Taglio Pensioni 2021: quanto pesa il coefficiente di trasformazione da Gennaio?

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Nella Gazzetta Ufficiale n. 147 dell’11 giugno 2020 è stato pubblicato il decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sulla revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo. Ma cosa sono questi coefficienti di trasformazione di cui molti pensionandi (soprattutto negli anni passati) non conoscevano nemmeno l’esistenza?

Taglio Pensioni e coefficienti di trasformazione: come funziona

Tutto nasce dalla legge 8 agosto 1995 n. 335 (governo Dini) che nell’ambito della riforma del sistema pensionistico ha ridefinito completamente il calcolo per la determinazione dell’assegno pensionistico, istituendo il calcolo contributivo. Fino a quella data in pratica fino al 31/12/1995 coloro i quali andavano in pensione godevano in relazione alla determinazione dell’assegno pensionistico del calcolo cosiddetto retributivo. Percepivano, cioè, l’assegno in base alla retribuzione che avevano al momento di andare in pensione.

Poiché tali assegni risultavano troppo onerosi per le casse dello stato il governo Dini (per molti anni in Banca d’Italia con la carica di Direttore Generale, e successivamente Ministro del Tesoro) stabilì che a decorrere dal 1 gennaio 1996 l’assegno pensionistico sarebbe stato calcolato in modo diverso. Tutti i nuovi assunti da quella data avrebbero avuto il calcolo dell’assegno determinato dal metodo contributivo. Percepisci in pratica di pensione quanto hai effettivamente versato di contributi.

Coloro i quali avevano alla data del 31/12/1995 meno di diciotto anni di contribuzione avrebbero avuto il conteggio determinato con due calcoli diversi. Fino al 31/12/1995 il calcolo retributivo e dal 1/1/1996 quello contributivo. Beneficio per questi ultimi conservato fino al 31/12/2011 quando poi a decorrere dal 1/1/2012 è stata istituita la legge Fornero con calcolo contributivo per tutti.

Quindi questi coefficienti di trasformazione sono dei coefficienti numerici da applicare al totale dei contributi versati nel corso della propria vita lavorativa per consentire di calcolare l’assegno pensionistico. Essi variano in base all’età anagrafica nel momento in cui va in pensione il lavoratore e crescono in base all’età dello stesso. In particolare risultano più elevati quanto maggiore è l’età del lavoratore.

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In pratica più tardi si andrà in pensione più soldi si avranno perché minore sarà la vita del (potenziale) beneficiario. Fin qui in teoria tutto bene. Più anni si rimane al lavoro, più età si ha, più soldi si prendono di pensione. Ma, a seguito della riforma Fornero dell’anno 2011, questi coefficienti sono legati alla famosa aspettativa di vita e si riducono progressivamente in modo da compensare l’effetto positivo che l’aspettativa di vita produrrebbe sull’assegno.

Per cui maggiore è l’aspettativa di vita minore è il coefficiente di trasformazione. Questi coefficienti pertanto sono sempre stati in diminuzione e sono stati rivisti al ribasso il 1° gennaio degli anni 2013, 2016, 2019 In partica ogni tre anni. Poi dall’anno 2019 la scadenza è diventata biennale, motivo per il quale dal 1° gennaio 2021 abbiamo avuto un’altra diminuzione. Ecco qui di seguito l’ultima tabella aggiornata sull’ultimo biennio di diminuzione dall’anno 2019-2020 rispetto all’anno 2021-2022.

Età pensionamentoCoefficienti 2019-2020Coefficienti 2021-2022
574,200%4,186%
584,304%4,289%
594,414%4,399%
604,532%4,515%
614,657%4,639%
624,790%4,770%
634,932%4,910%
645,083%5,060%
655,245%5,220%
665,419%5,391%
675,604%5,575%
685,804%5,772%
696,021%5,985%
706,257%6,215%
716,513%6,466%

Per fortuna il calo di questo biennio rispetto al biennio precedente si è assestato sotto l’1%. Ma se consideriamo i coefficienti dall’anno 2019 rispetto all’anno 2021 si ha una diminuzione di circa il 12%. In pratica un lavoratore che ad esempio esce dal mondo del lavoro quest’anno all’età di 63 anni percepirà di pensione circa il 12% meno di un lavoratore della stessa età che era andato in pensione nell’anno 2009.

A questo punto appare evidente il fatto che un lavoratore che con molta fatica decide di restare al lavoro qualche anno in più per percepire un assegno pensionistico più consistente si vede ridurre questo beneficio da questo ingiusto calcolo. Questo è un altro di quei “giochetti” istituiti dalla legge Dini e purtroppo accentuati dalla legge Fornero per cui un lavoratore si sente preso in giro dalle istituzioni. E di cui purtroppo molti pensionandi non sono al corrente.

E’ opportuno pertanto che oltre all’aspettativa di vita e all’assurdità delle cosiddette “finestre” si dia corso anche all’abolizione di questo istituto per evitare che un lavoratore di senta preso in giro e per cancellare questo sistema per cui “più lavori più perdi”.

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