Riforma pensioni, ultime novità Gnecchi: le donne sono in credito, l’editoriale

Riforma pensioni, ultime novità Gnecchi: le donne sono in credito, l’editoriale

Nella scorsa legislatura abbiamo svolto un’indagine conoscitiva sull’impatto di genere delle riforme previdenziali e della manovra Fornero: ne è emerso chiaramente che le donne sono in credito.
La conferma purtroppo é emersa anche negli interventi di questa legislatura: per quota 100 si è bloccata l’aspettativa di vita per le pensioni anticipate – canale di uscita dal lavoro prettamente maschile- e non per la pensione di vecchiaia. Ancora una volta si è prestata attenzione alle aspettative degli uomini, ma non a quelle delle donne. Per le donne si deve agire sull’età per la pensione di vecchiaia.

Nell’Ape sociale, almeno, si sono pensati 2 anni di riduzione dei contributi necessari per tener conto dei figli, ma i lavori di cura vanno valorizzati in modo significativo. Penso si possa dire che l’Ape sociale, con l’avvio della differenziazione dei lavori e la possibilità di anticipo, abbia rappresentato l’inversione di tendenza, e si sia tenuto conto delle donne, riconoscere il lavoro delle educatrici negli asili nido e delle maestre nelle scuole per l’infanzia, così come riconoscere valore contributivo a chi assiste familiari disabili o è impegnato/a professionalmente nei lavori di assistenza alle persone comprese la attività di pulizia, lavoro pesante, è un primo passo fatto. Questo è un ambito che mostra la necessità di altri interventi perché sta diventando un’autentica emergenza soprattutto laddove i servizi sono più carenti.

Ape sociale, per donne primo passo, ma dopo 2020?

Per questo si possono individuare la legge 53/2000 e l’Ape sociale del 2016 come le fondamenta su cui edificare pilastri più consistenti. L’Ape sociale però è prorogata solo per l’anno 2020, cosa succederà dopo ?
L’obiettivo da raggiungere sarebbe la pari responsabilità professionale e familiare tra uomini e donne, come già prevista teoricamente dalla legge 125 del 1991, ma ancora lontana dalla realizzazione. Fino a quando questo obiettivo non sarà raggiunto, bisogna compensare le donne di tutto il lavoro gratuito che svolgono per la società e la famiglia.

Nel 2011 sono stati eliminati i 5 anni di anticipo per la pensione di vecchiaia rispetto agli uomini senza però garantire alle donne nulla in cambio. Vanno studiate misure a loro favore che vadano a incidere sull’età per la pensione di vecchiaia, che è il canale di uscita delle donne, e che permettano di aumentare la misura della pensione con il riconoscimento della contribuzione figurativa per i lavori di cura, oltre a quello che esiste già. Non dobbiamo mai dimenticare che la previdenza è sempre stata legata al mondo del lavoro, ma per tener conto delle modifiche da apportare, basta pensare alla cassa integrazione, alla mobilità, tutte misure che sono servite, appunto, per rispondere a esigenze e crisi occupazionali. Esigenze delle aziende e delle persone. La previdenza è anche parte essenziale del sistema di welfare e, in quanto tale, ha il compito di aiutare a correggere e recuperare le storture e le diseguaglianze prodotte dal mercato e dalle sue logiche, le ingiustizie che sul lavoro e nel mercato del lavoro si manifestano, e non di fotografarle e di perpetuarle dopo il pensionamento. Rispondere alle esigenze della società e delle famiglie, supplire alle mancanze e alla carenza dei servizi, non può essere solo e ancora un dovere femminile.

Pensioni ancora un abisso tra importo uomini e donne

Si consideri inoltre che le pensioni di vecchiaia liquidate da Inps nel 2018 raggiungono un importo medio di 1236 euro per gli uomini e 646 per le donne nel settore privato, per il lavoro autonomo 939 euro per gli uomini e 586 per le donne. Ecco perché le donne vanno risarcite del loro costante impegno gratuito. Qualcosa a livello normativo si é fatto, ma ancora troppo poco, però la legge 53/2000, ad esempio, è veramente un insieme di grande valore e ha dato origine al congedo biennale, prevedendolo come possibilità di congedo per gravi eventi e cause particolari familiari, non retribuito, ma retribuito e con contribuzione figurativa nel caso di assistenza di figli disabili anche maggiorenni. La misura é stata, infatti, la base affinché, con passaggi successivi, sia di carattere legislativo sia con sentenze della Corte Costituzionale, si allargasse il congedo a tutti i familiari e al/alla coniuge. Praticamente, la legge 53 ha aperto la strada per dare risposta a un’esigenza sempre più sentita dalle famiglie; si vive più a lungo e, perciò, possono esserci anche lunghi periodi di non autosufficienza.

C’è bisogno di ripartire dal dibattito che ha portato, ormai 20 anni fa a quella norma. Solo con l’Ape sociale, nel 2016, si è proseguito su questa strada con il riconoscimento del pensionamento anticipato a 63 anni se si assiste un familiare disabile con 28 (se donna con 2 figli) o 30 anni di contributi e se si fanno lavori di assistenza e cura professionalmente con 34 (se donna con 2 figli) o 36 anni di contributi. L’ape sociale va letta anche come riconoscimento, finalmente, dei lavori a prevalenza di partecipazione delle donne. Per la prima volta, i lavori alla catena di montaggio erano stati riconosciuti come lavori usuranti, ma lavori prevalentemente fatti da donne non avevano ancora mai avuto una valutazione da considerare come possibilità di anticipazione pensionistica. Dunque, un effettivo riconoscimento dei lavori familiari e professionali di cura è un primo passo (assistenti alla disabilità, educatrici di asilo nido, infermiere e ostetriche ospedaliere, operatrici socio sanitarie, assistenti geriatriche e tanti lavori tipicamente femminili come maestre di scuola per l’infanzia, o semplicemente lavori di pulizia), bisogna ora proseguire individuando altre mansioni e lavori a prevalenza di presenza femminile.

I minimali retributivi devono essere l’unico parametro da utilizzare

Un’altra dimostrazione della sottovalutazione dei lavori delle donne è la penalizzazione del part time verticale, di fronte a due contratti di lavoro della medesima durata negli anni a tempo pieno e a tempo parziale verticale (o ciclico), quest’ultimo subisce l’effetto di una iniqua dilatazione del tempo occorrente per raggiungere il diritto alla pensione: occorreva quindi dare risposte eque ai lavoratori con contratti di lavoro part time verticale e dunque con lavoro prestato ad intervalli, in precisi segmenti temporali e, per esigenze produttive, concentrati in specifici periodi dell’anno; da qui il contenzioso.

E’ evidente che a parità di retribuzione lorda in tutto un anno le settimane di contribuzione devono essere 52, un anno intero, non si può venir penalizzati perché luglio e agosto, per esempio, le scuole sono chiuse, le mense e le pulizie non si fanno ecc…ecc….i minimali retributivi per garantire la contribuzione piena esistono e devono essere l’unico parametro da utilizzare, non l’articolazione dell’orario di lavoro nell’arco dell’anno.

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MariaLuisa Gnecchi

MariaLuisa Gnecchi

Già vicepresidente della provincia autonoma di Bolzano e della Regione Autonoma del Trentino-Alto Adige, poi deputata eMembro della XI commissione lavoro. Prossimo Vice-Presindente INPS

7 pensieri su “Riforma pensioni, ultime novità Gnecchi: le donne sono in credito, l’editoriale

  1. Contrariamente a ciò che affermano Maria Luisa Gnecchi, oltre ad Alberto Brambilla (e quasi tutti), che purtroppo dispone di una tribuna prestigiosa come il Corriere della Sera (al quale ho inviato una precisazione analoga, che – mi ha detto il caporedattore Nicola Saldutti – dovrebbe essere pubblicata in settimana nelle lettere), l’età di pensionamento a 67 anni non è stata decisa dalla Riforma Fornero ma dalla Riforma Sacconi:
    – da 65 a 66 anni per i lavoratori dipendenti uomini o 66 anni e 6 mesi per i lavoratori autonomi uomini, mediante la “finestra” mobile di 12 o 18 mesi, che incorpora la “finestra” fissa reintrodotta dalla Riforma Damiano;[1] quindi la Riforma Fornero non c’entra.
    – da 60 a 65 anni (più «finestra» di 12 mesi) per le lavoratrici dipendenti pubbliche;[2] quindi la Riforma Fornero non c’entra.
    – da 60 a 65 anni (più «finestra» di 12 o 18 mesi) per le donne del settore privato, gradualmente entro il 2026 (2023, includendo l’adeguamento automatico alla speranza di vita);[3] accelerato dalla Riforma Fornero, gradualmente entro il 2018;
    – da 66 a 67 anni per TUTTI mediante l’adeguamento alla speranza di vita, introdotto dalla Riforma Sacconi;[4] quindi la Riforma Fornero non c’entra.

    ________________________

    Note
    [1] Riforma Damiano L. 24.12.2007, n. 247; Riforma Sacconi DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, commi da 1 a 6; DL 138/2011, L. 148/2011, art. 1, comma 21, per l’estensione al comparto della scuola e dell’università.
    [2] DL 78/2009, L. 102/2009, art. 22-ter, comma 1, modificato dal DL 78/2010, art. 12, comma 12-sexies.
    [3] DL 98/2011, L. 111/2011, art. 18, comma 1, modificato dal DL 138, L. 148/2011, art. 1, comma 20.
    [4] DL 78/2009, L. 102/2009, art. 22-ter, comma 2, modificato sostanzialmente dal DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, commi da 12-bis a 12-quinquies, modificato per la decorrenza dal 2013 (quando è effettivamente decorso) dal DL 98/2011, L. 111/2011, art. 18, comma 4. Finora ci sono stati 3 scatti: 3 nel 2013, +4 nel 2016, +5 mesi nel 2019 = 1 anno, dal 1.1.2019.

  2. Quando si parla di lavoratori pubblici subito si pensa ad una categoria privilegiata ma solo chi vive quotidianamente questa realtà sa quanto è difficile oggi lavorare nel pubblico. Intanto a parte casi isolati (che però fanno tanto rumore) si lavora tanto e con impegno e serietà, da molti anni icon stipendi inferiori al privato e molto molto difficilmente con possibilità di reale carriera. Non si può lasciare il posto con una liquidazione immediata perché questa viene “elargita” se va bene dopo due anni! Quanto al cosiddetto part-time non viene dato a chi lo chiede ma secondo determinati criteri e solo se esistono le condizioni interne. Per poter giudicare le situazioni occorre conoscerle ma soprattutto viverle!

    1. MI spiace, hai descritto una situazione che a mio avviso non risponde al vero. Anche se la condizione di chi lavora nel pubblico può non essere piacevole, per il resto i dati statistici/retributivi e l’esperienza di ciascuno di noi cittadini attestano tutt’altro. La Pubblica Amministrazione italiana, forse la peggiore dell’Europa Occidentale, da sempre è il principale problema italiano.

  3. NOI DONNE siamo e saremo sempre in CREDITO!!!! Svolgiamo innumerevoli lavori fuori e dentro le mura domestiche. Leggo che si è tenuto conto dei lavori FATICOSI svolti all’interno del nido e della scuola dell’infanzia, sinceramente non capisco cosa sia stato fatto….Chi svolge questo lavoro non può avere iniziato a lavorare un anno prima dei 19!!!!! Come è possibile lavorare a 15/16 anni se devi avere conseguito un diploma?

  4. Si, le donne sono in credito. Meraviglia che nessuno, ma proprio nessuno dei nostri politici, anche donne, prendano in considerazione le difficoltá che le donne hanno – se vogliono avere figli – nell’ambito lavorativo, e poi, a causa di questo, se vogliono pensionarsi. Purtroppo quasi sempre la maternitá, se dipendenti privati, costringe le donne a rimanere a casa rinunciando sia allo stipendio e dopo ad anni di contributi utili alla pensione.
    Nessuno mette in relazione il calo demografico con le difficoltá che le donne hanno di conciliare il lavoro con l’educazione dei figli e i lavori di cura.
    Si dovrebbe iniziare ad allineare le opportunitá che hanno le donne dipendenti pubbliche, che possono mantenere il posto di lavoro magari proseguendo dopo con il part time, cosa che nel privato é quasi sempre impossibile, e dare dei contributi figurativi anche alle dipendenti privati. Se sono ben informata, le pensioni dei dipendenti pubblici sono piú alti delle pensioni dei dipendenti privati. Si potrebbe lavorare su questo.
    Si potrebbe anche ricalcolare le baby pensioni; secondo la professoressa Fornero non si poteva fare perché le baby pensionate spesso hanno solo questo introito. Non é sempre vero, nelle mie immediate vicinanze ci sono ben sette baby pensionate con relativi compagni che finanziariamente stanno benissimo. È chiaro che anche qui si dovrebbe guardare caso per caso.
    Si potrebbe rivedere sia gli 80 Euro di Renzi e sia il bonus per i diciottenni e dare questo bonus cultura solamente a chi ne ha effettivamente bisogno. Sono tutte misure molto costose.
    Poi penso che si dovrebbe iniziare a spostare dei contributi dai lavoratori maschi alle lavoratrici madri. Sarebbe un modo per diminuire la differenza di retribuzione fra uomini e donne. Ancor di piú se sono persone senza figli, anche perché per il sistema pensionistico a ripartizione che abbiamo la loro futura pensione verrá finanziata dai contributi dei nostri figli.

    1. Gent.le sigr.ra Maria Theresia Eichner, lei dipinge un quadro sociale che ben illustra la nostra realtà.
      Evidenzia le difficoltà che le donne hanno nel conciliare lavoro e famiglia, opportunità differenti tra dipendenti pubblici e privati, differenze retributive tra uomini e donne.
      Suggerisce di intervenire per ridurre la disparità di trattamento tra pubblico e privato, tra uomini e donne.
      Se dovessi rappresentare con un quadro lo scenario che lei dipinge, lo raffigurerei come mare increspato di onde sollevate dal vento.
      La società è quel mare, la cultura è quel vento, le disparità sono quelle onde.
      Per eliminare le disparità (tra pubblico e privato e tra uomini e donne), per avere una società equa e solidale occorrerebbe un cambiamento di direzione del vento culturale.
      Questo è possibile, ma richiede tempo.
      Intanto, cosa fanno i nostri politici? Sono senz’altro consapevoli quanto lei, sig.ra Maria Theresia, delle difficoltà e disparità che ha evidenziato. Fanno quello che possono per abbatterle, entro i limiti concessi al Parlamento, al Governo e allo Stato italiano da parte dell’Unione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale (la cosiddetta Troika).
      Potrebbe esserci un modo per estendere questi limiti? per risolvere, senza turbare gli equilibri europei, almeno una parte delle difficoltà e disparità cui lei accenna?
      Io penso di sì, che un modo ci sarebbe. Ma quello che penso io dovrebbe pensarlo pure il Governo.

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