Smart working intervista esclusiva ad Orietta Armiliato

Riforma pensioni e smart working, ultime news oggi 22 maggio

In questi giorni specie dopo il varo del Decreto Rilancio si parla sempre più dello smart working, o lavoro agile, in quanto con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dello stesso é concesso, fino al termine dello stato dell’emergenza da Covid 19 indicata al 31 luglio 2020, il diritto per i dipendenti del settore privato a rendere la prestazione in regime di smart working a patto che abbiano figli in età minore di 14 anni e l’altro genitore non benefici di strumenti di sostegno al reddito e sia dunque un ‘non lavoratore’.

Ma in molti si stanno domandando se effettivamente tale pratica sia conveniente in termini di stress e qualità del lavoro, specie le donne, che si sono ritrovate un aggravio delle proprie mansioni quotidiane, avendo ora sulle proprie spalle la famiglia al completo. Bambini a casa da seguire nello svolgimento dei compiti e nella didattica online, pranzi e cene da preparare per tutti i componenti della famiglia oltre a dover svolgere il proprio lavoro in quella che dovrebbe essere una ‘modalità agile’. Di questo interessante argomento, su cui si stanno confrontando numerosi esperti, ne parliamo anche con l‘amministratrice del Comitato Opzione donna social, Orietta Armiliato. Eccovi le sue parole emerse a fronte di questa intervista in esclusiva.

Smart working e donne, facciamo il punto con Orietta Armiliato

Pensionipertutti: Gentilissima Orietta Armiliato su ‘Il Messaggero’ si leggono i risultati di una ricerca allarmistica relativa lo smart working ove si evidenzia, grazie alle considerazioni di autorevoli esperti che di seguito riportiamo, come vi sia il rischio di un ritorno agli anni 50 per le donne. Divorate dalle mille mansioni a cui si aggiunge il lavoro e la scuola dei figli.
Si legge: “Lo smart-working? Finora, una fregatura, per tutti: un italiano su 2 lavora di più, secondo una ricerca di Linkedin. Figuriamoci le donne“. «Se si poteva sperare che gli uomini lavorando da casa comprendessero il peso delle fatiche domestiche e accettassero di condividerli di più, le prime indagini sembrano mostrare che non è successo» asserisce la filosofa femminista francese Camille Froidevaux-Metterie. In pratica, più lavoro, più stress e fatica. «Un orribile ritorno alla tradizione», sentenzia la sociologa tedesca Jutta Allmendinger. Andremo indietro almeno di «tre decenni», è la sua previsione. Molto più indietro, ribatte Mona Küppers, presidente del Consiglio delle Donne tedesche, un’associazione di oltre 60 organizzazioni femminili. C’è il pericolo di ritrovarsi tutte «con i ruoli degli anni 50». Con qualche elettrodomestico in più” Lei cosa ne pensa al riguardo?

Orietta Armiliato: Se le donne tedesche si ritroveranno indietro di almeno tre decenni, considerato che per moltissimi aspetti sono avanti rispetto alle donne italiane di almeno due, noi ci ritroveremo catapultate in una realtà simile a quella degli anni 40 dove le femmine si occupavano non solo della casa e dunque dei figli e degli anziani ma anche del sostentamento familiare lavorando, però, prevalentemente come braccianti nelle campagne. Ora, checché se ne possa pensare ascoltando una certa narrazione, sicuramente non era certo una condizione dai contorni così romantici essere una “Mondina”, con tutto il rispetto s’intende per le nostre nonne e bisnonne. Si può solo pensare quindi che, al netto del lavoro in campagna, la condizione delle donne non potrà essere appagante se privata dei miglioramenti derivanti da quelle condizioni che le avvantaggiano sia economicamente sia socialmente.

Riforma pensioni e smart working: valorizzare il lavoro di cura

Pensionipertutti: Sulla sua pagina ha riportato un bell’articolo dal titolo “Mamme tedesche emettono fattura, chiedono 8 mila euro al Governo per il lavoro domestico in lockdown” , in estrema sintesi si chiede al governo di riconoscere e dunque pagare il lavoro aggiunto che le donne hanno dovuto fornire gratuitamente in questi mesi. Si legge nell articolo pubblicato su ‘Il Mondo’: “Da questo gesto simbolico è partita una campagna nazionale per fare affiorare il peso economico del lavoro dietro le mura domestiche delle mamme. Ne è anche nato un dibattito politico sui social e una campagna di sensibilizzazione con l’hashtag #CoronaElternRechnenAb, grosso modo traducibile come I conti dei genitori per il coronvirus. Karin e le altre mamme hanno motivato il dirompente passaggio spiegando all’opinione pubblica che si è trattato di un lavoro supplementare e non retribuito che ha – per molte di loro – sottratto tempo alla professione. Da qui la necessità di emettere fattura per le ore impiegate a fare da supplenti agli insegnanti scolastici.
Si tratta chiaramente di una provocazione, ma sicuramente ha colpito nel segno. Cosa ne pensa al riguardo, questo gesto potrebbe aprire la strada anche in Italia ad un serio dibattito sul riconoscimento del lavoro di cura svolto dalle donne anche ai fini previdenziali ?

Orietta Armiliato: Penso che, per “fare rumore” come si usa dire non avrebbero potuto intentare un’azione migliore, direi geniale! giacché, per fare emergere la problematica in maniera dirompete, hanno utilizzato, a mio avviso in maniera intelligentissima, gli argomenti che riescono a fare girare il capo a coloro che, pur essendo perfettamente consapevoli, rivolgono altrove il loro sguardo ossia: il tema della carenza o meglio mancanza di un sistema stato che sopperisce al welfare gratuito dispensato in famiglia specie, appunto, dalle donne oltre a porre l’accento sul tema della valorizzazione in termini economici.
Purtroppo dispiace constatare che tali istanze, per altro come dicevo ben conosciute, abbiano conquistato una maggiore visibilità a seguito di un’emergenza sanitaria drammaticamente senza precedenti, tant’é che é stata necessaria, ahinoi, una pandemia, per focalizzare l’attenzione sul riconoscimento del lavoro di cura domestico ordinario;
argomento del quale il CODS, il Comitato che rappresento, si occupa da anni.
Tuttavia devo aggiungere che, rispetto alle nostre omologhe d’oltralpe, noi donne italiane non siamo ancora preparate culturalmente ad affrontare le lotte necessarie (perché di quello si tratta…) ad affermare i principi di eguaglianza di genere che, da un lato invochiamo ma dall’altro …..

Ringraziamo per il bel confronto Orietta Armiliato che lascia spazio alle riflessioni, specie nel finale, come a voler fare intendere che forse la situazione in cui ci troviamo noi donne é anche il risultato di quanto fin qui abbiamo ‘combattuto’ per far riconoscere il lavoro di cura, ossia poco e niente. Non resta che sperare che la provocazione delle nostre omologhe d’oltralpe sia da input anche per le donne italiane e ci insegni qualcosa su cosa voglia dire rivendicare i propri diritti facendo un passo in più rispetto al semplice ‘sbraitare’ o ‘lagnarsi’ dietro ad una tastiera. E voi cosa ne pensate?

Vi ricordiamo che chiunque volesse riprendere le considerazioni di Orietta Armiliato, trattandosi di intervista in esclusiva, é tenuto a citare la fonte.

Pensionipertutti.it grazie alla sua informazione seria e puntuale è stato selezionato dal servizio di Google News, se vuoi essere sempre aggiornato sulle nostre ultime notizie seguici tramite GNEWS andando su questa pagina e cliccando il tasto segui.

10 commenti su “Riforma pensioni e smart working, ultime news oggi 22 maggio

  1. Hai ragione Claudio ma mi accontenterei della pensione visto che ho 63 anni e la minima non mi danno neanche quella così e troppo

  2. Lo smart working (o lavoro agile) è un fenomeno che si è manifestato in maniera letteralmente esplosiva in questo periodo di emergenza. Sarebbe più corretto chiamarlo però col termine più appropriato di “home working” (o lavoro da casa).
    L’home working è una soluzione che viene utilizzata dalle aziende quando accade un disastro (come un terremoto, un alluvione, un incendio) che rende indisponibile l’edificio dell’azienda. I lavoratori, non potendo andare in azienda, lavorano da casa. Quando l’edificio ritornerà agibile i lavoratori rientreranno nei loro uffici (è il concetto che nell’Information and Communication Technology – ICT – prende il nome di “Business Continuity & Disaster Recovery”).
    Nei Piani di Continuità Operativa Aziendale (o Piani di Emergenza) l’home working è una soluzione anche in caso di pandemia, in cui i lavoratori, non potendo andare in azienda (sebbene l’edificio dell’azienda stia ancora in piedi), lavorano da casa.
    Il concetto di home working è molto vicino al concetto di home banking.
    Con l’home banking il cliente sostituisce il dipendente di una banca nello svolgere alcune funzioni di banca (es. esecuzione di un bonifico). Nel sostituirsi all’impiegato di banca il cliente diventa un impiegato virtuale della banca, cioè lavora per la banca ma da casa. L’home banking è in tal modo anche un home working. Da tener presente che il cliente non viene pagato dalla banca per fare l’impiegato virtuale, ma il beneficio che ne trae la banca è enorme, perchè la banca potrà fare a meno di impiegati reali che sono divenuti oramai degli esuberi perché sostituiti dagli impiegati virtuali, ovvero dai clienti.
    Condivido l’iniziativa delle mamme tedesche nel chiedere al Governo di essere retribuite per il lavoro che nel lockdown hanno dovuto sostenere per supplire gli insegnati scolastici.
    Ad onor del vero, lock down o open up, confinamento o apertura che sia, tutte le donne casalinghe, anche se non utilizzano monitor, mouse e tastiere, dovrebbero usufruire di una retribuzione per il loro lavoro in casa, cioè per il loro “home working”.
    A mio avviso, strettamente ma strettissimamente personale, l’home working è una soluzione da adottare solo in caso straordinario (in caso in emergenza come terremoto, alluvione, incendio, pandemia), ma non è assolutamente una soluzione da adottare in regime ordinario.

    1. Grazie per il piacevole commento all articolo, ancora più gradito perché fatto da un uomo che comprende le difficoltà che incontriamo nel quotidiano. E magari ci fosse questa contribuzione aggiuntiva per noi donne! Mi scusi se mi espongo in prima persona, tendo sempre a non farlo, in quanto giornalista, ma questa volta mi sento toccata nel profondo. Ho 2 bimbi piccoli e da quando sono a casa tutto si può dire al di fuori che si tratti di lavoro agile! :(( anzi è una fatica immensa poter fare tutto. Emetterei volentieri fattura anch’io ve lo assicuro! Perdonate lo sfogo.

      1. Quando penso alle donne casalinghe il mio pensiero va a mia madre.
        Negli anni sessanta per vivere dignitosamente bastava anche un solo stipendio, quello di mio padre.
        Mia madre non lavorava ma era una grande lavoratrice.
        Era una brava economa, gestiva i conti della casa, quanto si poteva spendere e quando.
        Era una brava cuoca, faceva la spesa al mercato, cucinava i primi piatti, i secondi, e faceva le torte di compleanno.
        Era una brava ristoratrice, preparava il tavolo da cucina per sei persone a mezzogiorno e a sera, e poi sparecchiava e metteva tutto in ordine.
        Era una brava cameriera, indossava il grembiule da cucina, riempiva i piatti e li portava a tavola.
        Era una brava maestra, seguiva i suoi quattro figli nei compiti e li aiutava (per quanto la sua istruzione di terza media lo consentisse).
        Era una brava baby sitter, giocava con i suoi bambini e a volte li sgridava quando facevano troppo chiasso.
        Era una brava infermiera, prendeva la febbre col termometro, preparava il the con i biscotti, chiamava il medico di famiglia che veniva a casa a fare vista, dava le medicine prescritte dal medico.
        Era una premurosa badante, curava sua madre (la nonna) in casa perché “ospizio” era una brutta parola.
        Era una brava stiratrice, lavava i panni un po’ a mano e un po’ in lavatrice, stendeva i panni sulla terrazza e stirava lenzuola, camice, magliette ed altri panni.
        Era una brava rassettatrice, faceva i letti, si chinava sui pavimenti per passare la cera e faceva andare la lucidatrice.
        Mia madre non lavorava ma era una grande lavoratrice: economa, cuoca, ristoratrice, cameriera, maestra, baby sitter, infermiera, badante, stiratrice, rassettatrice.
        Credo che le donne, tutte le donne, a prescindere che siano madri o meno, abbiano il pieno diritto di vedersi tradotti in contributi il loro contributo alla famiglia.

        1. Meraviglioso sentire un figlio che si rende conto del lavoro e dei sacrifici di una madre..anch’io sono madre di 2 figli…questa è la vita di tante madri che riescono a fare tutto questo oltre stare 9 ore fuori di casa…penso davvero che facciamo i salti mortali per riuscire in tutto questo…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su