Riforma Pensioni 2026: si torna alla Fornero perchè l’Italia spende il 16% del Pil in previdenza

Il tema previdenziale è tornato al centro del dibattito pubblico, non per un nuovo scontro politico, ma per un dato strutturale che continua a preoccupare economisti e istituzioni: la spesa pensionistica italiana, considerando sia la componente previdenziale sia quella assistenziale, rappresenta oggi la quota più elevata al mondo in rapporto al Pil. A ricordarlo è un’analisi approfondita pubblicata dal Sole 24 Ore e firmata da Gianni Trovati, che ricostruisce le ragioni di un primato destinato a consolidarsi nei prossimi anni.

Il nodo, come chiarisce il quotidiano economico, non è più solo politico. Le tensioni che hanno recentemente investito la legge di bilancio ne sono un segnale evidente: basta una copertura tecnica su interventi futuri, anche lontani nel tempo, per mettere in difficoltà l’intero impianto della manovra. Questo avviene perché il capitolo previdenziale è ormai il punto più sensibile del bilancio pubblico.

Un record globale: la spesa pensionistica al 16,1% del Pil

I numeri forniti dall’OCSE, riportati nell’analisi del Sole 24 Ore, delineano con chiarezza la dimensione del fenomeno. L’Italia destina oggi il 16,1% del Pil alle pensioni, una percentuale superiore a quella di qualsiasi altro Paese avanzato. Le differenze con le principali economie europee sono significative:

  • Francia: 14,2%
  • Spagna: 13,7%
  • Germania: 10,5%

Il divario rispetto alla media europea è pari a 6 punti di Pil, equivalenti a oltre 120 miliardi di euro. Secondo le previsioni, lo scostamento crescerà ulteriormente, fino ad arrivare al 6,6% nel 2035, quando la spesa previdenziale raggiungerà il picco previsto del 17,2% del Pil: un livello mai registrato prima nella storia della Repubblica.

A incidere in modo decisivo è la struttura demografica italiana. Il Paese registra uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa, mentre la popolazione anziana è in costante aumento: gli over 50 rappresentano quasi la metà degli abitanti (il 48,6%), mentre gli under 35 sono circa il 22,9%. Questa sproporzione alimenta un sistema pensionistico sempre più costoso e difficile da sostenere.

L’effetto delle deroghe e delle misure temporanee

Il peso della spesa pensionistica non deriva da un livello particolarmente generoso degli assegni, che mediamente ammontano a 22.331 euro annui. Il problema è piuttosto sistemico.

L’Italia conta 16,3 milioni di pensionati, ma oltre 23 milioni di prestazioni, con un rapporto medio di 1,4 trattamenti a testa. A ciò si aggiungono decenni di norme speciali, deroghe e misure sperimentali che hanno attenuato gli effetti della riforma Fornero del 2011.

L’articolo ricorda che gli interventi varati tra il 2019 e il 2023 – fra cui Quota 100 – hanno incrementato la spesa di 7-8 miliardi l’anno, pari allo 0,4% del Pil. Solo di recente questa proliferazione di eccezioni si è interrotta, principalmente per ragioni di sostenibilità finanziaria.

Il governo in carica ha infatti mantenuto una linea di rigore sul fronte previdenziale, scelta che ha contribuito ad alcune valutazioni positive da parte delle agenzie di rating e a un contenimento degli interessi sul debito pubblico, in un periodo in cui i rendimenti nell’Eurozona hanno registrato aumenti significativi.

Promesse politiche contro la realtà dei conti pubblici

La dimensione del problema rende di fatto impraticabili molte delle proposte avanzate nel corso degli anni dai diversi schieramenti. Dallo stop all’adeguamento automatico dell’età pensionabile alla speranza di vita, alle minime a mille euro, fino alla celebre “Quota 41”, gran parte delle mozioni politiche si scontra con limiti di bilancio difficilmente superabili.

Secondo il Sole 24 Ore, proprio la discussione sulla legge di bilancio ha mostrato come, di fronte a margini così ridotti, i fondi per le uscite anticipate dei lavoratori precoci e di alcune categorie usuranti siano stati ritoccati al ribasso, pur di evitare interventi strutturali ancora più onerosi.

La conclusione è netta: qualsiasi aumento della spesa pensionistica richiede coperture interne allo stesso sistema previdenziale. Non si tratta di una scelta politica, ma di una conseguenza inevitabile dei dati, delle proiezioni demografiche e delle regole europee.

20 commenti su “Riforma Pensioni 2026: si torna alla Fornero perchè l’Italia spende il 16% del Pil in previdenza”

  1. Ma far pagare le tasse a tutti questi maledetti che oltre e non pagarle usufruiscono di continui condoni ? Fare controlli a tappeto e far assumere tutte queste persone pagate con tre € all’ora che sono a migliaia in tutta Italia sai quante Pensioni pagherebbero? Il rapporto dovrebbe essere Pensionato 1 Lavoratore, facciamo uscire tutti questi maledetti che assumono a nero e facciamo come in nord Europa dove si paga tutto con la Carta di Credito altro che portare il contante a 10000€? Quali persone vanno in giro con 10000€ in tasca con gli stipendi che girano se non gli sfruttatori, maledetto chi permette queste cose. Togliamo tutti gli aiuti ed aiutini a chi ruba come ha fatto Formigoni al quale è stata data una Pensione da 7000€ invece dei 700 che gli spettavano dopo essere stato condannato per aver rubato 10 milioni di € alla Sanità da questi delinquenti che ci governano perché lui poverino non ce la faceva a viverci e chi prende 600€ allora ? ( ma non avevano promesso che la portavano a 1000€)…a già ennesima baggianata della gonna del Ponte Bois….questi Moito fanno male se presi in dosi massicceeee poi se ci sono 16 milioni di pensionati altrettante dovrebbero essere le Pensioni e non che sempre i ricchi guarda caso ne prendono più di una ed una più alta dell’altra. Gliene diamo una a scelta punto, e facciamo riscuotere ai Politici la Pensione con gli stessi anni nostri e con l’insieme delle marche pagate nella loro vita lavorativa esattamente come noi. BASTA FARSI TRUFFARE ED AMICHETTISMI DI DX O SX CHE SIANO e vedrete come sì sistemerebbero i conti cacchio. E facciamola finita con il pagare a più generazioni di Senatoti e compagnia cantante questi stipendi. Il Senatore muore, fine dei fondi, figli e nipoti se li vogliono lavorano e se li guadagnano. BASTAAA

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  2. Non è vero!
    È ormai evidente che l’attuale sistema sia gestito da un’oligarchia finanziaria che, avendo il controllo sulla “stampante” dell’euro, ci tiene in scacco. Ci costringono a lavorare fino a 70 anni per una pensione che in Italia è ormai un’elemosina, mentre sottraggono risorse vitali ai cittadini: tagliano la sanità pubblica, lasciandoci senza cure, per dirottare i nostri soldi verso l’invio di armi e la spesa bellica. Al contempo, il potere oscura il dissenso, come la protesta degli agricoltori a Bruxelles, che lottano contro l’aumento insostenibile dei costi di produzione (carburanti, fertilizzanti, energia), i prezzi imposti al ribasso dalla grande distribuzione, la concorrenza sleale delle importazioni extra-UE e una burocrazia europea soffocante fatta di vincoli ambientali e normative spesso scollegate dalla realtà dei campi. Vogliono un popolo rassegnato e malato, troppo impegnato a sopravvivere per opporsi a chi decide il nostro destino economico. È un disegno lucido per impoverirci, sostituendo il welfare con l’economia di guerra e il silenzio mediatico.

    Buon Anno

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  3. E’ appena evidente la volontà di alzare polverone sui dati, utilizzando il sovraccarico dato delle prestazioni assistenziali sulla voce di spesa previdenziale.
    I motivi di questa volontà mistificatoria sono talmente ovvi che risparmio a me la fatica di scriverli e a voi di leggerli.

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  4. È da anni che dico che INPS deve pagare chi ha pagato e l’Erario deve accollarsi le spese sociali. Ma in maniera trasparente e non a flash ogni tanto. A gennaio/febbraio si deve fare un rapporto dossier dove deve comparire la spesa totale e distinta per singole voci, entrata e uscita. Per esempio: artigiani entrata x e uscita y.
    Deve essere un documento fruibile da tutti in maniera cartacea e digitale.
    Intanto la cronaca ci offre continui esempi di malasanità e stiamo ancora decretando soldi per l’Ucraina.
    Con una buona politica le risorse ci sarebbero.

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  5. Ci risiamo.
    Il 16,1 % del pil alle pensioni.
    Un Sole24 ore che dovrebbe essere trasparente al massimo nelle cifre , anche lui andato. Cosa si fà per affossare uno Stato piazzandolo in basso alla classifica .
    E’ troppo chiedere che si faccia vedere quanto di quel 16,1 va all’assistenza e quanto alla previdenza ?

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  6. È proprio così, anche il quotidiano salmonato (come la stragrande maggioranza degli organi d’informazione) non ci prova nemmeno a descrivere la realtà delle cose, la loro è semplicemente narrazione, al servizio dei loro, per nulla occulti, padroni. Come i politici (ma potremmo aggiungere molte altre categorie),anche i giornalisti (purtroppo) hanno perso ogni credibilità (salvo rarissime eccezioni). E, sia chiaro, è un vero peccato !

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      • Chiosa perfetta! Come volevasi dimostrare. Chissà perché non si vuole fare chiarezza, una volta per tutte, già, chissà perché? Grazie, sempre puntuale e corretto.

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      • Vero Wal, come sempre fornisci dati e non slogan.Anch’io conoscevo questo dato.Resta un fatto però: scorporata dall’Inps, la spesa assistenziale ( tra parentesi in crescita) dovrà essere coperta con la tassazione generale.La domanda sorge spontanea: quanti poi saranno contenti di pagare più tasse in cambio dell’anticipo pensionistico?Saluti.

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        • Ci sono almeno tre differenze.

          La prima è di principio: se un anziano non ha reddito, che il suo mantenimento sia a carico della fiscalità generale, cioè di tutti quelli che hanno un qualunque tipo di reddito, e non soltanto, come ora, a carico delle casse previdenziali di chi lavora è evidentemente una cosa corretta dal punto di vista sociale: perché un pensionato o un rentier non dovrebbe contribuire al mantenimento dell’anziano indigente?.

          La seconda è molto più terra terra, per chi ama la concretezza: i contribuenti per il fisco sono mooolti di più dei lavoratori che versano contributi previdenziali. Chi vive di rendite varie oppure chi già percepisce una pensione non versa contributi ma paga imposte e tasse. Spalmare la spesa assistenziale sulla tutta la platea dei contribuenti invece che su quella ben più ridotta dei lavoratori significa alleggerire il carico della spesa previdenziale.

          E poi c’è un problema di igiene dei dati, e di conseguenza di igiene della comunicazione e di conseguenza di igiene della politica: se si continua a dire che la spesa per le “pensioni” assorbe 1/6 del PIL nascondendo che se si toglie, come è doveroso, l’imputazione della spesa assistenziale alla spesa previdenziale, la spesa per le pensioni in realtà è soltanto 1/8 del PIL. E così sgombriamo il terreno da un equivoco del valore di 85/90 miliardi malcontati.

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  7. Ma nei paesi oggetto della confronto la spesa pensionistica comprende la spesa assistenziale? Che io sappia no però chiedo conferme a chi ne sa più di me, sennò i dati sono del tutto drogati e manipolati come si vuole; vabbè su quest’ultima cosa niente di nuovo…

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