ‘’in particolare un nuovo periodo di silenzio-assenso e una adeguata campagna informativa e istituzionale, così come meccanismi che consentano alla persona di poter esercitare liberamente la scelta di adesione’’. Se comprendiamo bene, la proposta non è particolarmente innovativa: si tratterebbe di una sostanziale ripetizione della campagna effettuata nel 2008 quando vennero resi disponibili i futuri accantonamenti del tfr, includendo nei fatti una riforma dell’istituto tutto sommato a vantaggio dell’Erario, poiché le quote non optate per una qualche forma complementare, nelle aziende da 50 dipendenti in su venivano trasferite al c.d. fondo di tesoreria gestito dall’Inps utilizzato per la spesa corrente, dopo aver liquidati i trattamenti in corso.
Oltre all’estensione dei fondi pensione ai comparti della sicurezza, Cgil, Cisl e Uil chiedono di riportare la tassazione dei rendimenti dei fondi pensione alle precedenti aliquote più favorevoli e di promuovere le condizioni perché i fondi investano maggiormente nell’economia reale del Paese, prediligendo il sostegno alle infrastrutture, anche sociali. Questa proposta è un po’ involuta e va considerata con molta attenzione. L’obiettivo dei fondi pensione e delle altre forme di previdenza complementare è quello di incrementare il più possibile i montanti contributivi per poter erogare migliori trattamenti pensionistici, non quello di prender parte ad investimenti finanziari rischiosi e speculativi. Sappiamo che esistono più linee di investimento e che vi sono mercati – come quelli azionari – che possono avere rendimenti vantaggiosi, ma anche sbalzi consistenti di mercato. In tutto il mondo vi sono grandi fondi che investono nell’economia reale, ma devono farlo senza lasciarsi coinvolgere in politiche pubbliche che immobilizzano ingenti capitali con rendimenti poco sicuri. Il che non significa voler difendere uno status quo assai poco edificante, dove la maggior pare delle risorse è investita in titoli di Stato italiani ed esteri, quando è nota la situazione del debito sovrano e dei rischi che corre la sua stabilità. Quanto al problema di rendere accessibile i fondi pensione ai giovani è necessaria una riflessione di fondo: il tfr è stato individuato come la fonte principale di finanziamento della previdenza complementare. E’ una quota consistente di retribuzione differita (circa il 7%) che viene resa disponibile (anziché allocata nei bilanci delle aziende) ma che non altera, più di tanto se non intermini di cassa, il costo del lavoro. Ma come la mettiamo con i titolari di rapporti diversi dal lavoro subordinato? Nella riforma Fornero era contenuta – accompagnata da tutte le cautele del caso – una proposta interessante: la possibilità di effettuare un’operazione in opting out ovvero di indirizzare, volontariamente, una quota prevista per la contribuzione obbligatoria, al finanziamento della previdenza privata. Nel sistema contributivo il montante è rivalutato sulla base del Pil che a volte ci ha lasciato un po’ in braghe di tela. Non è impossibile che sui mercati finanziari si ottengano rendimenti superiori. Certo ci sarebbe un trattamento pensionistico pubblico più basso, che potrebbe essere compensato da una quota a capitalizzazione più elevata. L’operazione non è così semplice e presenterebbe dei problemi. Ma potrebbe essere una soluzione interessante e più flessibile soprattutto per i giovani, in regime contributivo e per quelli i cui rapporti di lavoro non prevedono l’erogazione del tfr. Prendiamo il caso di un collaboratore a partita IVA, magari giovane, che deve sobbarcarsi da solo il 25% dell’aliquota della Gestione separata (certo potrebbe scaricare il 4% sul committente), qualora intendesse fare un versamento adeguato per un fondo aperto, sempre con risorse provenienti dal suo reddito, forse si domanderebbe se ne vale la pena, visto che si deve pur vivere anche prima di andare in pensione. In sostanza, per lavoratori non standard è il peso economico della previdenza obbligatoria che scoraggia l’adesione a quella complementare, soprattutto se vengono ridimensionati i vantaggi fiscali“.
Ringraziamo il Prof Giuliano Cazzola per questo editoriale redatto in esclusiva per il nostro portale ed i nostri lettori, chiunque volesse riprenderne parte é tenuto a citare la fonte.
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A questo punto dateci tutti i soldi sia del tfr che della pensione in busta che ci arrangiamo da soli visto che alla fine volete che ci facciamo una pensione complementare e darci poi una pensione da fame
Premetto che sono iscritto alla previdenza complementare dal 1998.
Ora a distanza di oltre 25 anni posso trarre alcune conclusioni.
I rendimenti dei fondi sono stati migliori di quello del tfr nelle linee a medio e alto rischio, mentre le linee garantite (rivolte ai lavoratori silenti e a quelli prudenti) sono si sono rivelate deludenti.
Con un’inflazione al 6% mi chiedo se abbia un senso rinunciare al tfr che per legge garantisce un rendimento annuo pari al 75% del tasso di inflazione + 1,5%.
Seconda osservazione: verificando le rendite previste dalla conversione del montante maturato in rendita vitalizia non reversibile, ho avuto l’amara sorpresa di constatare che dovrei campare oltre i 90 anni per recuperare la cifra versata (se la vita media è attorno agli 80 anni è evidente che qualcuno ci voglia guadagnare un po’ troppo).
Quindi cari sindacati va bene insistere per la previdenza complementare, ma contrattiamo un po’ meglio le condizioni economiche con le assicurazioni.
Credo che si potrebbe migliorare la raccolta nei fondi pensione elevando il limite massimo per avere la deduzione fiscale (attualmente poco più di 5.000 Euro) oppure, pur lasciando il limite per ogni singolo contratto, permettere di accumulare le deduzioni anche delle quote versate sui fondi dei famigliari.
La via Crucis !!!! Mai una buona notizia !!!! Ci fosse un articolo che da garanzie a medio/lungo termine !!!! Qui solo : fame morte e pestilenza …. Chiedo ai sindacati di inserire nei nuovi rinnovi dei contratti collettivi il ” Funerale Gratis ” per gli over 50 con un minimo di 40 anni di lavoro .
Amen !!!